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DALLA “COLONNA INFAME” AI BANCHI DI SCUOLA: LETTERA DI UN PENALISTA A UN FIGLIO SULLA NECESSITÀ DELLE REGOLE E DELLE GARANZIE

di Lodovico Verri – Caro Peppe, ricordo con gravezza d’animo, figlio mio, le tue provocazioni sulla presunta inanità del procedimento e del processo. Mi chiedevi, con l’irruenza tipica di chi ancora lambisce la soglia della fanciullezza e con quell’acerbo velo di scetticismo che ammanta chi non ha ancora saggiato la forza dello Stato, a cosa servissero i codici e le forme, quando la colpa appare “evidente” allo sguardo. In quelle occasioni, la mia rigidità verso le tue intemperanze – che ben sai inclinarmi verso un’istintiva diffidenza – mi impediva di darti la risposta che solo l’esperienza del torto può rendere intellegibile. Non scorgere, dunque, in queste righe un’indulgenza che non mi appartiene. Oggi, quell’accadimento tra le mura del tuo liceo ci offre una risposta che non è fatta di speculazioni, ma di quella tangibile asprezza propria della realtà. Ti sei trovato improvvisamente avviluppato in un’istruttoria sommaria, vittima di chi ha scambiato il sospetto per certezza, e la deduzione per verità. Ti si addebita un’offesa al decoro sol perché una vista condizionata dalla fretta di giudicare ha preteso di scorgere, nel semplice gesto di ricomporre le vesti, il simulacro di una vergogna mai consumata. Riaffiora la lezione di Manzoni nella sua Storia della colonna infame. In quell’opera, che è un impietoso scrutinio del mal giudicare, il grande Alessandro ci ammonisce che «la menzogna, l’abuso del potere, la violazione delle leggi e delle regole più note e ricevute, l’adoprar doppio peso e doppia misura, son cose che si posson riconoscere anche dagli uomini negli atti umani». Non è l’ignoranza del tempo a generare l’iniquità, ma la volontà deliberata di non indagare. L’istanza zelante che ha impresso quel segno nel tuo percorso appare aver mutuato il metodo di quei magistrati che nella Milano del ‘600, preferirono assecondare la passione del sospetto piuttosto che il rigore dell’accertamento. Si è voluto scorgere, tra una cerchia di astanti e in un tuo moto disordinato, il segno di una colpa, traendone un’iniqua illazione. Al pari di quella Caterina Rosa che, scorgendo da un cavalcavia un uomo rasentare le mura, ne inferì l’empia natura di untore, così, uno sguardo sollecito nel trovar colpe ha preteso di consegnare alla memoria degli atti un’ombra del proprio pensiero. Manzoni scriveva, con lucido rigore: «L’ignoranza in fisica può produrre degl’inconvenienti, ma non delle iniquità; e una cattiva istituzione non s’applica da sé». L’errore non risiede dunque nella fallibilità umana, ma nell’abbandono delle regole di garanzia. Quando si nega il contraddittorio, quando si rifiuta di dettagliare l’addebito o di fornire i riscontri, si scivola verso l’arbitrio. Quei giudici del passato, per sostenere l’assurdo, «dovettero fare continui sforzi d’ingegno, e ricorrere a espedienti, de’ quali non potevano ignorar l’ingiustizia». Il procedimento e il processo, figlio mio, non sono un apparato di vane formalità. Sono lo schermo che ci protegge dall’impeto dei sedicenti custodi della virtù e dalla temerità di chi, sedotto dalla presunzione d’integrità, pretende di giudicare al di fuori delle garanzie. Sono la barriera contro chi, per ignavia dell’intelletto o accecamento delle passioni, preferisce la via breve della condanna sommaria alla fatica di una ricostruzione che s’ancori, con inflessibile rigore, al vaglio dei fatti. Troppo spesso oggi assistiamo a processi celebrati nelle arene mediatiche, dove la “percezione” della colpa precede e annulla il presidio delle guarentigie. Spero che l’amarezza di questi giorni ti induca a comprendere che le regole sono l’unica garanzia di libertà. Temi sempre coloro che pretendono di giudicare senza osservare, o che confondono il proprio senso etico con il dettato della norma. Ricorda che se quegli uomini del Seicento commisero atrocità, fu perché scelsero di non vedere: «se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa». Possa questo episodio – che la sorte ha voluto confinare entro i margini del miserevole piccolo cabotaggio – insegnarti a diffidare dei giudizi sbrigativi e a coltivare quel «timore, veramente nobile e veramente sapiente, di commetter l’ingiustizia». Ci si avvede dell’insostituibile presidio delle garanzie solo quando il soffio del sospetto insidia il proprio destino. Non abdicare mai al dovere di esigere che la verità sia l’approdo faticoso del metodico scrutinio dei fatti, e non l’ombra effimera di una fallace suggestione della coscienza.                                                                                                                                                                                                     Papà

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LA STORIA DI ALAA FARAJ, OLTRE LA SENTENZA: UNA VICENDA CHE CI INTERROGA

Nell’agosto del 2015 la Libia è un paese lacerato dalla guerra civile. A poche centinaia di chilometri dall’Italia – appena un’ora di volo – Alaa ha vent’anni. È uno studente di ingegneria, una promessa del calcio libico, un ragazzo che porta addosso il peso e la luce delle aspettative di una famiglia che ha creduto nei suoi sogni. Il suo sogno ha una direzione precisa: l’Italia, un nuovo inizio, la possibilità concreta di un futuro diverso. Ma ottenere un visto è impossibile, i canali umanitari non esistono. Resta solo la via più disperata e pericolosa: un barcone, insieme a due amici, anche loro giovani calciatori. In quella traversata che sarebbe diventata una ferita nella memoria collettiva, 49 persone muoiono soffocate nella stiva. I giornali la chiameranno “la strage di Ferragosto”. Alaa viene accusato di essere uno degli scafisti. Da anni ribadisce la sua innocenza. Ha accettato il ruolo del detenuto, ma non ha mai accettato quello del criminale. In carcere comincia a scrivere. Un italiano imparato tra le celle, fragile e sorprendentemente limpido, attraversato da ironia, stupore e da una fiducia ostinata nella possibilità di essere ascoltato. Scrive lettere, una dopo l’altra, indirizzandole ad Alessandra Sciurba, conosciuta durante un laboratorio in prigione, che da allora è diventata la sua voce e il suo ponte verso l’esterno. Da quelle lettere nasce Perché ero ragazzo: il racconto di un viaggio fatto di speranze e pericoli, di mare e di morte, di arresto e condanna, dei primi dieci anni di carcere. Ma anche la cronaca interiore di una resistenza quotidiana: lo studio, gli incontri che salvano, la paura che ritorna, la frustrazione che non smette di bussare — e insieme una sorprendente, quasi disarmante fiducia nello Stato, nella giustizia, nella verità. La sua vicenda ha attraversato scrittori e artisti, attivisti come don Ciotti, giornalisti d’inchiesta, trasmissioni televisive e quotidiani nazionali. Un’attenzione che non si è mai spenta. Più di tremila persone, negli ultimi dieci anni, sono state arrestate in Italia con l’accusa di “scafismo”, spesso definite dai giudici come “l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio del traffico di vite umane”, mentre i veri trafficanti restano lontani, protetti, invisibili. È una storia che interroga profondamente il senso delle regole del processo e la loro natura essenziale. Il procedimento e il processo non sono un insieme di formalità, ma il presidio che protegge dall’arbitrio e dalla tentazione della condanna sommaria. Sono la barriera contro ogni scorciatoia del giudizio, contro la sostituzione della verifica rigorosa dei fatti con la suggestione della percezione o la fretta della convinzione. E ricordano, con forza silenziosa, che le garanzie non sono un ostacolo alla verità, ma argini edificati per ridurre il tasso di fallibilità della giustizia umana. Ieri il libro di Alaa Faraj, libero da appena tre giorni e in attesa del giudizio di revisione, è stato presentato nell’Istituto Penale per i Minorenni di Catanzaro, alla presenza dell’autore. Un incontro – organizzato dall’Università Magna Graecia e dalla Camera penale di Catanzaro – che ha avuto il passo delle cose necessarie, di quelle che non si esauriscono in un evento ma diventano esperienza condivisa. Un grazie profondo alla professoressa Elena Andolina, che ha curato con straordinaria sensibilità questo momento, e a tutti coloro che vi hanno partecipato e lo hanno reso possibile: Alessandra Sciurba, Caterina Schiaccianoci, Charlie Barnao, Francesco Pellegrino, Massimo Martelli e, soprattutto, il protagonista: Alaa Faraj. Un ringraziamento sincero anche agli studenti universitari presenti, che hanno saputo incontrare i ragazzi dell’istituto non da lontano, ma dentro uno spazio autentico di ascolto e dialogo.Per qualche ora, tra quelle mura, si è aperto un varco. Non un semplice incontro, ma un passaggio: tra mondi che raramente si sfiorano, tra linguaggi diversi che per un momento si sono compresi, tra la distanza e la possibilità. E in quel varco, ancora una volta, la storia di Alaa ha ricordato che non tutto ciò che viene giudicato è davvero concluso: alcune vicende restano aperte nella coscienza di chi le incontra, e continuano a chiedere verità e, soprattutto, giustizia, perché verità e giustizia non sempre coincidono. E proprio in questa distanza si misura il grado di maturità della nostra democrazia e della nostra civiltà del diritto.   RASSEGNA STAMPA Calabria7 Catanzaro Channel Catanzaro Informa La Nuova Calabria La Novità Online

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NICOLA CANTÀFORA RICORDA FRANCESCO STAIANO

di Nicola Cantàfora – Un saluto ed il più vivo ringraziamento agli Amici della Camera Penale che hanno voluto che partecipassi a questa importante cerimonia per ricordare il mio Amico ed illustre Avvocato Francesco Staiano. Avrete già notato che ho anteposto l’Amico all’Avvocato. Il mio dire, come si conviene in circostanze impegnative, lo affido allo scritto, per cui l’eloquio può non essere fluente perché meditato ma è sicuramente spontaneo, sentito. Sintetico, com’è nel mio costume! È una giornata della memoria per me ricordare e parlare di Francesco Staiano. Come tutti i prodotti della memoria è un insieme di sentimenti, di ricordi, di immagini che assumono le forme e le dimensioni delle emozioni. Cari amici, oggi è un giorno di festa per i nostri cuori e lo è anche qui dentro, in questo Palazzo dove per un nobile sentimento si celebra il ricordo di illustri e cari colleghi. È un giorno di festa perché si celebra un rito solenne qual è quello di onorare la Toga di un illustre Avvocato a me, a noi, tanto caro: l’Avvocato Francesco Staiano. E attraverso il ricordo di questi illustri avvocati non solo si esalta la bellezza della nostra professione forense, ma si indicano degli esempi alle nuove generazioni. Come, appunto, ha fatto Francesco Staiano. La Toga, proprio quella di Ciccio Staiano, che salda il passato all’avvenire e accomuna gli anziani e i giovani nell’amore e nella fede, nelle fatiche e nelle attese, nelle gioie e nelle delusioni che solcano l’anima e il volto dell’Avvocatura e della Toga. In altri termini, questi incontri, queste celebrazioni, non rappresentano solo un tributo, un omaggio alla memoria ma, nel contempo, questa memoria e questo patrimonio debbono essere utilizzati per trarre maggiore slancio e nuovi stimoli. Memoria come “educazione” dunque, come consapevolezza del passato per vivere degnamente il presente e il futuro, come ha insegnato Francesco Staiano. Con Ciccio Staiano è passata una stagione dell’anima e della mia vita e con essa i nostri anni di rabbia e di speranza. Forse è più difficile raccontare questa nostra professione trasfigurata e delusa, violentata e vilipesa. Ancora più difficile continuare ad amarla, così com’è e non com’era, nei sogni fragili e incontaminati. Ma vi invito ad amarla ugualmente, come l’ha amata il nostro caro e grande Ciccio Staiano. Se mi consentite, come ugualmente l’ho amata io, ieri ed ancora oggi. Un grande italiano, Ugo Foscolo, nei suoi Sepolcri trova una disquisizione stupenda del diritto: il diritto come espressione dell’umanità, il diritto come intelligenza dell’alterità, il diritto come ego profondo della vita umana ed in questo senso e in questi motivi noi troviamo, nella pietas di cui parlava Foscolo, una simbologia straordinaria, vivacissima, una fortissima vitalità intellettuale:appunto in Francesco Staiano. Ecco perché mi auguro vivamente che i discorsi di oggi siano lo spunto per trasmettere un’emozione, un fremito, servano a sollecitare uno spirito di emulazione, attraverso la conoscenza di figure professionali di Avvocati che hanno onorato la Toga facendola volare sempre più in alto, con passione e limpidezza. Come appunto fu la Toga di Francesco Staiano. Francesco Staiano ha sempre portato sulla toga il distintivo di avere saputo adempiere ai propri doveri, esaltando la nobile figura dell’avvocato! Lo stile professionale che ha caratterizzato il suo lavoro negli anni del suo esercizio professionale. La sua vivacità intellettuale. Per essere dei bravi avvocati non basta essere preparati e colti, bisogna riuscire a conquistarsi non solo la stima ma anche la simpatia dei magistrati, dei colleghi, del personale di cancelleria, di tutti coloro con i quali, nell’esercizio della nostra professione, si viene in contatto. Ebbene,  l’avvocato Staiano in questo era un campione. Si chiama “empatia” e l’avvocato Staiano riusciva a trasmettere empatia, aveva una capacità istintiva di porsi nei confronti degli altri in maniera tale da conquistarne la fiducia. Ascoltava e incoraggiava, con il sorriso, chi gli stava accanto. Tale atteggiamento gli veniva naturale e spontaneo perché, nonostante fosse un bravissimo avvocato, era anche molto modesto, aveva grande disponibilità nei confronti di tutti e trovava sempre il modo di dire una parola buona che, a seconda dei casi, dava sollievo, conforto o, il più delle volte, riusciva a strappare una risata. La simpatia, l’umiltà e la grande carica di umanità erano tratti distintivi della personalità dell’avvocato Staiano. Ed è anche per questo che era benvoluto da tutti e se aveva bisogno di qualcosa trovava sempre le porte aperte. Aveva l’abitudine a confrontarsi con gli altri senza avere la presunzione di possedere la verità: questo era Ciccio Staiano. Francesco Staiano, poi, aveva il dono dell’eloquenza. Un avvocato completo, dunque, essendo riunite nella sua figura tutte le migliori doti e peculiarità dell’avvocato penalista. In lui vi era profonda umanità, cultura, rigore logico, formidabile intuito. Efficacissimo nella critica delle prove, che egli faceva con una concatenazione di argomenti e con un costante richiamo alla realtà processuale, da sconvolgere tutta l’impalcatura dell’accusa! Conosceva le luci e le ombre del processo e affrontava il problema della causa con argomentazione ferrea, lineare, inflessibile, profondendo tutte le risorse della sua dialettica per dimostrare l’infondatezza dell’accusa. Come dimenticare l’eloquenza tagliente, penetrante di Staiano? Un linguaggio semplice, diretto, ma ricco di concetti e suggestioni quanto soprattutto la nostra professione esige: anima, cuore e menti  forti e colme di sostanze! L’Avvocato – diceva Carnelutti – deve comunicare perché deve trasmettere ad altri le ragioni del cliente, deve convincere altri delle ragioni del cliente. L’arringa di Ciccio Staiano era tutta tesa appunto a questo. Conoscitore completo del processo, discuteva andando sempre al punto nevralgico della causa, senza fronzoli o inutile retorica. Apprezzabile e rilevante, nella persona di Francesco Staiano, era anche quello sguardo attento e incoraggiante rivolto verso i giovani colleghi. Ma Ciccio Staiano non era solo un grande avvocato, chiuso nel suo studio e nelle aule di giustizia. Era anche un uomo brillante nella vita, vorrei dire un salottiero. Era un uomo sempre elegante, inappuntabile, dalla battuta facile. E a proposito dell’essere sempre inappuntabile, mi sovviene un simpatico episodio, che mi fa piacere ricordare. Eravamo impegnati insieme in una causa innanzi alla Corte d’Assise,

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