
di Francesco Iacopino*–
«Ricordare non è guardare indietro
È scegliere da che parte andare»
Ci sono iniziative che nascono in un momento preciso e da una volontà ben definita, ma che, nel tempo, rivelano un respiro più ampio. Sono capaci di durare, di risuonare, di trasformarsi in qualcosa di più profondo: una traccia, una memoria viva, un filo che unisce generazioni. Così è stato nel 2004, quando il Presidente Enzo Ioppoli concepì e realizzò il primo ciclo di incontri dedicato a «[i] penalisti di ieri nel ricordo dei penalisti di oggi, come esempio per i penalisti di domani».
Quel titolo non era solo un’intestazione. Era una dichiarazione di senso, una visione. In quelle parole si condensavano l’omaggio a chi ci ha preceduto, la coscienza del nostro esserci oggi e, soprattutto, l’impegno – morale e civile – verso chi verrà.
A distanza di vent’anni, quella visione non ha perso intensità. Anzi. Ha continuato a vibrare sotterraneamente, sedimentandosi come patrimonio condiviso e, oggi, si è riaccesa con rinnovata forza. Non è stato un caso, né un tributo dettato dal tempo. È stato un gesto voluto, sentito, quasi necessario. Perché in questi due decenni si sono congedati dalla vita molti Maestri. Non solo grandi avvocati, ma figure che hanno incarnato, ciascuna a modo suo, una tensione etica, una dedizione assoluta, un modo alto di intendere la professione. Abbiamo voluto ricordarli. Non con il tono spento delle commemorazioni formali, ma attraverso un ciclo di incontri che fosse insieme memoria, testimonianza e restituzione. Li abbiamo nominati, evocati, raccontati. Uno ad uno, con rispetto e intensità. Ogni incontro è stato un rito laico e corale, in cui si sono intrecciate le voci dei familiari, degli allievi, dei colleghi, degli amici. Ma anche di magistrati, rappresentanti delle istituzioni, studiosi, uomini e donne della società civile.
Ciò che ne è emerso è andato oltre ogni aspettativa. Non si è trattato solo di esercitare la memoria, né di rendere omaggio a figure esemplari: si è aperto un varco emotivo e profondo, in cui si sono intrecciati pensieri, emozioni, frammenti di vita condivisa. In molti momenti è parso di poterli rivedere, quasi presenti: nei gesti narrati, nelle espressioni evocate, nei ricordi che – uno dopo l’altro – hanno ridato voce alla loro passione, forma al loro rigore, sostanza al loro modo di essere avvocati. Abbiamo ricordato: Mario Casalinuovo, Bruno Dominijanni, Nino Gimigliano, Giovanni Lepera, Francesco Carlo Parisi, Saverio Pittelli, Giuseppe Seta, Francesco Staiano, Antonio Talerico.
Uomini dalle personalità diverse, dai percorsi differenti, ma accomunati da un tratto inconfondibile: l’amore autentico e profondo per la toga. Un amore che non era affermazione di sé, ma servizio alla giustizia. Un amore che si traduceva nella cura per la parola, nel rigore della preparazione, nella compostezza dei gesti, nella passione per la verità processuale, nell’ascolto dell’altro.
«Essere avvocato significa, prima di tutto, portare addosso la sorte degli altri», scriveva Giuseppe Zanardelli.
E noi abbiamo rivisto in ognuno di loro la piena incarnazione di questa frase. L’avvocatura come vocazione, prima ancora che come professione. L’impegno quotidiano come atto di responsabilità verso il diritto, ma soprattutto verso l’umano che il diritto contiene e protegge.
C’è chi tra loro ha scelto la politica, chi si è dedicato alla formazione, chi ha dato un contributo silenzioso ma decisivo nelle battaglie civili più difficili. Tutti, però, hanno saputo farsi guida. E ciò che più ci ha colpito – e forse sorpreso – è stata la consapevolezza che, in fondo, un Maestro non scompare mai del tutto. Resta. Nel lessico che ha lasciato, nello stile che ha trasmesso, nei princìpi che ha incarnato. Resta in un consiglio dato al momento giusto. In un esempio che, senza bisogno di spiegazioni, ha orientato le scelte di altri.
«Un uomo non muore mai se c’è qualcuno che lo ricorda», scriveva Ugo Foscolo. E noi li ricordiamo. Con una commozione che è fatta non di nostalgia, ma di gratitudine e di luce. Perché ogni Maestro lascia una luce. Una traccia di senso. Una possibilità per chi viene dopo. Ed è questo, in definitiva, il cuore del nostro percorso. Non la semplice rievocazione di un passato glorioso, ma l’assunzione di una responsabilità collettiva: quella di custodire ciò che ci è stato trasmesso e, insieme, rigenerarlo. Di continuare a camminare su una strada segnata, sì, ma da percorrere con lo sguardo rivolto avanti.
«Ricordare significa assumersi il compito di continuare ciò che è stato giusto», ci ha insegnato Norberto Bobbio.
A tutti coloro che hanno reso possibile questo ciclo di incontri va il mio più profondo ringraziamento. A chi ha creduto nel progetto, a chi ha offerto il proprio tempo, la propria voce, la propria emozione. A chi ha condiviso ricordi con generosità e rispetto.
Un ringraziamento particolare va agli avvocati che hanno dato forma viva a questo percorso: Enzo Ioppoli – che ne è stato l’origine, l’impulso e l’anima – Nicola Cantàfora, Giuseppe Carvelli, Aldo Casalinuovo, Felice Foresta, Massimo Gimigliano, Emma Izzi, Valerio Murgano, Anselmo Torchia. È grazie a loro – a noi, insieme – se oggi possiamo dire di aver costruito qualcosa che va oltre l’omaggio. Abbiamo dato sostanza alla memoria. L’abbiamo fatta vivere. L’abbiamo trasformata in eredità attiva.
Albert Camus ci ricorda che «chi ha camminato con i giusti non teme il tempo: sa dove mettere i passi».
Ecco il nostro impegno: dire a chi verrà dopo – guarda lì, guarda loro. È possibile fare l’avvocato così. È possibile essere persone così. E se oggi ci sentiamo più consapevoli, più solidi, più veri, è perché li abbiamo avuti accanto. E, in fondo, li abbiamo ancora.
*Presidente Camera Penale di Catanzaro “Alfredo Cantàfora” (Prefazione Atti Incontri)
