Oltre la norma

VERSO LA NORMALIZZAZIONE DELL’EMERGENZA? ANNOTAZIONI CRIMINOLOGICHE A MARGINE DELL’ULTIMO DL SICUREZZA

di Roberto Cornelli* –    1.La cultura del controllo e il richiamo dei “professori” Sull’ultimo DL sicurezza, ormai legge, si è detto già moltissimo e a nulla sono serviti i rilievi critici della quasi totalità degli studiosi di giustizia penale, avanzati in ogni fase di approvazione del DDL, prima, e del DL, poi. Per la verità, questa sordità della politica ai richiami della dottrina non stupisce chi, come me, osserva la politica criminale alla luce delle trasformazioni culturali che attraversano la società italiana e si depositano nella giustizia penale. David Garland[1], ormai un quarto di secolo fa, ha ricostruito meticolosamente una traiettoria che prende consistenza a partire dagli anni Settanta negli Stati Uniti e in Inghilterra e Galles e che molti hanno riconosciuto come caratterizzante anche i Paesi dell’Europa continentale. Rileggere la sua densa analisi permette di coglierne i tratti di familiarità rispetto al clima politico-culturale italiano di questi ultimi decenni. Stiamo assistendo, infatti, senza controspinte in grado di fare da argine, a cambiamenti nelle strategie di controllo della criminalità le cui direttrici fondamentali sono: il riemergere di sanzioni punitive, con il contestuale declino dell’ideale rieducativo e la riproposizione del modello retributivo e di una modalità di punire di tipo espressivo, che si relaziona direttamente al sentire del pubblico; il cambiamento del tono emotivo della politica criminale, attorno all’emergere della paura della criminalità come problema sociale a sé, distinto dai tassi effettivi di criminalità e vittimizzazione; il ritorno della vittima, la cui sofferenza e la cui rabbia vengono veicolate in opposizione a ogni attenzione ai diritti dell’autore del reato, cosicché essere “a favore” delle vittime significa automaticamente essere inflessibili con gli autori di reato; il nuovo populismo penale, per cui la politica penale ha cessato di essere una faccenda delegata, di comune accordo, dagli schieramenti politici a esperti professionisti ed è diventata, viceversa, un tema significativo intorno al quale si gioca la competizione elettorale; la reinvenzione del carcere, che “funziona” non in quanto strumento di riforma o di rieducazione, ma come mezzo di neutralizzazione e punizione che soddisfa le istanze politiche popolari di sicurezza pubblica e di severità della condanna; l’allargamento dell’infrastruttura della prevenzione della criminalità e della sicurezza comunitaria, con l’emergere, a fianco di una politica del controllo della criminalità sempre più orientata verso la segregazione punitiva e la giustizia espressiva, di una nuova strategia che potremmo definire partnership preventiva (patti locali, protocolli d’intesa, contratti di sicurezza, etc.); la società civile e la commercializzazione del controllo della criminalità,  con un’inedita partecipazione attiva dei cittadini e della comunità (comitati, Neighbourhood Watch, controllo di vicinato) e con una notevole espansione dell’industria privata nel settore della sicurezza; nuovi stili di gestione e nuove prassi lavorative, per cui la polizia, per esempio, si pone ora meno nel ruolo di una forza impegnata a combattere la criminalità che non come un pubblico servizio a disposizione dei cittadini, finalizzato a contenere la paura, il disordine e l’inciviltà, e nel dettare la propria agenda si dichiara attenta agli “stati d’animo” della comunità. Tutto ciò è stato accompagnato e sostenuto dalla trasformazione del pensiero criminologico, che a partire dagli anni Ottanta è stato dominato da teorie che concepiscono il crimine e la devianza non come problemi dovuti alla deprivazione socio-economica o a processi di etichettamento ma all’assenza di controlli adeguati (controlli sociali, controlli situazionali, auto-controlli). Anche in Italia, dunque, si è andata materializzando la convinzione, diffusa tanto negli apparati quanto nelle comunità, che i tradizionali dispositivi deputati al controllo della criminalità siano armi spuntate nell’affrontare l’emergenza della questione criminale e ogni richiamo da parte dei “professori” alla cultura dei diritti o, perlomeno, alla tenuta di una coerenza interna al sistema penale si scontra immediatamente con l’imperativo istituzionale di rassicurare cittadini indifesi di fronte alla recrudescenza della violenza e attanagliati dalla paura. Ma è proprio così?      2. Presupposti ed effetti dell’ideologia del controllo Ormai da qualche anno assistiamo a un cambiamento del modo di intendere la sicurezza che riassumerei nei termini di un passaggio dalla “sicurezza dei diritti” – quel “diritto ad avere diritti” di cui parlava Stefano Rodotà e che ha caratterizzato le democrazie sociali del secondo dopoguerra –, al “diritto alla sicurezza” declinato nei termini di “diritto a non avere paura”. La sicurezza viene sempre meno considerata un bene pubblico, inteso come punto di equilibrio di molti e diversi diritti da tutelare e promuovere in una società plurale, per diventare sempre più un diritto individuale prioritario e immediatamente esigibile, da affermare a ogni costo anche a discapito di altri diritti. Così, la sicurezza smette di essere un dispositivo d’inclusione per farsi appannaggio di pochi, esclusiva. Il diritto a non avere paura richiede, infatti, una protezione assoluta da ogni potenziale minaccia – di più, da ogni rischio – entrando così immediatamente in competizione con i diritti e le libertà di tutti gli altri; o, perlomeno, di tutti coloro che, semplicemente in quanto percepiti come minacciosi o fastidiosi, si richiede siano allontanati dallo spazio pubblico e segregati da qualche parte. Le politiche di gestione delle migrazioni nel segno della criminalizzazione e della limitazione del diritto di asilo, così come l’estensione delle misure di polizia (dai vari Daspo alle ordinanze sulle zone rosse) sono esempi paradigmatici di come i diritti fondamentali e le libertà costituzionali possano soccombere in ragione di una pericolosità sociale sempre più presunta, o addirittura assunta, che risponde, anche nelle parole di atti legislativi e documenti ufficiali, a una generica esigenza di rassicurazione sociale che tutto legittima. Capita che anche il semplice decoro urbano assurga a interesse prioritario, al di sopra della libertà di circolazione sancita e tutelata dalla Costituzione.          Questo diverso modo di intendere la sicurezza risponde ai dettami della nuova ideologia del controllo di cui si è detto, portando a una trasformazione profonda delle politiche pubbliche verso una logica difensiva e ostile nel governo delle città e delle società e a un progressivo arretramento delle misure di welfare a favore di un incremento di risorse per la sorveglianza degli spazi e il controllo delle persone. Gli effetti di questa svolta

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GIUSEPPE CARVELLI RICORDA SAVERIO PITTELLI

di Giuseppe Carvelli* – Gentili signore, signori, colleghi carissimi. Commemorare Saverio Pittelli per me è un privilegio, ma nello stesso tempo un’emozione. È doveroso da parte mia, innanzitutto, ringraziare la famiglia, per avermi concesso tale privilegio. Devo confessare che dal giorno in cui ho accettato tale impegno non ho avuto pace. Tanta era la responsabilità che mi avete dato e che mi sono addossato.Non vi nascondo, però, che con il passare del tempo e andando indietro negli anni ricordando la figura di don Saverio in Tribunale, le lunghe conversazioni che facevamo in attesa della causa, la mia agitazione si è calmata ed ho iniziato mentalmente a ricordarlo, a studiarlo con la maturità di oggi. Un’onda di ricordi pervade l’animo e fa intimamente rivivere i momenti dolcissimi di tanta vicinanza spirituale, nell’amarezza sconfinata del rimpianto nostalgico di quei periodi intensi della vita, che sono trascorsi e che appartengono al passato nel quale restano travolti e sommersi care figure, insegnamenti preclari, ambienti e costumi. Conobbi l’avvocato Saverio Pittelli all’inizio della mia pratica forense, fine anni ‘70 inizio anni ‘80. All’epoca le udienze penali si svolgevano nell’aula entrando a sinistra del vecchio Tribunale, oggi sede della Corte di Appello. La presidenza generalmente era rappresentata dal dott. Trovato o dal dott. Scuteri. Per un certo periodo presiedette il Tribunale il dott. Migliaccio. Veniva chiamata la causa, vi era la discussione e, immediatamente dopo l’arringa del difensore, Camera di consiglio e decisione. Dunque i difensori, impegnati nei processi che seguivano, ascoltavano le discussioni dei colleghi. E imparavamo. Venivamo anche giudicati dal pubblico, che era sempre numeroso. Io stesso in aula, aspettando il mio turno per poter presentare l’istanza di rinvio, che immancabilmente mi veniva consegnata o per concludere – se il processo era prescritto o bisognava applicare l’amnistia – o discutere per delega, ascoltavo e ammiravo i bravi avvocati dell’epoca. In tali momenti conobbi don Saverio e posso dire, con orgoglio, che nacque tra di noi una sincera amicizia. Quante volte ricordo mi recavo in Tribunale e dopo aver fatto il lavoro di cancelleria mi fermavo per sentirlo parlare dinanzi al Tribunale o alla Corte di Assise! Richiamare specificamente qualcuna delle sue fatiche in una esemplificazione casistica significherebbe ridurre e avvilire l’imponenza del lavoro da lui condotto, in quanto i pochi casi, in rapporto alle centinaia di processi trattati, non potrebbero avere rilevanza alcuna. Di don Saverio come avvocato parlerò in seguito. Desidero ricordare prima un episodio della sua vita che dimostra la determinazione e il coraggio che ha – per la verità – avuto sempre in ogni occasione, anche la più difficile che gli si è presentata durante la sua carriera, vuoi politica che professionale. Il tema del coraggio è un tema che sta perfettamente a misura di Saverio Pittelli. Gli uomini grandi sono uomini coraggiosi. Oltretutto don Saverio aveva avuto tante occasioni per manifestare in maniera concreta il coraggio. Sono appunto queste parole che frequentemente stanno sulla bocca di tutti ma poi nei fatti, nel quotidiano della vita di pochissime persone. La viltà è un modo per eliminare il problema e dire che non si poteva fare altrimenti. Il coraggio è un ingrediente della figura dell’avvocato penalista. Fulvio Croce per esempio. Bene, Saverio Pittelli, dopo gli studi elementari si avviò a un mestiere manuale. All’età di diciotto anni perse il braccio destro in un incidente di caccia. Salvatosi miracolosamente, impossibilitato a proseguire il proprio lavoro, iniziò con determinazione una storia di riscatto, grazie ad una intelligenza viva e acuta, che è rimasta nella memoria di chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerlo. In pochissimi anni terminò gli studi medi e superiori, laureandosi in giurisprudenza presso l’Università la Sapienza di Roma, dove concluse gli studi accademici in poco più di tre anni, mantenendosi grazie alla sua grande preparazione umanistica e giuridica, impartendo lezioni private ad altri studenti, spesso più grandi di lui. Un prodigio! Rientrato in Calabria, avviò subito il proprio studio legale che si impose rapidamente all’attenzione di un vastissimo territorio che abbracciava tutta la costa ionica da Reggio Calabria a Crotone. Eravamo in un’epoca in cui in Calabria e in Italia vi erano grandissimi avvocati penalisti e non era facile emergere tra questi giganti della toga. Bisognava essere bravi! Aldo Casalinuovo, Mario Casalinuovo, Luigi Gullo, Alfredo Cantàfora, Francesco Giurato, che in ogni delicato processo, come codifensore o come parte civile, li aveva sempre accanto. Ho conosciuto e lavorato con questi giganti della toga. Ho conosciuto e sentito discutere il più grande avvocato del novecento, Alfredo De Marsico, commemorato dalla nostra Camera penale sotto la mia presidenza. Ascoltare questi avvocati per i giovani significava entrare nello sconforto e pensare di cambiare mestiere. Nello stesso periodo, si era prima dello scoppio della seconda guerra mondiale e anche durante gli anni di belligeranza, don Saverio non lesinò mai le proprie forze e le proprie scarse risorse per aiutare i concittadini in difficoltà, imponendosi così come punto di riferimento della comunità, alla quale ha prestato ausilio in ogni frangente. Fu così che al termine delle ostilità iniziò la parentesi politica di Saverio Pittelli. Fu Commissario del comune di Isca sullo Ionio su nomina dell’amministrazione militare americana e su segnalazione del Prefetto di Catanzaro. In tale veste, ha più volte ricevuto apprezzamenti di encomio da parte del Ministero degli Interni, per aver saputo far transitare rapidamente il proprio comune dall’amministrazione fascista a quella repubblicana impedendo scontri e favorendo, invece, la rapida pacificazione sociale. Con ciò dimostrando coraggio e determinazione anche in questa vicenda. Poco tempo dopo, ripresa l’ordinaria attività professionale, fu eletto sindaco del Comune di Isca sullo Ionio, alle prime consultazioni elettorali democratiche post belliche. In seguito, nominato vice pretore e proposto per il reclutamento straordinario, che doveva riformare i ranghi della magistratura, rifiutò una carriera in magistratura ordinaria per stare accanto alla sua popolazione, colpita dal terremoto del 1947. Forse l’unico caso in Italia. Tanti magistrati ordinari dei tempi passati provenivano dal reclutamento straordinario. Questo è Saverio Pittelli. Rimangono nella memoria dei suoi concittadini gli scontri, aspri, con il Ministero degli Interni dell’epoca, che

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ANSELMO TORCHIA RICORDA GIUSEPPE SETA

di Anselmo Torchia Cari amici, preliminarmente vorrei dedicare poche ma doverose parole alla iniziativa assunta dalla Camera penale di Catanzaro, che fa da cornice al nostro incontro di oggi. La scelta di ricordare alcune figure eminenti dell’avvocatura della nostra città con un ciclo di incontri “monografici” è meritoria e originale. Attraverso questi incontri ritengo che si dimostrerà la ricchezza del contributo che il nostro ceto professionale ha dato alla storia culturale della città. Ma, al di là di questo elemento, potremo dire, di orgoglio identitario di noi penalisti, credo che davvero la “collana” delle iniziative pensate dalla Camera penale avrà come risultato quello di arricchire la profondità storica dell’autoconsapevolezza della nostra comunità, poiché vi è una fitta trama di relazioni fra molte delle figure che ricorderemo e gli avvenimenti, non solo giudiziari, ma anche sociali e politici della nostra città, della nostra regione e del Mezzogiorno.   Infine, ritengo significativo che questo ciclo di incontri non rappresenti una iniziativa isolata ma piuttosto uno dei segnali di vitalità e di intelligente presenza che la Camera penale di Catanzaro – negli ultimi anni – ha saputo dare, in varie direzioni. Si tratta di segnali che hanno un valore non piccolo in presenza di certi fermenti, tendenze involutive e battaglie di progresso che si susseguono e si combattono oggi intorno al processo penale. L’avvocatura fa quindi bene a sostenere il generoso lavoro della nostra Camera penale e la nostra presenza qui ha oggi, prima di tutto, questo significato. Fatta questa premessa, vengo alla figura che la Camera penale mi ha chiesto di ricordare oggi:Giuseppe Seta. Bene, la prima parola-chiave che mi viene alle labbra, nell’evocare questo collega è: “leggenda”. Nel senso, prima di tutto, di tradizione orale. Un uomo che non amava lasciare testimonianze scritte della sua attività, ma le cui eleganze argomentative, le cui vere e proprie scoperte di logica del processo, e perfino i cui sarcasmi micidiali, venivano riferiti oralmente fra i colleghi e spesso tramandati a noi colleghi più giovani, anche a distanza di tempo. Il suo ricordo è rimasto vivissimo in tutti coloro che hanno, anche solo occasionalmente, ascoltato la sua voce dal timbro discreto ma mai timido. Il racconto di prove – talvolta di coraggio talaltra solo di spericolato e sovrano disprezzo di ogni convenzione – è stato tante volte associato a questo nome, per lo più con un sentimento di ammirazione e di affettuosa insofferenza per ciò che non poteva non apparire come un eccesso. Uomo sicuramente non immune da eccessi fu Peppino Seta. Un eccesso di intelligenza o di intelletto, se così si può dire, che lo portava spesso – e non malvolentieri – a sostenere tesi del tutto opposte al sentire più diretto e comune in virtù di una assoluta fiducia nella sola forza della virtù argomentativa, cioè della sola virtù dell’intelletto. Immediatamente dopo questa prima forma di eccesso, non posso non collocare l’eccesso di passione politica che ha segnato la vita di quest’uomo, comunista gramsciano sin dalla prima gioventù (nei primi anni ‘30) e tale rimasto per tutta la vita. Egli è morto nel 1988 e questo evento gli consentì, forse provvidenzialmente, di anticipare di un anno la fine di ciò che egli amò con eccesso: un ideale politico e soprattutto il convincimento fermissimo che la bellezza di tale ideale si fosse realizzata in una parte non piccola del pianeta. Egli poté così concludere la propria esistenza senza doversi misurare con la terribile prova dell’abiura, parola temuta e aborrita quanto nessun’altra da un uomo, come lui, che conosceva a fondo sia la tragica storia della Chiesa cattolica, sia le durezze della storia della propria chiesa. Sull’impegno politico di Peppino Seta dovrò tornare nel corso di questo inevitabilmente, sommario e incompleto, ricordo della sua personalità poiché non è elemento che si possa esaurire in poche battute. Continuando nella galleria dei suoi eccessi, immediatamente dopo la passione politica io collocherei la sua passione per il diritto e per il processo. Parlando di questo giurista, nel senso più pieno di cultore della scienza giuridica, noi infatti parliamo prima di tutto di un interprete raffinato della disciplina processualpenalistica. Molti degli avvocati più anziani sono stati testimoni di arringhe brillantissime, nelle quali Peppino Seta ha saputo far valere la propria tesi attraverso ricostruzioni e reinterpretazioni audaci e innovative di istituti classici del diritto processuale, risalendo con rigore alla fondazione logica di essi e ai contenuti filosofici che ne costituiscono i presupposti. È questo il terreno che lo vedeva più a proprio agio nelle aule giudiziarie e dove il suo patrocinio poteva davvero fare la differenza. Ma è questo il terreno, anche, che rispondeva meglio al suo esigente gusto di uomo di vasta cultura che, pur dopo essersi a lungo intrattenuto nei territori della letteratura, della psicologia e della sociologia, vedeva – proprio nella costante meditazione sul processo penale – la sintesi più alta della propria missione di avvocato, cioè di uomo e al tempo stesso di scienza e di azione. Anche qui un destino singolare ha fatto si che egli non fosse testimone di una riforma (la legge Vassalli, approvata pochi mesi dopo la sua morte) che tanto promise a coloro che, come Peppino Seta, militarono per una vita nei ranghi del più coerente garantismo ma che poi – oggi ben sappiamo – non altrettanto mantenne. Possiamo dire, con un paradosso, che gli istituti del processo accusatorio, e primo fra tutti quello della parità fra accusa e difesa dinanzi a un giudice terzo, erano tutti ben chiari, da sempre, nella cultura e nella forma logica della mente di Peppino Seta ma che, quando essi furono scritti dal legislatore nel nuovo codice di procedura penale, beffardamente lui stesso non poté farli valere, come avrebbe saputo fare, da par suo. “Garantismo” è dunque una seconda parola-chiave per ricostruire un’immagine di questo nostro illustre collega che possa parlare anche a chi non lo ha conosciuto. Questo termine, oggi molto di voga (a volte anche invocato a sproposito), possiamo invece utilizzarlo per cogliere una connessione cruciale nella personalità che stiamo tratteggiando. Quella fra impegno

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