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ALDO CASALINUOVO RICORDA ANTONIO TALERICO

di Aldo Casalinuovo – <Scarica l’articolo> Consentitemi di esprimere, innanzitutto, il mio più vivo apprezzamento per questa nuova iniziativa della nostra Camera Penale, oggi brillantemente presieduta dal collega Francesco Iacopino, che ricalca fedelmente quella tenutasi nel 2003, nata da un’idea dell’amico Enzo Ioppoli, allora presidente dell’associazione. Non si è indugiato – per quanto abbiamo fin qui assistito – nostalgicamente al passato o a rievocazioni agiografiche dei Colleghi che sono stati ricordati. No: si sono ricordati, con sentimento ma anche con grande puntualità ricostruttiva, professionisti e soprattutto uomini che hanno lasciato un segno nella memoria e nei sentimenti collettivi non soltanto della nostra comunità forense. Ingegni multiformi – così li vorrei definire – che hanno sviluppato il loro impegno, certo e innanzitutto, nella professione, ma anche nella politica e più latamente nella sfera sociale e civile della realtà in cui essi hanno vissuto e operato. E attraverso il loro ricordo, in questi nostri incontri, si sono rievocati importanti segmenti di vita collettiva, al di là appunto dell’aspetto strettamente professionale che più direttamente ci riguarda, che hanno costituito, per così dire, un valore aggiunto di sicuro interesse delle belle relazioni che abbiamo fin qui ascoltato e, certamente, anche di quelle che seguiranno. Si è detto più volte che queste occasioni di incontro e di approfondimento “servono” innanzitutto ai Colleghi più giovani, giacché attraverso il ricordo degli illustri avvocati del passato essi apprendono e accrescono il loro bagaglio culturale e di conoscenza; e ciò è certamente vero. Ma io credo che, in fondo, tali incontri siano stati e siano utili anche per i Colleghi non più giovani, perché in un mondo così profondamente mutato negli ultimi decenni, “rivedere” il percorso compiuto – attraverso appunto la rievocazione di persone, immagini, situazioni del nostro recente passato – non può che farne apprezzare ancora di più l’importanza e la bellezza dello stesso. Accingendomi a parlare dell’Avvocato Antonio Talerico, devo fare, come alcune volte capita nell’introduzione dei libri, una piccola “glossa” iniziale ed esplicativa. Per me egli è innanzitutto “Totò”, e capiterà dunque sovente in questa mia relazione di appellarlo molto semplicemente così. Il motivo è presto detto: egli fu amico di gioventù di mio padre, suo compagno di scuola sui banchi del nostro prestigioso e storico liceo classico Pasquale Galluppi; e si sa, le amicizie che nascono sui banchi di scuola e durano per tutta la vita diventano qualcosa di molto simile alla fratellanza. E loro, infatti, furono senza alcun dubbio legati da fraterna amicizia. Così mio padre, allora presidente della Camera Penale, lo ricordò nel corso della commemorazione che si tenne in Corte d’Appello il 2 gennaio 2006, al momento della sua dipartita: “Rendere l’estremo saluto e il più commosso omaggio ad Antonio Talerico, mentre ci lascia per sempre, non è soltanto un dovere che io compio a nome di tutti i colleghi della Camera Penale, ma è un sentitissimo bisogno dell’animo mio: perché con lui vissi gli anni indimenticabili della scuola e della giovinezza, il nostro rapporto fu sempre improntato a sentimenti fraterni; mi fu sempre vicino nei momenti lieti e soprattutto nei momenti tristissimi del mio passato. Negli anni del liceo lo ebbi per la prima volta compagno di classe. Proveniva dagli istituti arcivescovili e si fece subito voler bene da me e dagli altri compagni…”. Totò, come sappiamo, veniva da un piccolo paesino della presila catanzarese – Pentone – e alloggiando come convittore al Galluppi, divenne ben presto un componente aggiunto della mia famiglia. Legò moltissimo anche con zio Aldo, fratello maggiore di papà; mia nonna ebbe sempre per lui sentimenti che possono definirsi materni. Ne conservava sempre un ricordo affettuoso e, simpaticamente, ogni tanto rievocava i malanni veri o presunti che portavano Totò, di tanto in tanto, ad esprimere la volontà di saltare qualche giornata di scuola, con la ferma contrarietà di mia nonna. Era così legato a papà che quando nel luglio del 1943 il suo fraterno amico decise, assecondando la sua passione per il mare, di partire come volontario per l’Accademia Navale di Livorno, Totò non esitò a manifestare la volontà di seguirlo in quella avventura. Rinunciò poi – se oggi non ricordo male i loro racconti – per un problema di vista. Ma la particolarità, invero, era un’altra: Totò voleva seguire papà e iscriversi all’Accademia Navale di Livorno, pur non sapendo nuotare! Evidentemente, tanto era il desiderio di seguire il suo amico del cuore in quella nuova esperienza, che poi però costò a mio padre, dopo l’armistizio dell’8 settembre del ‘43, quasi due anni di prigionia nei campi di lavoro nazisti prima a Markt Pongau e poi a Imst in Austria. Nel mio personale ricordo, invece, vi è l’occasione del primo cimento professionale presso la Pretura di Taverna. Mio padre, tornato alla professione dopo la lunga e impegnativa “parentesi” politica, mi aveva affidato a lui – io giovane praticante – per l’esordio dinanzi l’Autorità giudiziaria, e se ne creò l’occasione per una causa di rissa e lesioni, dinanzi al Pretore di Taverna. Era il 1987. Il ricordo è ormai piuttosto sfumato, ma le immagini, sia pur fugaci, di quella giornata sono ancora nella mia mente: la piccola aula della pretura, i colleghi impegnati nella causa, il viso bonario del pretore. Ma soprattutto l’attenzione, quasi paterna direi, che Totò prestava al giovanissimo collega affidatogli dal suo fraterno amico per il primo cimento professionale in un’aula di giustizia penale. “L’Avvocatura è cultura, arte, missione, sacerdozio, impegno supremo di ogni risorsa intellettuale e spirituale”: con queste magnifiche parole, Alfredo Cantàfora, nel corso della cerimonia di assegnazione della Toga d’oro in Corte d’Appello, nel 1983, descriveva la nostra professione. E sono parole, direi, che si attagliano perfettamente alla figura dell’avvocato Talerico, per il quale l’Avvocatura fu certamente impegno totalizzante e ragione di vita. Che Avvocato fu Totò Talerico? Io lo definirei un avvocato “classico”, con un aggettivo che potrebbe apparire generico, ma che in realtà abbraccia compiutamente e in modo coerente la poliedrica personalità della sua figura. Lo fu, innanzitutto, nell’esercizio della professione, “sul campo” per così dire: dalla conoscenza approfondita

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REPORT SULLA VISITA ALL’ISTITUTO PENALE PER MINORENNI DI CATANZARO

Il Direttivo – Camera Penale di Catanzaro “Alfredo Cantàfora”*– 1.Premessa e finalità della visita Il 2 settembre 2026, una delegazione della Camera Penale “Alfredo Cantàfora” di Catanzaro, guidata dal presidente Francesco Iacopino, insieme al vicesindaco Giusi Iemma e al presidente del Consiglio comunale Gianmichele Bosco, ha effettuato una visita istituzionale presso l’Istituto Penale per Minorenni di Catanzaro. La delegazione è stata accolta dal direttore Francesco Pellegrino, dai suoi collaboratori, dal comandante della Polizia Penitenziaria e dal personale dell’Istituto. La visita ha avuto l’obiettivo di conoscere direttamente le condizioni di vita dei ragazzi presenti, verificare lo stato delle attività trattamentali e formative, approfondire le principali criticità organizzative e individuare possibili forme di collaborazione tra l’Istituto, le istituzioni locali, la Camera Penale e il territorio. Attualmente sono presenti 34 ragazzi, oltre la metà dei quali di nazionalità straniera.   2.Le principali criticità rilevate Nel corso dell’incontro è emersa una significativa sofferenza dell’organico della Polizia Penitenziaria, che incide sulla gestione quotidiana dell’Istituto, sulla sicurezza e sulla possibilità di assicurare con continuità le attività trattamentali. Sono stati inoltre richiamati gli episodi critici verificatisi nel mese di agosto, compresi alcuni incendi, che evidenziano la necessità di mantenere alta l’attenzione sulle condizioni di sicurezza e sull’adeguatezza delle risorse disponibili. La sicurezza e le condizioni di vita all’interno dell’Istituto costituiscono il presupposto indispensabile di ogni percorso educativo e rieducativo. Le carenze di organico, pertanto, non rappresentano soltanto un problema organizzativo, ma incidono sull’efficienza e sull’effettività dell’intero sistema dell’esecuzione penale. È stato tuttavia sottolineato che la dimensione custodiale non può esaurire la funzione dell’Istituto, il quale deve continuare a essere luogo di formazione, responsabilizzazione e preparazione al reinserimento sociale.   3.Le attività formative, culturali e sportive Nonostante le difficoltà, la visita ha consentito di conoscere numerose attività già avviate, che testimoniano l’impegno della direzione e del personale dell’Istituto. In particolare, sono state illustrate: . la frequentazione e la formazione presso gli istituti alberghieri; . i corsi di formazione professionale, tra i quali quello per pizzaiolo; . le attività scolastiche e formative; . i progetti culturali; . le attività teatrali; . le attività sportive, tra cui il calcio e gli scacchi; . le iniziative finalizzate a mettere in relazione l’Istituto con le scuole e con il contesto sportivo e sociale del territorio. Tali esperienze meritano di essere sostenute e ampliate, perché consentono ai ragazzi di acquisire competenze, sperimentare forme di responsabilità e costruire prospettive concrete per il futuro. La delegazione ha espresso apprezzamento per la generosità, l’attenzione e il costante impegno del direttore Francesco Pellegrino, dei suoi collaboratori e degli operatori dell’Istituto, il cui lavoro quotidiano rende possibile lo svolgimento delle attività e la costruzione di percorsi individualizzati.   4.La lettura e il valore del percorso educativo Particolare attenzione è stata dedicata al ruolo della lettura quale strumento di crescita personale, riflessione e consapevolezza. In questo periodo alcuni detenuti stanno leggendo il libro del professor Glauco Giostra, Se fioriscono le spine, che affronta il tema dell’importanza del percorso educativo all’interno degli istituti di pena e il ruolo fondamentale che la società può assumere per non lasciare soli i detenuti, facendoli sentire parte integrante di un progetto finalizzato al recupero e all’inserimento sociale. La lettura, insieme alle attività scolastiche, culturali e formative, può contribuire a rafforzare nei ragazzi la consapevolezza delle proprie responsabilità e la capacità di immaginare un futuro diverso. È inoltre in fase di progettazione, con la Camera Penale, il secondo Memorial dedicato al giudice Roberto Giglio, dopo il successo della prima edizione tenutasi lo scorso dicembre.   5.Il problema della documentazione e della regolarizzazione dei ragazzi stranieri Uno degli aspetti maggiormente rilevanti emersi durante la visita riguarda la condizione dei ragazzi stranieri, con particolare riferimento alla documentazione e alla regolarizzazione del titolo di soggiorno. Le difficoltà nei rapporti con le ambasciate, la complessità delle procedure e i tempi necessari per il perfezionamento degli adempimenti possono compromettere, una volta conclusa la detenzione, percorsi di integrazione già avviati attraverso la formazione, il lavoro e l’inserimento abitativo. Il rischio è che la macchina burocratica interrompa il processo di regolarizzazione proprio quando il ragazzo ha intrapreso un percorso positivo, determinando una vera e propria eterogenesi dei fini. Le norme contenute nel Testo unico sull’immigrazione, su questo punto, vanno corrette. Bisogna prevedere disposizioni che favoriscano la regolarizzazione delle persone che si sono già integrate nel tessuto sociale attraverso inserimenti lavorativi e abitativi. È stato evidenziato come lo straniero integrato, privato della possibilità di regolarizzare la propria permanenza in Italia, possa finire esposto all’irregolarità. In tal modo, la legge rischia di trasformarsi da strumento di integrazione e regolarizzazione in un ostacolo al perfezionamento di percorsi che meriterebbero di essere sostenuti. Questa contraddizione normativa deve essere affrontata sul piano politico e istituzionale, anche perché gli effetti prodotti possono risultare contrari agli obiettivi di sicurezza e integrazione dichiarati.   6.Le fragilità sociali e familiari La visita ha permesso di approfondire anche le condizioni personali e sociali che spesso precedono l’ingresso dei ragazzi nel circuito penale. Dietro l’errore che conduce alla commissione di un reato possono trovarsi situazioni di disperazione, povertà, solitudine, marginalità e mancanza di riferimenti. Per i ragazzi stranieri, l’assenza di familiari e di una rete affettiva in Italia può aggravare ulteriormente la condizione di fragilità. Questi elementi impongono una riflessione che non può limitarsi alla risposta sanzionatoria. È necessario intervenire prima dell’ingresso nel circuito penale, ma anche garantire, durante la detenzione e nella fase successiva, condizioni che impediscano il ritorno alle situazioni di marginalità. Il circuito penale deve diventare un’occasione di inserimento nel tessuto sociale, attraverso la garanzia di dignità, formazione, lavoro, autonomia abitativa e una rete affettiva e relazionale.   7.I progetti “il coraggio di un futuro migliore” e “Adozione in Città” In questo quadro assumono particolare importanza i progetti promossi dalla Camera Penale Cantàfora con Confartigianato, per favorire formazione e inserimento lavorativo (e “un futuro migliore”), e quello dell’“Adozione in Città”, condiviso e sottoscritto con la Diocesi, l’IPM, la Comunità Ministeriale, la Procura Minorile e il Tribunale per i minorenni, al quale aderirà anche il Comune di Catanzaro, che si propone

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IN MORTE DI EMONE. DIALOGO, CONTRADDITTORIO E FUNZIONE DIFENSIVA NELL’ANTIGONE DI SOFOCLE

>Scarica l’articolo< di Nunzio Citrella*– ​Il dialogo tra Emone e Creonte, inserito in un’opera nella quale ciascuna battuta presta il campo a profondissime riflessioni universali, è l’oggetto di questa breve osservazione orientata a fornire una chiave di lettura sulla tragicità della funzione di avvocato penalista che l’Antigone ci presenta con un impatto formidabile. ​Va premesso che Sofocle ci racconta una storia che fa proprio della universalità dei personaggi uno dei suoi maggiori punti di forza, indipendentemente dall’abito professionale indossato dallo spettatore: nel corso della sua vita, ciascuno spettatore è Antigone, Creonte, il Coro. ​Quando ci si approccia ad Emone, però, la storia cambia ed Emone può essere riletto, alla luce della teoria contemporanea della difesa penale, come paradigma della funzione dell’avvocato. Benché Sofocle non definisca mai Emone come un avvocato, trattandosi di figura al tempo inesistente, la posizione del nostro, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone, si colloca in uno spazio tragico in tutto e per tutto identico a quello occupato dall’avvocato; per questa ragione potremmo provocatoriamente definirlo, per dare l’idea, “avv. Emone, del foro di Tebe”. ​In quel breve e tragico scambio di battute con Creonte, Emone veste il ruolo di vero antagonista ponendosi volontariamente al centro dello scontro in atto tra i protagonisti della storia: a differenza di Antigone e Creonte, che per tutta la tragedia resteranno fermi nelle loro posizioni (Creonte sembra ravvedersi solo quando sarà troppo tardi), Emone si evolve, tenta un dialogo, lotta per amore usando le parole del potere, dimostra di amare in egual misura Creonte e Antigone. È quella che Martha Nussbaum descriverebbe come l’incarnazione di un’etica della flessibilità e della ragionevolezza, contrapposta al dogmatismo accecato dei due protagonisti principali. È un doppio amore, verso la promessa sposa e verso il padre; un doppio amore non corrisposto perché Creonte non lo ascolta e Antigone sembra talmente accecata dal suo desiderio di morte da non riuscire neppure a capire che l’amore/desiderio di vita di Emone potrebbe salvare tutti. ​Vediamo come entra in scena Emone, presentato dal Coro: «Vedo venire qui il tuo figlio più giovane, Emone: forse o spinge il sogno infranto del matrimonio? Il dolore per Antigone, per la sua sposa promessa?». ​L’avvocato Emone entra in scena già marchiato dal pre-giudizio del popolo: la profonda convinzione che l’interesse per cui egli si muove sia meramente personale. Per il popolo, Emone si muove per difendere il suo amore. ​Creonte, dal canto suo, è un Giudice che finge di non patire questo pregiudizio, ma nel suo “benvenuto” al figlio, limita implicitamente ed inesorabilmente lo spazio di manovra dialettica del figlio, costringendolo a scegliere: «Figlio, perché sei qui? La sentenza di tuo padre contro la tua fidanzata ti fa infuriare? Oppure ti resto sempre caro, qualunque decisione io prenda?». ​Con questa pressione, con questo ristretto e rischioso spazio argomentativo che gli resta per perorare la sua causa, Emone prende la parola, diremmo che “discute” il suo processo. Lo fa con una orazione che rispetta tutte le regole dell’oratoria classica e che è stata oggetto di svariate interpretazioni. ​Il figlio di Creonte, il figlio del potere, usa la lingua del potere, le strategie retoriche tipiche del potere non tanto per persuadere il padre a salvare la sua sposa, quanto per convincerlo a trovare una definizione condivisa della parola giustizia. ​Come nella formula del giuramento dell’Avvocato, Emone presta la propria opera «per i fini della Giustizia» o, come nella più enfatica formula abrogata nel 2012, «per gli interessi superiori della Nazione». ​La giustizia è per Creonte lo strumento di esecuzione dei suoi editti: «quello che è stato scelto dalla città: a lui bisogna obbedire, nelle questioni piccole e in quelle grandi, nella giustizia e nel suo contrario». Creonte incarna la giustizia del potere assoluto. ​La giustizia, per Antigone, coincide esclusivamente con l’imputazione. Spinta dal suo desiderio di morte, riduce la giustizia a mero strumento attraverso il quale compiere il suo progetto simbolico di contestazione assoluta e la invoca solo per scagionare la sorella Ismene. ​La giustizia di Emone è completamente diversa: si tratta di una giustizia nel nome del popolo di Tebe che ha l’obiettivo di mantenere la pace sociale ed è esercitata per l’appunto nell’interesse superiore della polis. ​Nel serrato dialogo che segue l’orazione di Emone questo concetto si coglie in tutta la sua drammaticità. La condanna a morte è contro la giustizia perché «il popolo di Tebe – la città intera – non la pensa così [come Creonte, n.d.r.]». Con quella sentenza, Creonte dimostra di andar bene solamente «per governare da solo una terra deserta». ​Si giunge quindi al momento che più di tutti delimita la funzione di Emone: ​CREONTE: «Il tuo discorso è tutto in difesa di quella» EMONE: «E di te, e di me! E degli dei di sotterra». ​Ecco che nella figura di Emone si congiungono, drammaticamente, tutte le visioni contrapposte, tutti gli inconciliabili assoluti. Come evidenziato da Alberto Andronico, di fronte all’incommensurabilità dei discorsi e alla dismisura delle posizioni di Antigone e Creonte, Emone cerca disperatamente di costruire un logos condiviso per evitare il crollo della polis. Nella sua risposta al padre, Emone conferma di parlare a difesa di Antigone, ma anche a difesa del potere visto che gli fornisce gli strumenti per risolvere un corto circuito che il popolo comincia a osteggiare. ​Il dibattito, il dialogo tra gli assoluti tentato da Emone rappresenta l’unico strumento attraverso il quale il potere riesce a metabolizzare la contestazione e sostanzialmente a perpetuarsi: in questo senso, quindi, tutti gli sforzi di Emone sono sorretti e ispirati dal desiderio di vita. La vita di Antigone, in primis, ma anche la “vita” del potere, incarnato da quel padre che ama. ​La fine dello scambio di battute tra padre e figlio coincide con il tramonto della speranza che il dialogo possa risolvere il conflitto. Creonte vuole «sempre parlare e non ascoltare mai le risposte». ​Tramonta la possibilità di utilizzo di una procedura predisposta dal potere, con il linguaggio del potere, che mantenga l’ordine sociale: è una sconfitta del desiderio di vita che conduce inesorabilmente alla

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