
di Antonella Canino* –
È passata quasi in sordina la proiezione a febbraio di quest’anno presso l’IPM Silvio Paternostro di Catanzaro, a 55 anni dalla sua realizzazione, dell’opera prima di Gianni Amelio “La fine del gioco”.
Un’operazione culturale appartenente, potremmo di dire, all’archeologia cinematografica che tuttavia avrebbe meritato maggiore attenzione da parte della città, non solo perché Gianni Amelio, nativo della vicina Magisano, ha trascorso la sua età di formazione nella nostra città, o perché alla sceneggiatura partecipò Mimmo Rafele catanzarese anch’esso, uno degli autori più apprezzati del cinema italiano, ma anche perché il film venne girato pressoché interamente a Catanzaro.
Confesso di averlo visto in questa occasione per la prima volta questo film e, sorpresa per le scene girate in alcuni dei luoghi storicamente “giudiziari” della nostra città, Piazza Matteotti e l’Istituto Penale Minorile, e per le tematiche affrontate, ho approfittato di una serata trascorsa a casa dell’avv. Marcello Furriolo che, con Gianni Amelio ha condiviso gli studi liceali e le esperienze culturali in quell’epoca, per saperne di più sul giovane Gianni Amelio e su quel film.
Mi racconta, circondati da pile di libri, dischi, locandine di film celebri (non necessariamente “strappati” da Mimmo Rotella) e altri memorabilia tra cui le prime bozze a mano libera per il progetto del Politeama di Paolo Portoghesi, di quando, nei primi anni sessanta, insieme a Gianni Amelio, Mimmo Rafele, Piero Bevilacqua, con le “incursioni” di Franco Piperno (solo per citare alcuni di quelli che hanno raggiunto fama nazionale) e con “uno sparuto gruppetto di giovanissimi studenti universitari appena usciti dal liceo classico Galluppi, il vecchio liceo di Corso Mazzini, con l’entusiasmo dell’età e la passione delle idee” diedero vita al periodico “Il Manifesto” e ad altre iniziative politiche e culturali nel centro della nostra città.
Mi trasmette il ricordo della loro passione per il cinema, il teatro, la musica, la pittura, la letteratura che consideravano gli strumenti, le armi di una “rivoluzione” che avrebbe dovuto condurre ad una società migliore.
Mi descrive l’entusiasmo giovanile di Gianni Amelio per il cinema, arricchendo il racconto con aneddoti sulla sua abilità nel manovrare gli strumenti di proiezione delle pellicole nei cineforum che questo gruppetto di cinefili organizzava in una sala del centro cittadino.
Mi spiega come quella primordiale utopia di miglioramento della società attraverso la cultura, filtri quasi in ogni fotogramma delle sue pellicole, e di come la poetica di Amelio sia percepibile anche nei suoi film, in senso lato, di ambientazione giudiziaria.
Con la curiosità suscitatami da questa serata ho rivisto alcuni film di Gianni Amelio.
La fine del Gioco (1970) è il film di esordio alla regia di Gianni Amelio.
Sceneggiato dallo stesso Amelio e da Mimmo Rafele, venne girato, con i pochissimi mezzi messi a loro disposizione dal secondo canale della Rai nell’ambito di un progetto di cinema sperimentale per autori esordienti, proprio nella città della loro primitiva formazione culturale.
Il film si avvale della recitazione di Ugo Gregoretti, del quale Amelio era stato fino ad allora aiuto regista, nei panni di un giornalista che sta realizzando un reportage sul disagio e sulla difficile esperienza di vita i un dodicenne, Leonardo, orfano di padre, recluso nel riformatorio di Catanzaro.
Amelio, introduce al tema del film con una lunga sequenza, magistralmente “documentaria” del carattere totalizzante dell’istituzione carceraria e dell’alienazione che produce sui reclusi: riprende in campo lungo una fila di giovani ospiti dell’istituto penitenziario minorile che, sorvegliati da personale penitenziario a bordo di una Fiat 124 che li segue a passo d’uomo, dapprima attraversano piazza Matteotti, poi fanno ritorno in Istituto costeggiandone il muro di cinta ed infine raggiungono i dormitori, salendone, quasi come automi, le scale.
Nessuna voce narrante, nessun sottofondo musicale: solo il rumore cadenzato dei passi funge da commento sonoro alla sequenza.
Al piano superiore un giornalista sta allestendo il set che ospiterà l’intervista a Leonardo.
Dal dialogo tra i due scopriamo che Leonardo è un dodicenne, ristretto in riformatorio non perché abbia commesso un reato, ma solo perché “discolo”.
Il film prosegue con il giornalista che ottiene dal direttore dell’Istituto una licenza premio per Leonardo con l’intento di proseguire il suo reportage filmando il ragazzo al ritorno a casa nel remoto paesino natio.
Durante il viaggio in treno Leonardo comprende che al giornalista non interessa la sua storia di vita, né quali siano le reali condizioni in cui vive la sua detenzione, accontentandosi piuttosto della “realtà” predisposta dalla direzione per le riprese e tentando di costruire una realtà stereotipata, rassicurante per gli spettatori. Alla prima fermata Leonardo, fuggirà dal treno.
Il film condivide l’idea primordiale del film che lo ha reso celebre “Il ladro di bambini” (1992) che racconta la storia di un carabiniere e del viaggio compiuto per portare due ragazzini in un istituto. I due film sono inoltre accumunati dalla circostanza che ad introdurre la trama siano fatti giuridicamente rilevanti: in uno il riconoscimento giudiziale del carattere discolo del recluso, nell’altro la carcerazione della madre dei bambini e la necessità del suo ricovero in istituto.
Se in questi due film il diritto penale costituisce soltanto l’antefatto che innesca la trama, altre due opere del maestro Amelio presentano una trama narrativa incentrata su specifiche fattispecie normative.
In “Porte aperte” (1990) assume un ruolo centrale la pena di morte, ne “Il signore delle formiche” (2022), la vicenda umana del protagonista è travolta dall’accusa per il reato di plagio.
Nessuna delle due norme è ormai in vigore. Nonostante ciò, uno dei pregi di entrambe le opere risiede nella capacità di Gianni Amelio di rappresentare l’essenza del tema giuridico affrontato, al di là e oltre le singole vicende giudiziarie narrate; la sua abilità, potremmo dire prendendo a prestito il titolo di un’altra sua straordinaria pellicola, di “colpire al cuore” lo spettatore della storia processuale che vi si narra.
La maestria con cui Amelio riesce a trasporre cinematograficamente le dinamiche dei processi penali al centro delle due vicende è tale da rendere in entrambi i casi trasparente, anche per il pubblico più superficiale, che dietro alla supposta funzione securitaria della pena di morte nel caso di Porte aperte, o dietro alla necessità di correzione della “devianza” ne Il signore delle formiche, si celi un modo di intendere, prospettare, invocare e utilizzare il diritto penale funzionale al potere e non ai bisogni della collettività.
Emblematico al riguardo Porte aperte nel quale l’imputato è un pluriomicida reo confesso rispetto al quale Amelio non vuole suscitare alcuna compassione.
Porte Aperte è uscito nelle sale nel 1990, è tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia del 1987.
La trama è nota. Palermo, 1937. È da poco entrato in vigore il codice penale fascista che ha reintrodotto la pena di morte. Tommaso Scalia (nel film Ennio Fantastichini) da qualche tempo licenziato dalla “Confederazione fascista professionisti e artisti”, fa ritorno nell’edificio che ospitava il suo ufficio e con fredda, lucida determinazione, uccide il capo ufficio che lo ha licenziato e il collega che ha preso il suo posto. Poi, dopo avere condotto la moglie che lo attendeva in macchina ignara dei propositi omicidi del marito, in luogo appartato fuori città ed averla costretta ad un rapporto sessuale contro la sua volontà, la uccide con una revolverata alla nuca.
Il giudizio si celebra immediatamente avanti la Corte di Assise.
A latere di un presidente ormai in procinto di chiudere la sua carriera, si augura serenamente, viene chiamato a comporre il collegio da una pretura periferica il giudice Vito di Francesco (Gian Maria Volontè che per questa interpretazione ottenne una nomination agli oscar del 1991).
Il giudizio sembra avere un esito scontato nella condanna alla pena capitale che il regime auspica con una leziosa lettera indirizzata al presidente della corte e che il pubblico in aula invoca a gran voce. Il giudice a latere (nel romanzo di Sciascia chiamato “il piccolo giudice”) è intimamente contrario alla pena di morte e perciò si adopera, nonostante l’ostilità del pubblico del processo e anche contro la volontà dell’imputato affinché, qualificando gli omicidi come delitti d’onore in continuazione, gli venga comminato l’ergastolo e non la pena capitale.
La strategia processuale del giudice a latere, sebbene conforme alla legge, è però contraria alla volontà del legislatore fascista resa palese dal procuratore generale durante un pranzo con il presidente e il giudice a latere della corte di assise. Con la pena di morte, dice il procuratore, lo Stato garantisce la sicurezza dei propri cittadini. La pena capitale serve per cancellare dalla faccia della terra tutti i ladri, i violenti, i maniaci, gli spostati. Solo così l’azione della legge, processo dopo processo, può fare in modo che la gente perbene possa vivere tranquilla, possa andare a dormire lasciando la porta aperta.
Per il giudice di Francesco invece la pena capitale non è materia di giurisprudenza ma di politica: serve a chi ci governa, non ai cittadini.
Il tentativo del giudice di aggirare la legge con la stessa legge naufraga, non di meno Di Francesco riuscirà con l’aiuto di un giudice popolare illuminato (interpretato da Renato Carpentieri) a convincere la giuria a comminare l’ergastolo. In appello la sentenza verrà riformata in peius.
Altro film, altro processo.
Il signore delle formiche (2022).
L’orrore per la pena di morte, abolita dalla Costituzione, cede il posto all’orrore per il reato di plagio e per un processo istruito, condotto e concluso attorno al pregiudizio che la gente perbene nutre verso ogni diversità.
Tratto da una storia vera, narra dell’amore omosessuale, corrisposto, di Aldo Braibanti per il ventitreenne Ettore Tagliaferri (nome di fantasia utilizzato nel film) e del processo per plagio instaurato in seguito alla denuncia dei familiari del ragazzo: una delle pagine più buie della giustizia italiana.
Una storia dimenticata, lontana nel tempo, apparentemente inattuale stante la dichiarazione di incostituzionalità del reato di plagio avvenuta nel 1981, ma attualissima nella temperie (in)culturale che stiamo attraversando.
Anno 1968. Mentre il mondo sta conoscendo rivolgimenti di ogni tipo e i giovani (non più soltanto sparuti gruppetti di utopisti) immaginano che la società possa, in poche ore, cambiare in meglio, si celebra in Italia un processo grottesco che condannò Aldo Braibanti a nove anni di reclusione.
Unico caso in cui venne applicato, prima di essere abolito per sempre, il reato di plagio.
Un processo, dice Gianni Amelio, fondato su un’accusa talmente paradossale da non meritare nemmeno una difesa.
Una specie di caccia allo stregone rappresentato da un intellettuale coltissimo, curioso, innovatore, con la passione per la mirmecologia; un partigiano che per questo aveva conosciuto le carceri fasciste, un comunista, un omosessuale: Aldo Braibanti, appunto nel film Luigi Lo Cascio.
La sua vera «colpa» fu quella di amare, ricambiato, un giovane di 23 anni, nel film interpretato da Leonardo Maltese.
Anche in questo film le scene del dibattimento, che il regista ha minuziosamente ricostruito studiando i documenti processuali, sono più emozionanti e più efficaci di moltissimi film di genere giudiziario.
Il taglio delle riprese, la fotografia, la profondità dei dialoghi riescono a restituire il clima del processo, di quel processo ben descritto dal giornalista che nel film segue la vicenda (Elio Germano): questo processo è lo specchio del nostro paese, del suo aspetto più retrivo, più meschino, più criminale.
Il processo si concluderà con la condanna di Braibanti a nove anni di reclusione, il PM ne aveva chiesti 14, nonostante la presunta vittima del reato, in realtà vittima della famiglia che lo sottopose a numerosi interventi di elettroshock per “curarlo”, avesse dichiarato che il processo è assurdo… perché non c’è nessun colpevole, perché non c’è nessuna colpa.
La pena venne ridotta in appello a 4 anni, due dei quali condonati per il suo trascorso da partigiano.
Il reato di plagio venne dichiarato incostituzionale nel 1981 per indeterminatezza della fattispecie incriminatrice anche grazie alla battaglia di civiltà condotta dai radicali, nel film ricordati da Gianni Amelio con l’inserimento di un breve cameo di Emma Bonino.
Guardo un’intervista a Gianni Amelio in cui, parlando della vicenda Braibanti e dei cambiamenti intervenuti nella nostra società da quell’epoca ad oggi si domanda se loro, quei giovani che pensavano di cambiare il mondo in poche ore, abbiano fatto abbastanza, immaginando quel gruppetto sparuto di studenti catanzaresi con la passione per il cinema, il teatro, la musica, la pittura, la letteratura, che con quelle armi volevano compiere una “rivoluzione” che avrebbe dovuto condurre ad una società migliore. Si maestro Amelio tanto è stato fatto, ma tanto c’è ancora da fare: è necessario che ognuno di noi si impegni quotidianamente per migliorare questa società, per non lasciare che si “incattivisca” ulteriormente, per impedire che il processo regredisca verso una concezione illiberale del diritto.
Nel film Braibanti dice: “Non voglio essere un martire: né mostro né martire”.
Noi quotidianamente continueremo la battaglia per far sì che le persone imputate non siano più né mostri né martiri.
*Avvocato, Consigliere del Direttivo della Camera Penale di Catanzaro “Alfredo Cantàfora”
(Pubblicato su Ante Litteram n.1-aprile 2025)
