Nome dell'autore: camerapenale

PERCHÉ MAI CI DOVREBBE VOLERE CORAGGIO PER DIRE LA VERITÀ? UN NOBEL CHE FA LA PACE

di Daniela Piana* >Scarica l’articolo< Navanethem “Navi” Pillay deve essere uscita dalla sala della cerimonia con il pensiero al procedimento Gambia contro Myanmar. In tempi di fabbricazione di verità parallele di falsi veridici di prove contraffatte di forme artificiose e subdole di lor dicenti veritieri messaggi rivelatori la frase di Navi suona così semplice da fare tornare bambini. Ne abbiamo bisogno. Dire la verità è la sola cosa che è naturale, che è parte della vita. Perché la vita è la verità. Uno straordinario ed unico percorso di vita attraverso tutte le forme di barriere alle eguaglianze di trattamento che si possano immaginare. Navanethem Pillay sudafricana è stata la prima giudice donna non bianca nell’alta corte del Sud Africa, quando nel 1995 Nelson Mandela Presidente della Repubblica sudafricana promosse la creazione delle istituzioni di garanzia ad ancoraggio e consolidamento del processo di costituzionalizzazione e di democratizzazione contro l’Apartheid. Non esiste una sola forma di diseguaglianza che sia stata nell’alveo della azione di difesa advocacy riflessione dottrinaria e public engagement di Navanethem “Navi” Pillay. Contro la discriminazione omosessuale, contro la discriminazione razziale, personale esemplificazione del contrasto alla diseguaglianza di genere nell’accesso a ruoli apicali nella magistratura nei paesi che si affacciavano alla esperienza democratica, contro le forme di discriminazione culturale fra etnie dello stesso Paese, Navi si è mossa con la stessa leggiadria che l’ironia di una mente intelligente fine e certa di quale sia il punto in cui si trova il giusto mezzo – l’imparzialità – può avere. L’esperienza riflessa della sua vita echeggia nella frase pronunciata nel momento del conferimento del premio Nobel. Perché mai scomodare la categoria del coraggio per giustificare la espressione della verità? Vi è in quella parola qualcosa di più. Non è solo la verità. È la autenticità della trasparenza a sé stessi nella misura in cui si abbia all’interno quell’occhio imparziale che sa distanziarsi e dunque tenere il filo di ciò che resta al di là dell’io del tu del noi del voi del loro. Il filo che resta nella imparzialità. Una postura che viene prima di qualsiasi struttura ordinamentale, la quale, quella postura, coadiuva nel suo esprimersi e darsi in prassi in e per la giurisdizione, in forme di dialogo e di contraddittorio. Ma prima viene la postura. Di qui la forza intangibile della formazione e della crescita di carattere culturale. Al di là del muro di qualsiasi forma di differenza sta l’ancora della cultura, dai due lati del “al di là” e al di qua”. Così fra chi è detenuto e chi è nella società libera, fra chi è in situazioni indigenti e chi è in situazioni agiate, così fra chi è in situazioni di fuga dalla propria patria e chi può beneficiare della pace. Di qua e di là l’unico ponte su cui costruire la progettualità di una società migliore è data dalla cultura che dia vita e verità alla effettiva tutela dei diritti. I diritti senza la cultura dei diritti e la cultura di una costruzione di regole che quei diritti inverino restano possibilità sognate. In attesa di diventare verità. Accesso a quei diritti significa impegnarsi sullo spazio e il tempo che stanno fra la possibilità dell’eguaglianza e la verità della equità. Si badi. Non solo l’istruzione, che pure parte della cultura è. È la istruzione nutrita di quei principi che attengono alla priorità della umana autonomia, della storia e della memoria, della consapevolezza rispettosa di chi si è e di chi sono le altre persone. Nel conoscere sta la radice della pace. Di qui l’orrore della distruzione di tutto ciò che è sapere. Di qui l’obbligo che ci compete di promuovere la cultura delle nuove generazioni. Navanethem “Navi” Pillay ha attraversato le barriere che caratterizzano questo pianeta facendone esperienza. Un messaggio per il diritto e i diritti? Sì. Nel Nobel per la pace sta l’intuizione stessa di un metodo. La pace non è un risultato. È un metodo di vita. Non è accondiscendente, non evita le domande scomode, non rifiuta il contraddittorio. Ma è nella crescita di un occhio attento a considerare fra le conseguenze di ciò che si dice e ciò che si fa quel quid che può avere valore al di là dell’io dell’ora del qui. È il principio della imparzialità nutrito di una aspirazione poetica. “Io conosco il canto dell’Africa, della giraffa e della luna nuova distesa sul suo dorso… ma l’Africa conosce il mio canto?” scriveva Karen Blixen. Ecco facciamo che il nostro canto sia intonato non solo per coloro che conosciamo adesso, ma anche per coloro che non conosciamo e mai conosceremo, che abbiamo conosciuto e ci hanno insegnato il valore dell’occhio imparziale gentile e impegnato capace di guardare oltre le macerie. Facciamo sì che possa esservi traccia nelle norme che scriviamo nelle prassi istituzionali che promuoviamo di una nota leggiadra e gentile capace di navigare tempo e spazio in ascolto di chi ora non c’è, ma ci sarà, di chi c’è stato. Si chiama priorità del diritto sulla politica. Lo diamo per scontato. Scontato non lo è. Non lasciamo che siano gli altri a fare per noi. Facciamolo noi. Perché noi siamo anche gli altri.    *Ordinaria di Scienze politiche nell’Università di Bologna      

PERCHÉ MAI CI DOVREBBE VOLERE CORAGGIO PER DIRE LA VERITÀ? UN NOBEL CHE FA LA PACE Leggi tutto »

LA BELLEZZA CHE ATTECCHISCE NELL’ABISSO: LA REDENZIONE DI GIANFRANCO RUÀ

di Pantaleone Pallone*– Non occorre aver completato da subito ogni pagina di un libro per comprenderne la direzione dell’anima, ma occorre poi attraversarlo fino in fondo per trovare la conferma di ciò che si era solo intuito. Quando, al termine della presentazione all’Ateneo “Magna Graecia” di Catanzaro, ho affidato ad Arcangelo Badolati il mio sussurro sulla pagina della dedica – “Nell’infinito respiro di Cristo anche i tuoi capelli sono stati accarezzati: sei un uomo fortunato ” – intendevo anticipare ciò che la successiva e attenta lettura di Fuga dall’inferno. La redenzione letteraria di Gianfranco Ruà mi avrebbe spalancato davanti agli occhi: la prova che la bellezza e la dignità umana possono rinascere anche nell’abisso più oscuro, persino nella reclusione del regime di 41-bis. Il cuore dell’esperienza raccontata da Badolati non sta nella celebrazione di comodo o nella cancellazione del male compiuto, ma nella frattura radicale del pregiudizio. Rimanere per trentun anni accanto a un uomo che ha incarnato una storia di terrore significa accettare di camminare sull’abisso. Ma la svolta, il punto esatto in cui la narrazione del cronista incontra la presenza di una Grazia immanente, passa attraverso la costellazione d’amore che cinge l’uomo Ruà: la moglie Laila, la figlia Eva e lo stesso Badolati, il cui sguardo di giornalista abbandona la corazza della diffidenza di fronte alla nuda verità degli affetti. Nelle pagine dedicate all’altra metà del cielo, si svela un’umanità al femminile di rara statura etica. Laila Gagliardi, travolta nel 1992 dal crollo dell’arresto del marito poche settimane dopo le nozze, sceglie una condotta fatta di garbo, buonsenso e totale assenza di rancore o prepotenza. Laila non sa mentire, ma ha saputo soffrire in silenzio per non far pesare il dolore sulla figlia. Per proteggere Eva quando era piccolissima, le raccontava che il padre “lavorava in una fabbrica”; ma la lucidità della bambina, emersa già a tre anni e mezzo di fronte alle sbarre, “…Ma tu cosa hai fatto? Hai rubato?”, ha spinto i genitori a un percorso di totale e delicata verità. Un’educazione “goccia a goccia”, senza forzature, dove il padre ha imparato a raccontarsi per ciò che è diventato, distinguendo con nettezza il passato dal presente. È un amore “leggero ma mai superficiale”, sostenuto dalla forza inossidabile della famiglia d’origine di Laila: genitori, zii e cugini che hanno saputo “guardare oltre”, accogliendo l’uomo senza giudicare e riempiendo i vuoti fisici con una presenza costante. Questo scudo di affetti ha permesso ad Eva di crescere serena, laurearsi in Farmacia e vivere il legame con il padre con una maturità disarmante fin dai primi colloqui, quando si staccava da lui senza piangere, mossa da un’intesa quasi telepatica. È stato proprio questo amore filiale, puro e disarmato, a spezzare le difese del giornalista e a placare l’anima del padre. Quel legame ha reso il cuore di Badolati libero dalla paura e ha permesso a Ruà di scorgere il valore supremo della vita. Accanto all’amore familiare, opera il “miracolo laico” della cultura. Gianfranco Ruà ha trasformato le sbarre in uno scrittoio e i libri nel proprio ossigeno. Il cammino che lo ha condotto alla laurea con lode è passato dal rigore di Spinoza, Goethe, Kafka, Proust e Schopenhauer, fino alla rilettura critica del Tasso e dell’Ariosto: laddove un tempo scorgeva la giustificazione di un falso codice d’onore criminale, lo studio gli ha svelato l’inganno, mostrandogli che la violenza è schiavitù e non potenza. Con l’aiuto della meditazione, il rimorso si è fatto maestro, consentendogli di esplorare l’interiorità e distinguere l’uomo di oggi dagli errori di ieri. Il dibattito promosso all’Ateneo “Magna Graecia” di Catanzaro, sotto la guida del Prof. Domenico Bilotti e con l’autorevole apporto di figure del foro come l’Avv. Francesco Iacopino, Presidente della Camera Penale di Catanzaro, ha saputo ricondurre questa vicenda entro le coordinate della civiltà giuridica. Dalle parole del Presidente Giuseppe Spadaro sul dovere costituzionale del recupero, alle analisi della Dott.ssa Sabrina Garofalo e dell’Avv.ta Antonella Canino sul rispetto fermo della memoria delle vittime, è emerso che la redenzione non cancella la colpa, ma la mitiga e riafferma la dignità inalienabile di ogni essere umano. La fiducia che germoglia laddove c’era solo timore è la prova tangibile di come la vita possa riemergere dagli abissi più oscuri. Laddove il Diritto applica la norma e misura la pena, la fedeltà di una moglie, la grazia di una figlia e l’onestà di un giornalista custodiscono la speranza, ricordandoci che persino nell’ombra più fitta il respiro della misericordia non smette di sfiorare l’uomo oltre l’errore. *Avvocato, direttore di Ante Litteram

LA BELLEZZA CHE ATTECCHISCE NELL’ABISSO: LA REDENZIONE DI GIANFRANCO RUÀ Leggi tutto »

COSÌ PROVIAMO A CAMBIARE IL CSM. PARLA EDOARDO D’AMBROSIO

di Francesco Iacopino*– <Scarica l’articolo> Edoardo D’Ambrosio, magistrato e portavoce del Comitato “Altra Proposta”, presiede la sezione penale del Tribunale ordinario di Crotone ed è tra i promotori dell’iniziativa che ha scelto di mettere in discussione il tradizionale sistema di selezione della rappresentanza al CSM attraverso il sorteggio dei candidati. Un progetto nato fuori dalle correnti e dalle appartenenze associative, che arriva ora al suo primo vero banco di prova: le elezioni del 25 e 26 ottobre. Dopo mesi di confronto e dopo la selezione dei candidati, abbiamo chiesto a D’Ambrosio di tracciare un primo bilancio dell’esperienza e di spiegare se quella di “Altra Proposta” possa diventare un modello alternativo di autogoverno. Allora Presidente, cos’è successo? «È successo che il notaio a cui ci siamo rivolti ha mescolato in ordine casuale, tramite una funzione informatica, l’elenco dei magistrati eleggibili di cui disponevamo, ossia di quelli aventi almeno la terza valutazione di professionalità (circa 6.500 magistrati). Dell’elenco così formato in ordine casuale, abbiamo interpellato tramite email – a scorrimento dell’elenco stesso – i primi mille magistrati circa, fino a che non abbiamo trovato quelli necessari a coprire tutti i collegi elettorali previsti dalla legge, disponibili ad accettare la candidatura, che alla fine sono stati 10. In percentuale, ha accettato un sorteggiato su 100 circa… È comprensibile, dato che accettare una candidatura senza apparati di sostegno alle spalle non è da tutti; molti per altro non hanno accettato per situazioni personali particolari (figli in tenera età, genitori anziani, etc.). Devo dire che molti colleghi, pur non accettando la candidatura, hanno comunque manifestato solidarietà e sostegno all’iniziativa, e questo ci ha incoraggiato molto…»   Avete scelto di presentarvi senza un programma comune. È una scelta che può apparire liberatoria, perché sottrae i candidati alle logiche di gruppo, ma anche rischiosa: senza un programma, come si costruisce una rappresentanza? E soprattutto, come si fa a evitare che il “non programma” diventi, nel tempo, l’anticamera di una nuova aggregazione? «L’obiettivo dell’iniziativa è proprio quello di dare attuazione all’idea che il CSM non sia un organo rappresentativo delle idealità dei magistrati, delle diverse “sensibilità culturali” (come dicono le correnti), ma un organo tecnico di alta amministrazione e soprattutto imparziale e di garanzia per tutti i magistrati. Abbiano chiamato a candidarsi magistrati che senza l’estrazione a sorte non avrebbero mai avuto l’opportunità di partecipare all’organo di autogoverno, pur avendone i requisiti di legge. Per noi del Comitato condizioni necessarie e sufficienti a svolgere la funzione di Consigliere del CSM sono (oltre ai requisiti di legge – ossia, esperienza professionale e incensuratezza disciplinare) l’indipendenza da vincoli di gruppo, perché il Consigliere deve decidere secondo legge e secondo coscienza, nel merito delle questioni che gli vengono sottoposte. E il magistrato svincolato dalle correnti è nelle condizioni ideali per esercitare il suo mandato secondo tali criteri di merito, applicando il metodo di studio delle questioni a cui è chiamato quotidianamente nell’esercizio delle sue funzioni giurisdizionali. Applicando tale metodo direi che è da escludersi la formazione precostituita di gruppi nell’esercizio del mandato consiliare, se non appunto di gruppi estemporanei e occasionati dalla convergenza nel merito delle questioni. È ciò che prescrive peraltro il Codice etico europeo dei Consigli di giustizia, in cui al requisito di “indipendenza” è scritto per tabulas che i singoli consiglieri devono evitare la formazione delle decisioni per appartenenza a gruppi che prescindano dal merito delle questioni».   Il passaggio decisivo sarà ciò che accadrà dopo il voto. Se alcuni candidati di “Altra Proposta” saranno eletti, entreranno in un CSM nel quale continueranno a essere presenti consiglieri espressione delle diverse componenti associative. Come pensate di incidere sulle decisioni senza trasformarvi, a vostra volta, in un gruppo organizzato? E quali garanzie può offrire “Altra Proposta” affinché una proposta nata per superare le logiche di appartenenza non finisca per riprodurle? «Innanzitutto speriamo che i candidati sorteggiati da Altra Proposta trovino il consenso dei colleghi elettori e siano eletti anche in numero superiore ad uno, cosicché si creino le condizioni materiali per essere un gruppo. Dopodiché, il rischio che esercitino le loro funzioni nel modo consueto dei gruppi organizzati non credo che sia concreto, proprio per le ragioni che ho detto rispondendo alla domanda precedente. Ciascun consigliere indipendente eserciterà le funzioni sul merito delle singole questioni, non dovendo dare conto delle sue decisioni a nessun altro se non alla legge e alla propria coscienza. Se invece non sarà eletto più di uno dei candidati sorteggiati, la prospettiva è quella del “modello Mirenda”: il riferimento è al dott. Andrea Mirenda, che consideriamo esempio concreto di esercizio indipendente della funzione di consigliere superiore, non espressivo di alcun gruppo, candidato per sorteggio, che ha dato ottima prova della bontà del metodo che proponiamo, grazie al suo ruolo di denuncia delle situazioni opache e di imparzialità nell’esercizio delle funzioni (a prescindere dal merito delle decisioni assunte, che consideriamo prerogativa indisponibile di ciascun consigliere)».   Uno degli obiettivi dichiarati di “Altra Proposta” è restituire credibilità all’autogoverno. Ma la credibilità non dipende soltanto da chi siede nel CSM: dipende anche dal modo in cui vengono assunte le decisioni. Quali cambiamenti concreti ritenete indispensabili nel funzionamento del Consiglio perché le sue scelte siano più trasparenti, verificabili e comprensibili, soprattutto quando si tratta di nomine e incarichi direttivi? «Sicuramente nelle nomine dei direttivi e di tutti gli altri incarichi giudiziari, così come nei giudizi disciplinari, i consiglieri indipendenti dall’investitura correntizia non avranno alcun collega da proteggere, né tantomeno da penalizzare».   Arriviamo al voto. Che cosa chiedete ai magistrati il 25 e 26 ottobre? E soprattutto: qual è il primo segnale di cambiamento che vi piacerebbe registrare all’indomani della competizione elettorale? Se non dovesse arrivare, sarebbe una sconfitta elettorale o la dimostrazione che il sistema che avete contestato è ancora troppo forte per essere scalfito? «La nostra iniziativa nasce proprio con l’obiettivo di offrire ai colleghi elettori un’alternativa concreta innanzitutto ai candidati di corrente, perché riteniamo che il CSM rappresentativo delle correnti non sia messo nelle condizioni di esercitare le sue funzioni in maniera imparziale e trasparente come

COSÌ PROVIAMO A CAMBIARE IL CSM. PARLA EDOARDO D’AMBROSIO Leggi tutto »

Torna in alto