Oltre la norma

INAUGURAZIONE DELL’ANNO GIUDIZIARIO DEI PENALISTI ITALIANI

di Antonio Saraco* Buongiorno a tutti. Ringrazio l’Unione Italiana delle Camere Penali per avermi offerto il privilegio di esprimere il mio punto di vista in un contesto così prestigioso. Ringrazio inoltre gli Avvocati Murgano e Iacopino per avermi dato la possibilità di far sentire la mia voce. Dico subito che non intendo aggiungere un’ulteriore analisi dei contenuti della riforma, già ampiamente e autorevolmente sviscerati dagli illustri relatori che si sono succeduti nelle precedenti sessioni dei lavori. Voglio piuttosto testimoniare perché ho pensato fosse importante essere qui oggi e perché ho accolto senza esitazioni l’invito che mi è stato rivolto – devo dire con affetto – per il tramite dell’Avvocato Murgano. Più in generale, voglio spiegare perché ho scelto di prendere posizione, piuttosto che rimanere comodamente seduto in poltrona. Tutto parte da un’evidenza scientifica, o meglio da quella che per noi operatori del diritto dovrebbe essere tale: la separazione delle carriere rappresenta il naturale completamento di un principio già fissato nella nostra Costituzione, all’articolo 111, che ci dice che il processo è giusto se il giudice è terzo. In tale prospettiva, la separazione delle carriere ha un’innegabile valenza oggettiva, che vive e si impone al di fuori – e al di sopra – delle ideologie. Essa è necessaria per restituire coerenza al modello del giusto processo voluto dalla Costituzione;serve a rimuovere un’anomalia del nostro ordinamento, che prevede il processo accusatorio, ma tiene le parti a distanza variabile dal giudice; è utile ad allineare l’Italia a gran parte delle democrazie che aderiscono all’Unione Europea, che certamente non possono considerarsi illiberali. Ma, soprattutto, la separazione delle carriere è indispensabile per consolidare lo Stato di diritto e rendere meno vulnerabili le garanzie di libertà del cittadino. Non bisogna perdere di vista, infatti, che il destinatario finale di questa riforma non è il giudice, non è il pubblico ministero, non è chi amministra la giustizia. Il destinatario finale è il Popolo Italiano, nel nome del quale la giustizia viene amministrata. Ed è proprio a fronte di questa ovvietà che mi ha profondamente colpito – e anche scosso – ascoltare e leggere affermazioni che prescindono dal testo della riforma, che lo ignorano o lo deformano, talvolta per superficialità, talvolta per pregiudizio, talvolta – temo – per calcolo. Affermazioni di questo tipo non producono un danno marginale o secondario. Esse incidono direttamente sul diritto del cittadino di compiere una scelta consapevole e la consapevolezza costituisce il cardine stesso di ogni decisione democratica. Quando il dibattito pubblico si allontana dal dato normativo; quando si sostituisce l’analisi con l’allarme; quando si evocano conseguenze che il testo non prevede, non si altera soltanto il confronto delle idee: si compromette la possibilità di una scelta libera e informata, e con essa la qualità stessa della democrazia. È stata questa considerazione – direi elementare – che mi ha spinto a intervenire nel dibattito, a prendere posizione, a espormi. Non per convincere, non per orientare, non per sostituirmi a nessuno, ma per adempiere a quello che ho sentito essere un dovere morale: contribuire, per quanto nelle mie possibilità, a ristabilire un rapporto corretto tra verità e decisione democratica. Un dovere morale che nasce dalla convinzione che l’esito del Referendum rappresenti uno snodo fondamentale per la nostra Repubblica, perché sono messe in gioco le garanzie di libertà del cittadino, che devono uscirne rafforzate. Questo non è il tempo in cui si possa tacere; questo è il tempo in cui ognuno di noi deve assumersi il compito e la responsabilità di mettere il cittadino al riparo da rappresentazioni distorte, da semplificazioni allarmistiche, da affermazioni che non trovano riscontro nel testo della riforma, per consentirgli una scelta realmente consapevole e, per questo solo, veramente libera e democratica. È per questo che oggi sono qui. Vi ringrazio. *Consigliere di cassazione (Intervento all’Inaugurazione dell’anno giudiziario dei penalisti italiani. Roma, Tetro Quirino)

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OLTRE LE MURA, VERSO CASA

di Pantaleone Pallone* – C’è un momento, nel percorso della giustizia, in cui il codice cede il passo all’uomo e la sanzione si trasforma in speranza. Quel momento, per la Camera Penale “Alfredo Cantàfora”, ha avuto il profumo della salsedine e il calore di una tavola imbandita. Con l’avvio del progetto “Adozione in Città”, nato dal Protocollo d’Intesa del 23 dicembre scorso, la nostra Camera Penale, guidata dal Presidente Francesco Iacopino, ha scelto di non limitarsi alla difesa tecnica, ma di farsi promotrice di una difesa sociale della dignità umana. Un’iniziativa corale che ha visto la luce grazie alla sinergia con il Vescovo della Diocesi di Catanzaro-Squillace, il Tribunale per i Minorenni, la Procura della Repubblica presso il medesimo Tribunale e l’Istituto Penale per i Minorenni “Silvio Paternostro”. Un plauso particolare va all’eccellente lavoro di coordinamento svolto dai componenti del nostro Direttivo, gli avvocati Antonella Canino ed Enzo Galeota – quest’ultimo prezioso nel suo ruolo di coordinatore dell’Osservatorio Carcere ed Esecuzione Penale – e al Responsabile dell’Osservatorio Giustizia Riparativa, l’avvocato Francesca De Fine. L’iniziativa è rivolta a quei giovani detenuti, particolarmente stranieri, privi di una rete familiare sul territorio italiano, o giovani che hanno smarrito il conforto di un riferimento familiare. A loro, il progetto offre l’incontro con adulti e famiglie volontarie disposti a costruire un ponte tra il “dentro” e il “fuori”. Non dimenticheremo facilmente la prima uscita di questo percorso, che ha visto come protagonista un giovane di nome Jawad. In arabo, il suo nome significa “Dono”: una coincidenza che appare quasi come un piccolo miracolo, un segno del destino che illumina il senso profondo del nostro impegno. Jawad, il cui desiderio più grande era semplicemente vedere il mare, si è ritrovato sul lungomare di Catanzaro Lido, accolto da braccia pronte non a giudicare, ma ad ascoltare. Lì ha incontrato Giuseppe e Valentina, Simone e Roberta: le prime famiglie ad aver manifestato con generosità la propria disponibilità, trasformando un protocollo giuridico in un incontro autentico tra persone. La risposta di Jawad alla domanda se preferisse pranzare in un ristorante o in una casa – “Anche casa è fuori!!” – non è stata solo una battuta spontanea, ma una lezione di diritto vissuto. Ci ha ricordato che la rieducazione non passa solo attraverso la pena, ma attraverso il riconoscimento di appartenere ancora a una comunità. Come Direttore di questa rivista e come giurista, avverto il dovere di chiamare a raccolta tutte le realtà associative del nostro territorio. Abbiamo bisogno di associazioni, famiglie e cittadini che, come queste prime coppie, abbiano il coraggio di scommettere sul recupero di questi giovani. Ante Litteram continuerà a raccontare questo percorso, convinti come siamo che la vera giustizia sia quella che, pur fermando chi ha sbagliato, non smette mai di offrirgli una sedia alla tavola della civile convivenza. L’invito è aperto: facciamo sì che quel fuori diventi, per ragazzi come Jawad, il luogo in cui sentirsi finalmente a casa. *Direttore “Ante Litteram”   RASSEGNA STAMPA La Novità Online https://bit.ly/4qOy5mB Gazzetta del Sud https://bit.ly/3LCYR2d Catanzaro Informa https://bit.ly/49eBMfi La Nuova Calabria https://bit.ly/4blWMSD Calabria 7 https://bit.ly/44ZDsa1 Catanzaro City Magazine https://bit.ly/3L8jza9

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SEPARAZIONE DELLE CARRIERE: UNA SCELTA DI CIVILTÀ GIURIDICA

  Intervista al dott. Massimo Vecchio* di Silvia Raiola – Responsabile Osservatorio Giovani-MIUR Per noi è un immenso piacere e onore, affrontare questa intervista con un magistrato, col suo percorso professionale di oltre quarant’anni: lei stato è per quasi un decennio sostituto procuratore presso il tribunale di Catanzaro; poi, giudice della prima sezione civile dello stesso Tribunale; successivamente, sempre qui a Catanzaro, consigliere della Corte di appello (sia nella sezione penale che in quella civile) e, per dodici anni, presidente della Corte di assise; infine, ha concluso la sua carriera in seno alla Suprema corte di cassazione, come presidente della prima sezione penale e componente delle Sezioni unite penali. Pertanto chi più di Lei può offrire un’attenta valutazione sull’argomento della separazione delle carriere dei Magistrati. La prima proposta in relazione alla separazione delle carriere fu presentata ad ottobre 2022 quale proposta di legge di iniziativa popolare, portata avanti grazie alla raccolta firme dell’Unione delle Camere Penali. Come ha vissuto il primo referendum per il quale si è stati chiamati a votare il 12.06.2022? Cosa non ha funzionato? Era favorevole? Per la verità la questione era divenuta decisamente annosa. Di referendum abrogativi delle norme dell’ordinamento giudiziario che consentivano il passaggio dalle funzioni requirenti a quelle giudicanti (e viceversa), ne era stato già tenuto un altro, oltre venti anni prima dell’ultimo, il 21 maggio 2000, con esito parimenti infruttuoso. Tra i due referendum il passaggio di funzione era già stato limitato e rimodulato dal legislatore delegato nel 2006; e, subito dopo il referendum del 2022, la riforma c.d. Cartabia, attualmente in vigore, ha ulteriormente e drasticamente ridotto la possibilità di cambiamento delle funzioni. Il Consiglio superiore della magistratura, nell’articolato parere reso sul disegno di legge di revisione costituzionale, ha rilevato che negli ultimi cinque anni la media degli appartenenti all’ordine giudiziario, transitati dall’una all’altra funzione, è risultata pari ad appena lo 0,31 % di tutti i magistrati in servizio. Il punto è che lo strumento del referendum abrogativo sconta la strutturale inadeguatezza dell’istituto, quando si tratta di intervenire in ambiti tecnicamente complessi. E, peraltro, il passaggio di funzioni (fenomeno divenuto oggi praticamente irrilevante) costituisce soltanto uno dei profili della “major quaestio” della revisione costituzionale in ordine alla ridefinizione degli statuti ordinamentali del giudice e del pubblico ministero. Con questa consapevolezza ho votato per l’abrogazione delle disposizioni concernenti il passaggio delle funzioni.   Ha mai pensato che si riuscisse ad arrivare dopo quasi tre anni, al referendum sulla riforma costituzionale che sancisce la separazione delle carriere dei Magistrati? Anche se, qualche volta, la tentazione è stata forte, mi sono sempre imposto di non fare previsioni sui fatti della politica: alla fine accade se non l’impensabile, certamente l’imprevedibile. Chi mai, alcuni anni fa, avrebbe vaticinato che l’on. Meloni sarebbe diventata Presidente del Consiglio dei ministri; avrebbe governato tanto a lungo; e avrebbe capeggiato una coalizione sufficientemente coesa da far approvare in Parlamento la revisione della Costituzione?  Il testo della riforma è chiaro lì dove nell’art. 104 della Costituzione, così come modificato, sancisce che la magistratura requirente continuerà a costituire un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere; semplicemente il magistrato dovrà scegliere definitivamente quale delle due carriere intraprendere all’inizio del percorso professionale. Ciononostante, la magistratura avversa con ogni forza tale riforma, sostenendo che i PM saranno “politicizzati”, e finiranno sotto il controllo dell’esecutivo. Qual è il suo parere in merito? Per vero non sono d’accordo con la supposizione che (tutta) la magistratura avversi con ogni forza la revisione costituzionale; quanto meno ritengo che l’assunto resti tutto da verificare. Certa è, invece, la avversione della Associazione nazione dei magistrati. Ma non è detto che l’Associazione (alla quale è per vero formalmente iscritta la maggioranza dei magistrati e nella quale in passato ho anche attivamente militato) rifletta, poi, fedelmente sulla questione il pensiero di tutti gli associati. Alla recente assemblea straordinaria generale degli iscritti, tenuta a Roma il 25 ottobre 2025, la mozione “È giusto dire No” (alla riforma) è stata approvata con appena 1.189 voti (espressi per oltre l’80% mediante deleghe). Ma i magistrati ordinari sono circa diecimila! Ciò detto e venendo alla Sua domanda, nella anzidetta mozione non c’è, in verità, traccia alcuna della evocazione del pericolo del controllo del pubblico ministero da parte del governo; più cautamente e ambiguamente si insinua soltanto il timore di un avvicinamento del “pubblico ministero al potere esecutivo”. Ora il punto è, qui, essenzialmente di metodo. Non mi sembra seriamente contestabile che oggettivamente la legge di revisione conserva e rafforza l’indipendenza e la autonomia dei magistrati della carriera requirente. E nelle dispute sulla riforma si dovrebbe esclusivamente avere riguardo al testo del provvedimento approvato in doppia lettura dal Parlamento. Ovviamente nulla vieta di opinare che, in avvenire, ulteriori leggi di revisione costituzionale potrebbero assoggettare il pubblico ministero al controllo o, addirittura alla direzione, del ministro della giustizia o di altra autorità politica. Ma siffatta supposizione è – alla evidenza – assolutamente impertinente ed eccentrica. Del resto il trucco dialettico sotteso è facilmente smascherato: si tratta in effetti del capzioso stratagemma del cambio di argomento, per l’esattezza dell’undicesimo sofisma catalogato nella Eristische Dialektik di Schopenhauer. Né, poi, ha pregio la denunzia del pericolo ulteriore della dispersione di una supposta «cultura della giurisdizione», in ipotesi comune ai  giudici e ai pubblici ministeri. In passato, certamente, nella vigenza del codice di rito del 1930, l’osmosi continua tra le due carriere e l’esercizio da parte del pubblico ministero di attribuzioni (ora di esclusiva spettanza del giudice) in materia di formazione della prova e in materia di provvedimenti sulla libertà delle persone, avevano creato una comunanza di esperienze professionali e la trasversale elaborazione di saperi e di buone  prassi, nel senso, appunto, di una  «cultura della giurisdizione» (inquisitoria), propria di tutti i magistrati. Ma si tratta del passato. Oggi l’espressione non ha più alcun apprezzabile significato: le esperienze professionali sono affatto diverse; in comune, sul piano culturale, tra giudicanti e requirenti, restano solo i pregressi studi universitari di giurisprudenza, che hanno, peraltro, fatto anche avvocati, notai, accademici, insegnanti di materie giuridiche,

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