INTERVENTO SULL’EMERGENZA CARCERARIA
Catanzaro 17.09.26 – Quello di oggi è un appuntamento fortemente voluto dall’Avvocatura penalista, perché vogliamo riportare al centro dell’attenzione una questione che ormai ha assunto i caratteri di una vera e propria emergenza: la condizione delle nostre carceri.Lo facciamo in due momenti. Il primo è quello di oggi, alle ore 11. Un appuntamento che vede, nella stessa giornata e alla stessa ora, le oltre 130 Camere Penali italiane, dai rispettivi territori, lanciare un grido d’allarme sulle condizioni ormai insostenibili nelle quali vivono i nostri detenuti. La seconda tappa sarà sabato a Firenze, dove l’Unione delle Camere Penali Italiane ha organizzato un appuntamento di respiro nazionale dedicato allo stato generale dell’esecuzione penale. Perché parliamo di emergenza? Perché il carcere è diventato qualcosa di profondamente, direi quasi sideralmente, lontano da ciò che dovrebbe essere secondo la nostra Costituzione. L’articolo 27 ci ricorda innanzitutto che non esiste una sola pena come risposta alla violazione della legge penale: esistono le pene. E ci dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Eppure oggi la risposta del nostro sistema è prevalentemente, quando non esclusivamente, carcerocentrica. Abbiamo dimenticato l’umanità della pena. Abbiamo dimenticato che l’articolo 27 deve essere letto insieme all’articolo 2 della Costituzione, che impone il riconoscimento e la tutela dei diritti inviolabili della persona anche all’interno delle formazioni sociali nelle quali essa svolge la propria personalità. E il carcere è una formazione sociale. Abbiamo dimenticato, inoltre, che il principio della rieducazione deve essere letto insieme all’articolo 3, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Ecco perché, se guardiamo alla nostra Costituzione nel suo insieme, il carcere di oggi appare drammaticamente lontano dal modello costituzionale. Abbiamo tassi di sovraffollamento che hanno raggiunto livelli insostenibili: una media nazionale che si aggira intorno al 142%, con istituti che superano il 200%. Abbiamo circa 65.000 detenuti a fronte di una capacità ricettiva sulla carta di circa 45.000 posti. E sappiamo che i posti realmente disponibili sono ancora meno, perché migliaia non possono essere utilizzati. Ma il problema non è soltanto il sovraffollamento. È anche la condizione materiale degli istituti: strutture vecchie, spesso fatiscenti, in molti casi inadeguate a garantire condizioni minime di dignità. Sollicciano, a Firenze, è soltanto la punta dell’iceberg. Una sua sezione è stata sequestrata perché ritenuta oggettivamente inidonea a ospitare persone. E noi che le carceri le frequentiamo sappiamo bene che anche a Catanzaro esiste una sezione che attende da anni di essere ristrutturata e che versa in condizioni oggettivamente inaccettabili. Ma c’è un’altra questione, forse ancora più profonda. In queste condizioni possiamo davvero parlare di rieducazione? Se nel carcere mettiamo il tossicodipendente, il malato psichiatrico, il povero, la persona che vive ai margini della società, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che la risposta terapeutica alla patologia che intendiamo curare non può essere la medicina della penalità. Il carcere deve essere la risposta al soggetto pericoloso dal quale la società deve essere protetta. Non può diventare la risposta ordinaria al soggetto disperato, che ha bisogno di altre risposte: di cura, di recupero sociale, di sostegno. Ha bisogno, soprattutto, di politiche capaci di prevenire l’ingresso nel circuito penale. E allora dobbiamo porci una domanda: come dovrebbe essere il carcere? E quali sono le soluzioni che proponiamo? In un mondo ideale, noi non vorremmo semplicemente un carcere migliore. Vorremmo, per usare una celebre espressione di Gustav Radbruch, qualcosa di meglio del carcere. Ma viviamo nel mondo reale e sappiamo che non possiamo fare a meno del carcere. Possiamo però fare a meno di questo carcere. E per farlo dobbiamo innanzitutto tornare a parlare di carcere nel dibattito pubblico. Perché la politica si nutre di consenso e perché l’unico modo per contrastare quella spinta securitaria che attraversa il pensiero collettivo e rischia di allontanarlo dai valori costituzionali è essere presenti nel dibattito pubblico. Dobbiamo far conoscere la realtà delle carceri. Dobbiamo spiegare che «buttare via la chiave», aumentare le pene, aumentare i reati e aumentare il ricorso al carcere non significa necessariamente restituire maggiore sicurezza. Significa, troppo spesso, governare la disperazione sociale attraverso la leva penale. E, peraltro, lo facciamo male. Perché il carcere costa molto e non risolve i problemi che pretendiamo di risolvere. Spendiamo tanto, spendiamo male e rischiamo di spendere inutilmente: non curiamo le patologie, ma aggraviamo il disagio. In questo modo la pressione penale aumenta e la popolazione detenuta continua a crescere. Le soluzioni, però, esistono. Anche nel breve e nel medio periodo. Innanzitutto occorre chiedere alla politica di decomprimere la pressione penale. Con la liberazione anticipata speciale sarebbe possibile ridurre in maniera significativa la popolazione detenuta. E, in attesa della pronuncia della Corte costituzionale sul differimento della pena quando le condizioni di detenzione siano inumane e degradanti, si potrebbe guardare anche alle esperienze di altri ordinamenti. Penso, ad esempio, al modello francese: prevedere che, quando un istituto penitenziario versi in condizioni incompatibili con la dignità della persona, il giudice possa disporre il differimento della pena o consentirne l’espiazione presso il domicilio. Occorre poi intervenire sugli istituti alternativi. L’affidamento in prova potrebbe essere esteso anche alle pene sostitutive, consentendo al giudice della cognizione di adottarlo. La detenzione domiciliare davanti al giudice di sorveglianza potrebbe essere estesa sino a quattro anni, allineandola alla soglia prevista per le pene sostitutive introdotte dalla riforma Cartabia. E occorre intervenire sul sistema dei reati ostativi, consentendo ai giudici di valutare, nel caso concreto, la possibilità di accesso alle misure alternative, senza preclusioni automatiche e predeterminate. Le ricette, dunque, esistono. Esistono nel breve e nel medio periodo. Va salutata con favore anche la riforma che consente ai tossicodipendenti di espiare la pena fuori dagli istituti carcerari quando intraprendano un serio percorso di recupero in comunità. È una scelta che va nella direzione di una inversione di tendenza. Ma anche le buone riforme non possono essere realizzate a costo zero. Lo stanziamento previsto non appare sufficiente neppure a coprire 500 persone, mentre i tossicodipendenti rappresentano
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