
di Massimo Gimigliano –
Ringrazio la Camera penale di Catanzaro per avermi dato l’onore di celebrare la figura di Bruno Dominjianni: avvocato, politico, intellettuale, tra le menti più vivaci della nostra città e della nostra regione. Difficile il compito affidatomi e irto di ostacoli, perché quando l’avvocatura sposa la politica nasce un matrimonio di altissima levatura etica e morale, destinato a durare e a lasciare un segno indelebile tra i consociati, a lasciare un ricordo inossidabile dal tempo. L’avvocato tutela i diritti fondamentali dell’individuo, quelli che non solo la nostra Costituzione ma anche il nostro comune sentire ritiene imprescindibili e inalienabili, perché nati con l’uomo ed espressione della sua profonda umanità, prima ancora di essere espressione codificata di civiltà giuridica.
Il politico nasce per rappresentare il popolo e le mille esigenze della collettività. È l’anello di congiunzione privilegiato tra la gente comune e gli apparati dello Stato e delle sue articolazioni, ha l’altissimo compito di portare nelle assemblee i bisogni dei più deboli, che hanno più necessità di affrancarsi dall’oppressione materiale e psicologica generata dal bisogno, che più degli altri temono le conseguenze di scelte politiche che contribuiscono all’emarginazione sociale.
L’intellettuale è quello la cui mente è affacciata sul mondo, che dall’alto del suo pensiero vede quello che gli altri non vedono, che sente e percepisce quello che gli altri difficilmente sentono e percepiscono. È l’attento osservatore della realtà materiale, è il pioniere, l’avanguardista di quello che sarà, traccia il futuro, dipinge le tele della conoscenza. Bruno Dominjianni ha dato un grande contributo alla nostra comunità, perché, grazie alla sua mente fertile e raffinata, ha racchiuso in sé le tre figure che ho poc’anzi richiamato (di avvocato, di politico e di intellettuale). È stato quello che i mercanti, con una terminologia che rende perfettamente l’idea, chiamano “merce rara”.
Per capire fino in fondo il personaggio del quale oggi stiamo celebrando la memoria, occorre richiamare brevemente qualcosa della sua biografia, nella quale rinveniamo anche le radici del suo pensiero e della sua formazione.
Nasce a Sant’Andrea Apostolo dello Jonio nel 1922 e, come gran parte della popolazione maschile dei borghi rurali della fascia jonica, emigra col padre negli Stati Uniti d’America, dove resterà a lungo, pur con frequenti ritorni in Italia.
Quando rientra in via definitiva nel suo paese, con alle spalle il trauma dell’emigrazione, ha già le idee chiare su quello che sarà il suo futuro, perché abbraccia sin da subito le problematiche della realtà contadina, facendo così una scelta di campo irreversibile sul piano prima ideologico e poi umano e sociale: quella di schierarsi dalla parte dei più deboli, degli oppressi, di chi subisce gli abusi legati al potere economico e all’ingiustizia del latifondo.
Occorre ovviamente contestualizzare: siamo negli anni immediatamente successivi al dopoguerra e la civiltà contadina in Italia produce il 50% del prodotto interno lordo nazionale. Quella che veniva avvertita come esigenza di una minima unità colturale (lo spazio minimo vitale per la coltivazione del fondo e per trarne i guadagni per il fabbisogno familiare), messa poi alla base della riforma agraria del 1950, ancora non era stata contaminata dalle nuove idee di economia agraria e quindi dalla necessità del mondo contadino di creare organizzazioni più ampie e moderne (cooperative e consorzi) allo scopo di essere competitivi sui mercati.
Tutto ciò significava una cosa sola: l’attaccamento viscerale del contadino alla terra, di quel piccolo spazio vitale che gli consentiva di trarne il sostentamento per sé stesso e per la sua famiglia. Quella terra messa al centro di tante novelle verghiane e dalla mai risolta questione meridionale.
Bruno Dominjianni, da persona sensibile e illuminata, fa sue le problematiche del mondo rurale, che ne condizionano la sua anima politica e, nel 1944, prende la prima tessera del partito socialista italiano. Diventa, pertanto, un protagonista assoluto del peculiare socialismo calabrese guidato da Giacomo Mancini e per alcuni anni assume la carica di segretario della federazione socialista di Catanzaro, prima di impegnarsi nella politica regionale da Presidente e da Segretario di partito.
Convinto assertore del principio costituzionale di solidarietà, da assessore alla sanità, fu uno dei protagonisti più importanti della riforma legislativa della sanità che portò nel 1978 – ministra Tina Anselmi – alla rivoluzione copernicana della materia: la sanità finalmente usciva dal ghetto degli interessi privati e diventava espressione di un diritto universale e gratuito; tutti i cittadini, di qualsiasi classe sociale, avevano acquistato pari diritto di curarsi negli ospedali pubblici.
Egli poi contribuì alla sua attuazione della riforma con un piano socio-sanitario di avanzata concezione, che fu il primo del Mezzogiorno.
Lunghissima e piena di successi la vita politica di Bruno Dominjianni: dal 1956 al 1970 è consigliere comunale a Catanzaro, nonché assessore ai lavori pubblici.
Nel prestigioso ruolo di assessore e da appassionato di architettura, capisce subito l’importanza dell’urbanistica: cioè l’arte di pianificare lo sviluppo fisico delle comunità urbane, con l’obiettivo generale di assicurare condizioni di vita e di lavoro salubri e sicure, fornendo adeguate ed efficienti forme di trasporto e promuovendo, attraverso le vie di comunicazione, l’uso del suolo e la realizzazione delle costruzioni; promuovendo in definitiva il benessere pubblico.
Conscio dell’importanza della relativa disciplina, dalla quale peraltro dipende lo sviluppo economico e sociale del territorio, vuole per la città di Catanzaro il meglio e quindi, nel tentativo di ridisegnare la città e di proiettarla nel futuro, nella modernità, chiama a collaborare uno dei maggiori urbanisti dell’epoca l’ing. Marcello Vittorini, il quale predispose una variante al piano regolatore generale che prevedeva lo sviluppo organico e fisiologico della città verso il mare, sfruttando la direttrice che facilmente si individua solo affacciandosi dalla balconata di Bellavista e che non lascia dubbi su quello che doveva essere la linea ideale da percorrere.
Ma, è storia nota a tutti, i potentati economici e politici dell’epoca, per propri biechi fini personali, per la loro lotta privata, finalizzata alle speculazioni edilizie, lo ostacolarono e frustrarono le sue ambizioni sul tema. Col risultato – che abbiamo tutti sotto gli occhi – della nascita di quartieri emarginati che non avrebbero mai dovuto sorgere e di uno sviluppo caotico del territorio nel quale, tra l’altro, si sono realizzate zone commerciali e industriali a ridosso delle zone residenziali e abitative, creando una promiscuità tra destinazioni urbanistiche degna del terzo mondo.
Tra le diverse anime che componevano il personaggio illustre che oggi commemoriamo va ricordata anche quella ecologista: durante il quinquennio di presidenza della giunta regionale, in sincronia con le associazioni della società civile e i sindacati, condusse un’epica battaglia contro il governo, battendosi contro la costruzione della centrale elettrica a carbone nella piana di Gioia Tauro.
Quell’opposizione, ferma e decisa, rideterminò le scelte del Governo nazionale che poi approdarono alla costruzione del porto di Gioia Tauro, fonte di economia pulita per tutta la regione Calabria e di apertura della Calabria stessa ai grandi traffici mercantili internazionali.
L’impegno ecologista proseguì negli anni – tra il 1994 e il 1998 – quando fu nominato il primo presidente del parco nazionale dell’Aspromonte, aprendo la strada maestra del turismo e del recupero culturale di un’area fondamentale della nostra regione, che viene così sottratta definitivamente al cemento e all’edificazione.
Ma Bruno Dominjianni non rivolge la sua attenzione, la sua intelligenza, solo al mondo contadino e alla sanità. Da avvocato/politico (saranno per lui per sempre due facce della stessa medaglia, due anime intrecciate in un destino e fine comune) un fatto di cronaca avvenuto nel 1971 a Polistena, nella piana di Gioia Tauro, lo colpirà nel profondo del suo cuore di giurista: dopo una tentata rapina, nella quale morirono due persone, i giornali, facendosi interpreti dell’opinione pubblica, fecero una feroce campagna stampa, sposando la necessità della pena di morte per assicurare l’ordine pubblico interno. Il “nostro” intuì la pericolosa deriva giustizialista e nel corso del consiglio regionale tenne un appassionato discorso contro la pena di morte e l’ergastolo, ponendovi al centro la sacralità della vita umana e l’irrinunciabile funzione della pena alla rieducazione del condannato, perfettamente in linea con i princìpi voluti dai padri costituenti, poi scolpiti nella nostra carta costituzionale.
Questo è il background che concorre alla formazione dell’avvocato Bruno Dominjianni e alla sua vita professionale e che lo condizionerà per sempre.
È un background che mi ha richiamato alla mente per un attimo l’Infinito di Leopardi e la figura del giovane che sta da solo – sull’amato colle – a fissare l’orizzonte e a domandarsi cosa ci sia là, oltre l’orizzonte. Egli non sceglie la strada più facile, quella che tutti percorrono, ma si slancia verso l’infinito. In quell’istante non vede più l’albero, non vede la siepe che gli sta davanti, non vede gli ostacoli che la vita gli frappone, ma il suo sguardo, il suo animo è rivolto verso l’infinito (spaziale e temporale), verso quello che sarà l’obiettivo della sua vita e delle sue battaglie. Lo animerà sempre l’ambizione, di superare il limite, connaturata all’uomo.
Bruno Dominjianni sarà fino alla morte socialista e propugnatore degli ideali che devono caratterizzare la società (il suo modello di società) e quindi di libertà, di uguaglianza, ma specialmente di pari opportunità: i cittadini di tutte le estrazioni sociali devono essere messi dallo Stato nelle stesse condizioni, per potere essere parte attiva della comunità, protagonisti – senza discriminazioni di sorta – della vita sociale ed economica.
Nella sua vita professionale di avvocato penalista ha riversato la sua forte passione civile e quindi le sue idee sulla sua concezione di comunità sociale, ancorata a modelli universali di solidarietà e di umanità, coerentemente col suo Dna di politico di razza. Basti pensare che per anni ha assistito gratuitamente nei tribunali penali i contadini coinvolti nelle rivolte nate per rivendicare la terra dai latifondisti e nelle lotte per esigere un futuro migliore per sé stessi e per le proprie famiglie.
Certo, oggi si parlerebbe di occupazione abusiva, di invasione di terreni, ma occorre storicizzare e calarsi in quella realtà difficile del dopoguerra, caratterizzata da una diffusa povertà e dalla quasi totale assenza di quello che noi ora chiamiamo Stato sociale, welfare.La lotta per la terra di quei contadini – che tanti spunti ha dato al nostro cinema neorealista – la nostra generazione non la può comprendere appieno, perché la civiltà contadina è ormai un pallido ricordo e noi calabresi siamo cresciuti all’ombra di una sempre agognata, ma mai perfezionata, civiltà industriale.
Bruno Dominianni si è reso magistrale interprete del disagio di quella gente, la cui realtà era costituita da fatica e da dolore, la cui posizione era collocata nell’ultimo gradino della scala sociale.
Non è mera esercitazione retorica, non è piaggeria per i familiari del nostro, ma non possiamo ricordare la figura di Bruno Dominianni disancorandola dalla sua umanità, dalla sua sensibilità di uomo attento al destino dei suoi simili, di quelli meno fortunati: sarebbe una deminutio della sua memoria, che oggi vogliamo rinverdire. Chi l’ha conosciuto soleva dire che egli era un tribuno – irruento trascinatore di folle nei comizi politici – e parimenti un formidabile tecnico del diritto penale, impeccabile nello scandagliare le fattispecie di reato contestate ai suoi assistiti.
Formatosi da avvocato nello studio del suocero, Antonio Giglio, – gigante dell’avvocatura catanzarese, la cui infinita aneddotica è nota a molti ancora oggi – era solito costruire un’arringa difensiva magnetica: ai giudici non pesava il tempo che l’avvocato Dominjianni si prendeva perché sapevano che nella sua discussione, scevra da ogni ridondante oratoria, nulla era superfluo e sterile, tutto era mirato a smantellare con limpida chiarezza espositiva il capo di imputazione. I giudicanti gli lasciavano sempre spazio nel parlare poiché comprendevano che la sua arringa era incentrata sui soli rilevanti fatti storici del processo, senza inutili divagazioni ed esercitazioni retoriche.
L’avvocato Bruno Dominjianni aveva il dono supremo della persuasione, dote di pochi avvocati, che utilizzava con equilibrio e con sapienza, che gli consentiva di assicurarsi un’attenzione selettiva, di stimolare la curiosità del giudice sulle sue argomentazioni difensive, con l’obiettivo mirato di aprire una breccia nel cuore dei giudicanti. Da avvocato navigato aveva capito perfettamente che in ogni processo penale il giudice ha un’ampia discrezionalità di interpretare i fatti storici e il materiale probatorio e che essi la utilizzavano quando al centro dell’indagine da effettuare non v’era il delitto del delinquente comune, ma una problematica di carattere sociale e umana.
Sotto il profilo della sua innata capacità di convincimento (che aveva maturato nelle mille assemblee politiche e poi raffinato per le aule giudiziarie) si racconta un curioso aneddoto: Oscar Luigi Scalfaro, Presidente della Repubblica negli anni ‘90 ed ex magistrato, gli disse una volta in un incontro istituzionale: “devo dirle una cosa: lei è talmente suadente che nelle funzioni di giudice sarei tentato di darle sempre ragione”.
Nonostante il suo assoluto rispetto per il potere giurisdizionale e la convinzione della giustezza della separazione dei poteri, fu un feroce critico degli abusi della carcerazione preventiva perpetrati nell’era di tangentopoli. Ne era talmente disgustato che più volte, sia in pubblico sia in famiglia, aveva minacciato di cancellarsi dall’albo degli avvocati. La sua idea della giustizia era incompatibile con una macchina del processo accusatorio, da poco entrato nel nostro mondo giuridico e che abusato da quei pubblici ministeri per strappare le confessioni degli indagati, stritolava la loro dignità e ne mortificava la loro umanità, portandoli in qualche caso al suicidio. Erano per lui processi “giacobini”: un regime del terrore si era diffuso in Italia e stentava a credere che tutto ciò accedesse in una nazione dotata di una Costituzione tra le più avanzate al mondo.
Un cenno importante va fatto all’etica professionale – sulla quale è stato poi costruito il nostro codice disciplinare – della quale Bruno Dominjianni è stato propugnatore ante litteram.
L’avvocato Dominjianni ebbe a difendere, nella sua vita professionale, omicidi, spacciatori, estortori, ma con loro mantenne sempre la giusta distanza perché diceva sempre: “tra l’avvocato e il cliente deve esserci sempre una scrivania enorme”.
Nonostante il dovuto distacco sul piano personale dai suoi clienti, questi lo rispettavano in modo sacrale, intuendo che solo una rigida differenziazione dei ruoli (di avvocato e di rappresentato) consentiva al loro difensore di essere imparziale nello studio della causa, di essere lucido nella ricostruzione degli eventi, di essere alla fine sereno e utile per approntare la migliore difesa possibile.
Insomma, l’avvocato Dominjianni in tempi non sospetti, grazie alla sua lungimiranza, aveva compreso che il mercimonio non è degno dell’avvocatura, che l’avvocato non è un affarista e che esiste una sottile linea di confine comportamentale tra difensore e avvocato, che non può e non deve essere superata, anche a costo di perdere il cliente e un’occasione di guadagno, anche cospicuo.
I princìpi ora enunciati l’hanno ispirato in tutta la sua vita professionale, lasciando un insegnamento sacrale a tutte le successive generazioni di avvocati, che speriamo ne facciano tesoro.
Una volta accadde che un suo storico cliente, da tempo latitante, comparve all’improvviso nella vigna della madre, a Sant’Andrea sullo Jonio. Oggi sussiste in capo al difensore il divieto di informare l’autorità giudiziaria della sua posizione geografica o di quant’altro possa agevolare la polizia al fine di catturare il suo assistito: perché in tal caso potrebbe profilarsi una responsabilità penale per patrocinio infedele aggravato.
Ma, all’epoca del fatto narrato, la questione dei limiti dei rapporti tra avvocato e latitante era diversa e molto discussa, per cui la sua reazione fu iraconda e lo portò a scacciarlo con decisione dal podere, traducendo così il principio etico da lui sempre invocato in fatti concreti.
Grazie alle sue esperienze e conoscenze di diritto amministrativo, che aveva maturato nell’ambito della sua lunga esperienza politica, per tanti anni si occupò di processi nei quali ai suoi assistiti erano contestati reati contro la pubblica amministrazione. Erano quasi sempre amministratori pubblici, molti dei quali di fazione e fede democristiana, spesso avversati nelle assemblee politiche, ma lui li assistette sempre, consapevole che la toga da lui indossata non ha le variopinte cromature della politica ma ha una sola colorazione, quella dell’inviolabilità e sacralità del diritto di difesa.
Per chiudere sul tema della forte simbologia della toga vi leggerò, purtroppo senza le qualità interpretative di Arnoldo Foà, altrimenti avrei fatto un altro mestiere – una bellissima poesia di Camassa, premiata nel 1964 al Festival nazionale di poesia:
La toga
“È nera come un’ombra che ricopre un’anima.
È nera come un manto di dolori e di piaghe.
È nera come la notte che nasconde gli smarrimenti.
Basta indossarla, per raccogliere il peso
di tutti i dolenti, di tutti i colpevoli, di tutti i derelitti.
È un manto che va portato
come corona di spine”
Concludo, con una profonda convinzione maturata durante questa esperienza: l’avvocato Dominjianni in tutta la sua vita politica e professionale ci ha messo non solo la testa ma anche il cuore, e forse questa è la cosa che più conta.
Grazie per avermi pazientemente ascoltato.
(Da Atti incontri: I penalisti di ieri nel ricordo dei penalisti di oggi, come esempio per i penalisti di domani)
