Oltre la norma

ODIA RESTRINGI OPORTET. I FATTI DI MILANO E IL DIRITTO ITALIANO, OGGI

di Domenico Bilotti* Scarica l’articolo Un controverso pontefice del XIII secolo, Bonifacio VIII, legislatore anagnino per dirla col Le Bras, considerava tra le regulae iuris che favoriscono la certezza del diritto una massima di senso cristallino. Conviene ampliare le misure favorevoli e restringere quelle sfavorevoli. In modo semplice e diretto, affermava le condizioni per una società espansiva e progressiva: in senso etico, giudiziario e persino economico, molto prima che politico. Le manifestazioni di piazza, svoltesi, tra le altre, a Milano, a Bologna e a Torino, hanno prodotto una nuova onda lunga di strascichi mediatici, non (ancora) processuali. I processi hanno il tempo della garanzia, anche se talvolta esso si traduce nel tempo della dilazione – invero, preliminarmente verso i diritti della persona, non tanto nei confronti delle competenze dell’istituzione. Da tanto, troppo, tempo, nel nostro Paese il legiferare sulla giustizia non è più programma penale, non è più baricentro di politica criminale. È seguire il vento in poppa di quelle onde. Si convocano Consigli dei ministri che sfociano in decreti. Sono passati poco più di vent’anni da quando questo modo di procedere (alle stesse forze di maggioranza di oggi!) sembrava in ogni caso una pericolosa forzatura. Non senza tentennamenti, alibi e imbarazzi, nella conversione del Decreto Olimpiadi, in vista dei giochi invernali di Torino, finirono a profusione norme restrittive sul consumo di stupefacenti. Non era quella la sede, non era quella l’emergenza, non era quello il modo. Vent’anni dopo, appunto, un decreto non si nega a nessuno: un Decreto Caivano, un Decreto Lampedusa, un Decreto Qualcosa. Non opera più, e ormai sono saltate tutte le pudicizie, quel principio-baluardo della sicurezza pubblica reale che era la riserva di legge assoluta in materia penale. La sanzione ha lasciato la legge e il giudizio: è finita nell’atto avente forza di legge, nell’atto esecutivo, nell’indagine, nel procedimento amministrativo. È andata ovunque, lasciando a quanto pare definitivamente la sua sede propria. Nell’ultimo CdM, non mancano le proposte che contraddistinguono l’operato medio di qualunque esecutivo: l’introduzione di nuovi reati: il delitto di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Attenta dottrina costituzionalistica ha fatto notare negli anni, e con ragione, che la repressione delle manifestazioni violente lascia sin qui scoperto un bene giuridico meritevole di tutela: le libertà di riunione e di associazione. L’esercizio violento da parte di alcuni naturalmente va in conflitto con quello pacifico degli altri. La norma in questione, lungi dal concretare questa pur corretta intuizione degli studi, aggiunge invece una fattispecie speciale duplicato di ipotesi di reato (e di delitto!) già esistenti. Non manca l’inevitabile aggravante di corredo, destinata a chi organizza il gruppo o istiga alla commissione delle violenze suddette mediante strumenti informatici o telematici. Pericolo di chat, in sostanza. Che non c’entra granché con l’evidenza per cui manifestazioni lecite e illecite trovano il proprio primario riferimento organizzativo nei gruppi sulle piattaforme di comunicazione sociale. È solo la certezza di aver messo (almeno) il titolo giusto al film sbagliato. Altre norme inducono invece maggiore preoccupazione. Che si disponga la norma sull’umore del sentito dire è evidenza di questi anni, politicamente trasversale ed empiricamente verificabile in ogni ambito della regolazione: sono comparsi obbrobri come “punto zero”, neologismi poco avveduti e anglicismi traslati in spregio al significato dei termini nella lingua originaria. Il buffet, si sa, è sempre di bocca buona: l’ammasso di cibo nel piatto è l’ultimo dei problemi. C’è da monitorare con grande preoccupazione che sia introdotta una presunzione di imputabilità in capo al minore al di sopra dei quattordici anni. Si badi che l’esercizio organizzato del crimine ha sempre bassamente approfittato della minore età. Ricordiamo, anche stavolta per sentito dire, le “paranze” dei bambini nello spaccio di droga nelle organizzazioni camorristiche o paracamorristiche. O, quasi quarant’anni addietro, la disinvoltura con la quale durante la guerra di mafia tra Cosa Nostra e Stidda i revolver erano messi in mano a ragazzini. Persino in quelle vere e proprie carneficine non si era mai arrivato a pensare una norma che iscrivesse alla platea degli imputabili soggetti ancora in formazione. È una norma figlia dei tempi e del marketing: quest’ultimo ha individuato quei soggetti quale settore d’intervento particolarmente lucrativo e influente. E se sono consumatori non potranno non diventare anche delinquenti e anche imputati e anche condannati. Tutti indistintamente tutti loro. Gli stessi che potranno essere sottoposti all’accompagnamento e trattenimento presso gli uffici di polizia fino a dodici ore in occasione di operazioni che si svolgono in luoghi con costante afflusso di persone. Il minore dell’ultimo decreto è un minore in zona rossa… Ci si permette di concludere che in Italia i temi del conflitto sono molti, e nessuno di essi è particolarmente connotato sul fronte della rappresentanza. Non c’è un vertice associativo, per dirla in diritto. E non c’è un cattivo maestro, come su certi mattinali di questura al tempo dell’Autonomia operaia. Contesti poveri di canalizzazione delle idee tendono empiricamente e sociologicamente a produrre non violenza sistemica e semioticamente connotata (il sabotaggio), ma più spesso la devastazione e il saccheggio. Chi potrebbe mai seriamente negare che durante l’assalto ai forni il fuggiasco Lorenzo Tramaglino abbia agito per suggestione di folla in tumulto? E a una minore età che si abbevera di frame audiovisivi sempre più spettacolari si lascia intendere che la spettacolarizzazione del proprio disagio – dalla penuria materiale fino all’incomunicabilità, passando per la noia – possa essere l’unica condizione ammissibile per il disagio meritevole di essere considerato. È una strana Italia. Quella che trasferisce l’illecito stradale sempre più spesso verso il penale, nemmeno contravvenzionale. Quella che ha trasformato le misure negli stadi in eserciziario delle misure di prevenzione. Quella che ha creato l’art. 583-bis, ma in cui sarebbe stato molto più avveduto far seguire un’applicazione inflessibile delle lesioni aggravate con serie istituzioni di coesione sociale destinate ad evitare la commissione del crimine e a proteggerne le persone offese. Quella che nel terrorismo internazionale ha inserito tutto e il suo contrario: dall’autoaddestramento per tentativi al trasferimento estero, che già era riferibile, ove rilevante, alle condotte integranti il (o di favoreggiamento al) terrorismo internazionale. La

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PERCHÉ MAI CI DOVREBBE VOLERE CORAGGIO PER DIRE LA VERITÀ? UN NOBEL CHE FA LA PACE

di Daniela Piana* >Scarica l’articolo< Navanethem “Navi” Pillay deve essere uscita dalla sala della cerimonia con il pensiero al procedimento Gambia contro Myanmar. In tempi di fabbricazione di verità parallele di falsi veridici di prove contraffatte di forme artificiose e subdole di lor dicenti veritieri messaggi rivelatori la frase di Navi suona così semplice da fare tornare bambini. Ne abbiamo bisogno. Dire la verità è la sola cosa che è naturale, che è parte della vita. Perché la vita è la verità. Uno straordinario ed unico percorso di vita attraverso tutte le forme di barriere alle eguaglianze di trattamento che si possano immaginare. Navanethem Pillay sudafricana è stata la prima giudice donna non bianca nell’alta corte del Sud Africa, quando nel 1995 Nelson Mandela Presidente della Repubblica sudafricana promosse la creazione delle istituzioni di garanzia ad ancoraggio e consolidamento del processo di costituzionalizzazione e di democratizzazione contro l’Apartheid. Non esiste una sola forma di diseguaglianza che sia stata nell’alveo della azione di difesa advocacy riflessione dottrinaria e public engagement di Navanethem “Navi” Pillay. Contro la discriminazione omosessuale, contro la discriminazione razziale, personale esemplificazione del contrasto alla diseguaglianza di genere nell’accesso a ruoli apicali nella magistratura nei paesi che si affacciavano alla esperienza democratica, contro le forme di discriminazione culturale fra etnie dello stesso Paese, Navi si è mossa con la stessa leggiadria che l’ironia di una mente intelligente fine e certa di quale sia il punto in cui si trova il giusto mezzo – l’imparzialità – può avere. L’esperienza riflessa della sua vita echeggia nella frase pronunciata nel momento del conferimento del premio Nobel. Perché mai scomodare la categoria del coraggio per giustificare la espressione della verità? Vi è in quella parola qualcosa di più. Non è solo la verità. È la autenticità della trasparenza a sé stessi nella misura in cui si abbia all’interno quell’occhio imparziale che sa distanziarsi e dunque tenere il filo di ciò che resta al di là dell’io del tu del noi del voi del loro. Il filo che resta nella imparzialità. Una postura che viene prima di qualsiasi struttura ordinamentale, la quale, quella postura, coadiuva nel suo esprimersi e darsi in prassi in e per la giurisdizione, in forme di dialogo e di contraddittorio. Ma prima viene la postura. Di qui la forza intangibile della formazione e della crescita di carattere culturale. Al di là del muro di qualsiasi forma di differenza sta l’ancora della cultura, dai due lati del “al di là” e al di qua”. Così fra chi è detenuto e chi è nella società libera, fra chi è in situazioni indigenti e chi è in situazioni agiate, così fra chi è in situazioni di fuga dalla propria patria e chi può beneficiare della pace. Di qua e di là l’unico ponte su cui costruire la progettualità di una società migliore è data dalla cultura che dia vita e verità alla effettiva tutela dei diritti. I diritti senza la cultura dei diritti e la cultura di una costruzione di regole che quei diritti inverino restano possibilità sognate. In attesa di diventare verità. Accesso a quei diritti significa impegnarsi sullo spazio e il tempo che stanno fra la possibilità dell’eguaglianza e la verità della equità. Si badi. Non solo l’istruzione, che pure parte della cultura è. È la istruzione nutrita di quei principi che attengono alla priorità della umana autonomia, della storia e della memoria, della consapevolezza rispettosa di chi si è e di chi sono le altre persone. Nel conoscere sta la radice della pace. Di qui l’orrore della distruzione di tutto ciò che è sapere. Di qui l’obbligo che ci compete di promuovere la cultura delle nuove generazioni. Navanethem “Navi” Pillay ha attraversato le barriere che caratterizzano questo pianeta facendone esperienza. Un messaggio per il diritto e i diritti? Sì. Nel Nobel per la pace sta l’intuizione stessa di un metodo. La pace non è un risultato. È un metodo di vita. Non è accondiscendente, non evita le domande scomode, non rifiuta il contraddittorio. Ma è nella crescita di un occhio attento a considerare fra le conseguenze di ciò che si dice e ciò che si fa quel quid che può avere valore al di là dell’io dell’ora del qui. È il principio della imparzialità nutrito di una aspirazione poetica. “Io conosco il canto dell’Africa, della giraffa e della luna nuova distesa sul suo dorso… ma l’Africa conosce il mio canto?” scriveva Karen Blixen. Ecco facciamo che il nostro canto sia intonato non solo per coloro che conosciamo adesso, ma anche per coloro che non conosciamo e mai conosceremo, che abbiamo conosciuto e ci hanno insegnato il valore dell’occhio imparziale gentile e impegnato capace di guardare oltre le macerie. Facciamo sì che possa esservi traccia nelle norme che scriviamo nelle prassi istituzionali che promuoviamo di una nota leggiadra e gentile capace di navigare tempo e spazio in ascolto di chi ora non c’è, ma ci sarà, di chi c’è stato. Si chiama priorità del diritto sulla politica. Lo diamo per scontato. Scontato non lo è. Non lasciamo che siano gli altri a fare per noi. Facciamolo noi. Perché noi siamo anche gli altri.    *Ordinaria di Scienze politiche nell’Università di Bologna      

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LA BELLEZZA CHE ATTECCHISCE NELL’ABISSO: LA REDENZIONE DI GIANFRANCO RUÀ

di Pantaleone Pallone*– Non occorre aver completato da subito ogni pagina di un libro per comprenderne la direzione dell’anima, ma occorre poi attraversarlo fino in fondo per trovare la conferma di ciò che si era solo intuito. Quando, al termine della presentazione all’Ateneo “Magna Graecia” di Catanzaro, ho affidato ad Arcangelo Badolati il mio sussurro sulla pagina della dedica – “Nell’infinito respiro di Cristo anche i tuoi capelli sono stati accarezzati: sei un uomo fortunato ” – intendevo anticipare ciò che la successiva e attenta lettura di Fuga dall’inferno. La redenzione letteraria di Gianfranco Ruà mi avrebbe spalancato davanti agli occhi: la prova che la bellezza e la dignità umana possono rinascere anche nell’abisso più oscuro, persino nella reclusione del regime di 41-bis. Il cuore dell’esperienza raccontata da Badolati non sta nella celebrazione di comodo o nella cancellazione del male compiuto, ma nella frattura radicale del pregiudizio. Rimanere per trentun anni accanto a un uomo che ha incarnato una storia di terrore significa accettare di camminare sull’abisso. Ma la svolta, il punto esatto in cui la narrazione del cronista incontra la presenza di una Grazia immanente, passa attraverso la costellazione d’amore che cinge l’uomo Ruà: la moglie Laila, la figlia Eva e lo stesso Badolati, il cui sguardo di giornalista abbandona la corazza della diffidenza di fronte alla nuda verità degli affetti. Nelle pagine dedicate all’altra metà del cielo, si svela un’umanità al femminile di rara statura etica. Laila Gagliardi, travolta nel 1992 dal crollo dell’arresto del marito poche settimane dopo le nozze, sceglie una condotta fatta di garbo, buonsenso e totale assenza di rancore o prepotenza. Laila non sa mentire, ma ha saputo soffrire in silenzio per non far pesare il dolore sulla figlia. Per proteggere Eva quando era piccolissima, le raccontava che il padre “lavorava in una fabbrica”; ma la lucidità della bambina, emersa già a tre anni e mezzo di fronte alle sbarre, “…Ma tu cosa hai fatto? Hai rubato?”, ha spinto i genitori a un percorso di totale e delicata verità. Un’educazione “goccia a goccia”, senza forzature, dove il padre ha imparato a raccontarsi per ciò che è diventato, distinguendo con nettezza il passato dal presente. È un amore “leggero ma mai superficiale”, sostenuto dalla forza inossidabile della famiglia d’origine di Laila: genitori, zii e cugini che hanno saputo “guardare oltre”, accogliendo l’uomo senza giudicare e riempiendo i vuoti fisici con una presenza costante. Questo scudo di affetti ha permesso ad Eva di crescere serena, laurearsi in Farmacia e vivere il legame con il padre con una maturità disarmante fin dai primi colloqui, quando si staccava da lui senza piangere, mossa da un’intesa quasi telepatica. È stato proprio questo amore filiale, puro e disarmato, a spezzare le difese del giornalista e a placare l’anima del padre. Quel legame ha reso il cuore di Badolati libero dalla paura e ha permesso a Ruà di scorgere il valore supremo della vita. Accanto all’amore familiare, opera il “miracolo laico” della cultura. Gianfranco Ruà ha trasformato le sbarre in uno scrittoio e i libri nel proprio ossigeno. Il cammino che lo ha condotto alla laurea con lode è passato dal rigore di Spinoza, Goethe, Kafka, Proust e Schopenhauer, fino alla rilettura critica del Tasso e dell’Ariosto: laddove un tempo scorgeva la giustificazione di un falso codice d’onore criminale, lo studio gli ha svelato l’inganno, mostrandogli che la violenza è schiavitù e non potenza. Con l’aiuto della meditazione, il rimorso si è fatto maestro, consentendogli di esplorare l’interiorità e distinguere l’uomo di oggi dagli errori di ieri. Il dibattito promosso all’Ateneo “Magna Graecia” di Catanzaro, sotto la guida del Prof. Domenico Bilotti e con l’autorevole apporto di figure del foro come l’Avv. Francesco Iacopino, Presidente della Camera Penale di Catanzaro, ha saputo ricondurre questa vicenda entro le coordinate della civiltà giuridica. Dalle parole del Presidente Giuseppe Spadaro sul dovere costituzionale del recupero, alle analisi della Dott.ssa Sabrina Garofalo e dell’Avv.ta Antonella Canino sul rispetto fermo della memoria delle vittime, è emerso che la redenzione non cancella la colpa, ma la mitiga e riafferma la dignità inalienabile di ogni essere umano. La fiducia che germoglia laddove c’era solo timore è la prova tangibile di come la vita possa riemergere dagli abissi più oscuri. Laddove il Diritto applica la norma e misura la pena, la fedeltà di una moglie, la grazia di una figlia e l’onestà di un giornalista custodiscono la speranza, ricordandoci che persino nell’ombra più fitta il respiro della misericordia non smette di sfiorare l’uomo oltre l’errore. *Avvocato, direttore di Ante Litteram

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