PROGETTI

PROGETTO “ADOZIONE” IN CITTÀ

Un atto di generosità per donare speranza ad una giovane vita.

All’Istituto Penale Minorile “Silvio Paternostro” di Catanzaro sono ristretti, tra gli altri, anche alcuni ragazzi privi di famiglia o la cui famiglia non si trova in Italia; vivono quindi in totale solitudine, non ricevono visite dall’esterno e non possono godere di alcun beneficio e sono di fatto privati di opportunità di reinserimento. Desiderano costruire un futuro migliore, ma hanno bisogno di aiuto per superare la paura e la preoccupazione per ciò che li attende fuori dall’Istituto. Hanno commesso degli errori, ma hanno bisogno di speranza, fiducia e umanità.

La Diocesi e la Camera Penale “A. Cantàfora” di Catanzaro intendono fare da ponte tra il mondo penitenziario e quello esterno, promuovendo uno strumento concreto per il reinserimento sociale di questi ragazzi. Così nasce il progetto “adozione” in Città, con la speranza di dare ai giovani detenuti la certezza che possono ancora avere un futuro, perché il loro reato non li definisce agli occhi della società civile.

Per tradurre questo desiderio in un gesto concreto però occorre che i percorsi rieducativi di questi ragazzi non passino attraverso la sola reclusione, è fondamentale che oltre ai percorsi psicologici forniti dagli educatori e alle attività ricreative, abbiano la possibilità di stabilire legami affettivi significativi con il mondo esterno.

Questi ragazzi hanno bisogno di sentire che crediamo nella loro possibilità di cambiamento, hanno bisogno del nostro aiuto per ritrovare la speranza, per credere che dopo l’errore, dopo la sofferenza, c’è la possibilità di un loro reinserimento positivo nella società. 

Solo così potranno avere un futuro diverso, perché gli errori commessi non rappresentino la fine della loro storia.

Il supporto di educatori, volontari e figure professionali è fondamentale, ma è importante aiutare i ragazzi a riconoscersi come persone degne di cura e amore. La possibilità di avere legami positivi con figure che possano ritenere “familiari”, che possano considerare punti di riferimento è un fattore protettivo di estrema importanza.

Questi ragazzi non sono “mostri”, sono solo ragazzi che hanno commesso un errore, molto spesso per la disperazione e la solitudine. Questo progetto intende coinvolgere quei ragazzi, pressoché esclusivamente stranieri, molto spesso già privi di riferimenti familiari, affettivi o sociali, nei territori dai quali provengono, arrivati nel nostro Paese da soli, ritrovatisi per strada, “costretti” a fare qualsiasi cosa consentisse loro di sopravvivere. Ora chiedono solo una possibilità, chiedono aiuto per essere inseriti in un percorso alternativo che possa offrire loro la possibilità di non tornare mai più in carcere.

Se lasciamo questi ragazzi soli, senza una famiglia pronta ad accoglierli, senza alcun riferimento nel mondo esterno, non avranno alcuna possibilità se non riprendere il percorso che li ha condotti in carcere.

Il progetto di “adozione” può dare loro una possibilità: non si tratta di un’adozione nel senso tecnico legale, non si chiede alle famiglie della nostra città di riconoscere questi ragazzi legalmente come loro figli, ma solo di aiutarci a ricostituire la catena di affettività e fiducia con il mondo esterno, di rappresentare l’anello di congiunzione che li riunisce al sentimento stabile di accoglienza.

I ragazzi che potranno entrare nel progetto saranno individuati dagli educatori e dai responsabili dell’Istituto Penale Minorile di Catanzaro, tra coloro che hanno già compiuto un percorso di rieducazione e che potranno usufruire di permessi premio secondo le valutazioni della Procura e del Tribunale per i minorenni di Catanzaro.

Tutte le fasi del progetto saranno scandite in un protocollo di intesa che la Diocesi e la Camera Penale sottoscriveranno con l’IPM – Istituto Penale Minorile “S. Paternostro”, la Procura e il Tribunale per i minorenni di Catanzaro.

Ciò di cui hanno bisogno questi ragazzi è un riferimento con il mondo esterno: la famiglia che intenderà “adottarli” potrà far loro visita: questi ragazzi non hanno nessuno che vada a fare i colloqui con loro; potrà portare loro qualcosa di cui hanno bisogno e che non possono permettersi: a volte si tratta anche solo di beni materiali che soddisfano esigenze di vita elementari, come un sapone, piuttosto che una maglietta o un pacco di biscotti, perché non avendo nessuno al mondo non hanno alcuna possibilità di avere beni di conforto; potrà, quando ritenuto possibile dal Tribunale, farli godere di un permesso premio: portarli fuori, accoglierli, trascorrere con loro il tempo di un pranzo o di una passeggiata all’esterno dell’Istituto. Spesso questi ragazzi ne hanno diritto ma non ne possono usufruire perché nessuno può occuparsi di loro al di fuori della struttura.

Sono ragazzi già privati di tutto e non solo della libertà, e non se ne lamentano, ma a fine pena hanno paura di vedere aprirsi le porte dell’Istituto Penale in cui sono stati ristretti, perché se anche avranno percorso con profitto il sentiero della rieducazione non vedranno innanzi a loro alcuna possibilità di salvezza, nessun punto fermo dal quale ricominciare.

Dobbiamo impedire che questi ragazzi, a causa degli errori commessi, si sentano soli, abbandonati dalla società civile, che perdano la speranza di una vita migliore. Non possiamo consentire che – a qualsiasi titolo condannati per aver commesso un errore – si sentano incapaci di risollevarsi.

Sono giovani vite che possono e devono avere un futuro.

Una visita, un gesto di affetto, di consolazione, un riferimento adulto in un mondo che non hanno ancora conosciuto può dare loro una seconda possibilità, una speranza a cui aggrapparsi per credere nel cambiamento: nel loro cambiamento ma anche in quello della società civile nei loro confronti. Non guardiamoli pensando al reato, pensiamo alla giovane vita che rappresentano, e a quello che possono ancora essere.

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