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IL CREPUSCOLO DEL DIRITTO PENALE LIBERALE “COSTITUZIONALMENTE ORIENTATO”: UN PROCESSO REVERSIBILE?

di Adelmo Manna*– Sommario: 1.  Introduzione: dalla retribuzione alla prevenzione. 2. Il diritto penale “costituzionalmente orientato”. 3. I profili maggiormente critici della legge sicurezza. 4. La lontananza siderale dell’attuale politica criminale anche da ogni, pur larvata, prospettiva “abolizionista”, in particolare della pena carceraria, anche mediante la sostituzione con sanzioni derivanti dal diritto penale comparato. 5. La reazione della giurisprudenza alla legge sicurezza, in particolare con l’ampia e dettagliata relazione dell’Ufficio del Massimario della Corte Suprema di Cassazione. 6. La questione relativa all’introduzione del delitto di femminicidio, ove si assiste ad uno iato fra accademia e avvocatura da un lato, e la politica nel suo complesso dall’altro. 7. Conclusioni   1.Introduzione: dalla retribuzione alla prevenzione Nell’ambito della prospettiva di varare il piano carceri, da parte del Governo attualmente in carica, la premier Giorgia Meloni, in un video messaggio, ha, fra l’altro, sottolineato che “in passato si adeguavano i reati al numero di posti disponibili nelle carceri, mentre noi riteniamo che uno Stato giusto debba adeguare la capienza delle carceri al numero di persone che devono scontare una pena. Quindi – conclude – finalmente certezza della pena”[1]. Soprattutto da quest’ultimo rilievo, emerge chiaramente che la politica criminale dell’attuale Governo si basa, per l’appunto, sulla certezza della pena, ovvero sulla c.d. retribuzione, che, come è noto, non è altro che una razionalizzazione dell’antica legge del taglione, ovverosia “occhio per occhio, dente per dente” oppure in una prospettiva di carattere cattolico, “ob malum actionis, malum passionis”[2]. Tanto ciò è vero che, laddove si affermi che uno Stato debba adeguare la capienza delle carceri al numero di persone che devono scontare una pena, sta proprio a significare, almeno a nostro giudizio, che l’essenza della pena carceraria, per la premier attualmente in carica è, per l’appunto, la retribuzione. Con ciò, però, entra inevitabilmente in crisi la concezione del diritto penale liberale risalente a Cesare Beccaria[3]. Il teorema generale che chiude, infatti, l’opera celeberrima del Beccaria così stabilisce: “Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettate dalle leggi”. Il Beccaria, autore del diritto penale illuminista, si muove, sotto questo profilo, nell’ambito di una concezione del diritto penale in cui, invece, risalta la funzione preventiva anziché retributiva dello stesso, in una prospettiva assai moderna, giacché questo sistema teorico costituisce il primo passo verso una visione “laica” del diritto penale. Su analoga linea si pone successivamente il pensiero di Anselm von Feuerbach, che infatti si fa apprezzare anche per una compiuta teorizzazione della funzione di prevenzione generale della pena, nel senso che la minaccia della pena servirebbe ad esercitare un effetto di coazione psicologica sui consociati, tale dal distoglierli dal commettere reati[4].   2.Il diritto penale “costituzionalmente orientato” Come può facilmente arguirsi, la politica criminale dell’attuale Governo si caratterizza, invece, per una prospettiva del tutto diversa, che nemmeno ha a che fare con il diritto penale “costituzionalmente orientato”, risalente, come è a tutti noto, al grande Franco Bricola[5], che teorizzava addirittura che l’intervento del diritto penale sarebbe legittimato solo nei confronti di beni giuridici esplicitamente o anche solo implicitamente, tutelati dalla Carta costituzionale. Quest’ultima teorizzazione possedeva, tuttavia, il limite di richiedere alla Corte costituzionale di dichiarare illegittima una norma penale, laddove avesse tutelato un bene giuridico sprovvisto di ascendenza costituzionale, ma in tal modo si sarebbe richiesto alla Corte medesima un’invasione nella sfera parlamentare e quindi inevitabilmente una messa in pericolo del principio della divisione dei poteri di montesquieiana memoria[6]. Ciò nonostante, l’approccio al diritto penale costituzionalmente orientato caratterizzerà il diritto penale italiano dagli anni ’70 dello scorso secolo fino ai giorni nostri, nel senso di vincolare il legislatore, il giudice e l’esegeta ad una interpretazione, appunto, “costituzionalmente orientata”. Ciò varrà sia da un punto di vista della ricostruzione del fatto di reato, orientata alla applicazione del principio di stretta legalità e dei suoi sub-principi, di cui all’art. 25, comma 2, Cost., sia nella prospettazione della teoria della pena, ove il riferimento sia al “senso di umanità” che al principio rieducativo, più modernamente inteso come principio di risocializzazione, pone indubbiamente la pena detentiva come extrema ratio, che caratterizza, peraltro, più in generale, lo stesso diritto penale dall’epoca di von Liszt[7].   3.I profili maggiormente critici della legge sicurezza Orbene, l’attuale legislazione in materia penalistica dell’attuale Governo, a partire dal decreto rave party, per continuare con il decreto Caivano e per giungere sino alla c.d. legge sicurezza, non solo utilizza la decretazione di necessità ed urgenza che, però, difficilmente si riescono a rinvenire nella concreta prassi, in tal modo esautorando, tuttavia, la funzione parlamentare, come, da ultimo, è avvenuto appunto con la legge sicurezza, che doveva essere emanata dal Parlamento, ma poi si preferì utilizzare il decreto legge per asserite ragioni di necessità ed urgenza, peraltro mai dimostrate. Ciò che, tuttavia, ci preme, più in particolare, evidenziare è il fatto che con precipuo riguardo alla c.d. legge sicurezza, si assiste alla incriminazione non già di “fatti di reato”, ma di “modi di essere” della persona, in tal modo mettendo in crisi il principio, di ordine liberale, del diritto penale del fatto, risalente al “capo scuola” del diritto penale moderno, ovverosia Giacomo Delitala[8]. Assistiamo, infatti, in particolare, alla incriminazione della c.d. resistenza passiva, sia nelle carceri, che nei Cpr, che non solo viola l’art. 21 Cost., ma non esprime un fatto di reato in senso proprio, come invece avveniva nel codice penale del 1930, ove la resistenza a pubblico ufficiale è tuttora punita se commessa “con violenza o minaccia”. La questione, a nostro avviso, si complica anche con riferimento al profilo della detenzione, perché, in riforma dell’art. 146 del codice penale, diventa obbligatorio il ricovero in un istituto carcerario anche di una donna incinta, oppure che ha partorito un figlio fino a un anno, perché, se l’infante ha l’età da uno a tre anni, madre e figlio vengono destinati ad un “istituto a custodia attenuata”. Non v’è però chi non veda come tale nuova disciplina –

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LEGALITÀ E DIRITTO ALLA SALUTE: I DUE PRINCIPI CHE RIDISEGNERANNO IL VOLTO COSTITUZIONALE DELLA PENA PER VIA GIURISPRUDENZIALE

 Note sparse a margine di Trib. Sorv. Torino (ord.), 5 agosto 2025, n. 3394** di Veronica Manca* 1.Come ormai è tristemente noto, il sistema carcerario italiano è al collasso. Al 31 agosto 2025, i detenuti presenti in carcere erano 63.167 su 51.274 posti disponibili (a cui vanno sottratti i posti inagibili): nelle carceri italiane ci sono perciò + 11.983 detenuti. Numeri preoccupanti se confrontati con quelli che portarono alla sentenza di condanna dell’Italia della Corte europea dei diritti dell’uomo nel lontano 2013 con il leading case Torreggiani e altri c. Italia.   2.Vale la pena ricordare che al 31 dicembre 2010, i numeri fotografavano una situazione a dir poco allarmante, con 67.961 detenuti presenti e un tasso di sovraffollamento del 151%: è dovuta intervenire la Corte europea, con la prima condanna nel caso Sulejmanovic ad obbligare lo Stato italiano ad attuare le prime risposte normative a contenuto deflativo; una politica carceraria che nel tempo è risultata efficace e ha portato un complessivo affievolimento di intensità del fenomeno. Nel dicembre 2013, infatti, i detenuti presenti erano scesi a 62.536, con un tasso di sovraffollamento del 131%. Tuttavia, questo trend positivo ha iniziato a subire pesanti contraccolpi, già a partire dal 2016, con un nuovo aumento del numero delle presenze: da 54.653 del 2016, al 57.608 del 2017, 58.759 del 2018, fino ai 60.769 detenuti presenti nel 2019, all’alba dell’emergenza sanitaria da COVID-19. Vero è che il sistema ha conosciuto un po’ di respiro nel biennio 2020-2022: basta pensare che dal dicembre 2019 al dicembre 2020 sono diminuite le presenze in carcere di ben -7.190 unità, con 53.637 detenuti e un tasso di sovraffollamento pari al 107%. Infatti, pur senza quello spirito deflativo delle politiche post Torreggiani e senza quella visione di sistema che sarebbe servita per una modifica organica della disciplina penitenziaria, il legislatore è intervenuto con soluzioni deflative che hanno contributo a mantenere il numero complessivo delle presenze al di sotto della soglia di 55.000 unità. Ciò che, però, ha contribuito maggiormente è stato il combinato di due fattori: da una parte il congelamento degli ingressi in carcere con la sospensione degli ordini di carcerazione da parte degli uffici delle procure, e, dall’altra, l’interpretazione estensiva dei presupposti delle misure alternative funzionale ad una più ampia applicazione possibile da parte della magistratura di sorveglianza.   3.Oggi, invece, ci troviamo punto e a capo, di fronte ad una situazione uguale, se non peggiore rispetto a quella pre Torreggiani del 2013. I dati descrivono un sistema penitenziario gravato dal sovraffollamento come problema diffuso, endemico e strutturale: su 189 istituti penitenziari, 157 hanno un tasso superiore alla media e in moltissimi casi (63 istituti) addirittura superiore al 150%. A maggio 2025, il tasso medio di sovraffollamento supera il 134%. Anche un occhio inesperto, alla sola lettura dei dati, vedrebbe che il sistema penitenziario è in stato di sofferenza perché riceve più persone di quelle che la sua capienza massima può fare e questo genera per forza un problema; problema che si è ripresentato ciclicamente nel corso del tempo e che solo di fronte a interventi di natura deflativa ha saputo alleviarsi. Oggi questo problema ha un nome e per l’esattezza 11.983 nomi di persone ristrette in esubero. Persone che ad oggi scontano la pena in condizioni non conformi alla legge, cioè a quell’insieme di norme, principi costituzionali e convenzionali che trovano la propria fonte nella Costituzione e che si sono sviluppati nel corso del tempo grazie all’opera della Corte costituzionale, da un lato, e della Corte europea, dall’altro; un corposissimo legal framework a cui l’Italia aderisce con la sua carta costitutiva e con precisi impegni internazionali e che, prima o poi, in mancanza di soluzioni strutturali, tornerà a rappresentare la base giuridica per un’ennesima condanna dell’Italia sulla scena internazionale. A meno che si voglia negare l’esistenza di queste persone e si voglia continuare a confidare sulla capacità espansiva del sistema (che nel breve periodo non potrebbe darsi neanche in nuove strutture, da costruire o ristrutturare, o, si voglia affidare un intero sistema detentivo a prefabbricati provvisori), è necessario che si ragioni intorno a soluzioni deflative che diventino operative in tutti quei casi in cui il sistema penitenziario vada o rischi di andare in stato di sofferenza.   4.E allora da dove partire? Innumerevoli i contributi della dottrina; ancora maggiori gli sforzi profusi dall’avvocatura associata e dalla magistratura; numerosi per di più gli appelli del terzo settore e delle associazioni da tempo impegnate nel mondo del carcere; unanime la voce di tutti nell’invocare, con urgenza, interventi normativi deflativi, dalla liberazione anticipata speciale fino a provvedimenti di amnistia e indulto parlamentari.   Parallelo al dibattito “classico” sull’emergenza carcere, sta riprendendo forma una riflessione sulla percorribilità di introdurre nel nostro sistema penale sia in fase cautelare sia in fase esecutiva il meccanismo del c.d. “numero chiuso” e cioè la sospensione dell’esecuzione della pena detentiva, senza ingresso in istituto, tutte le volte in cui il sistema penitenziario raggiunga la capienza massima prevista dalla legge. Non si tratta di una riflessione così irrazionale e assurda, dato che altri Stati sono stati costretti a farne ricorso proprio per arginare il problema del sovraffollamento carcerario: basta pensare allo Stato della California o alla Germania, anche se per via giurisprudenziale, alla Gran Bretagna o alla Francia, che sono intervenute addirittura con riforme legislative, prevedendo “valvole di sfogo” al sistema in caso di incapacità a ospitare detenuti in condizioni conformi agli standard di legge. In tale direzione si colloca la proposta di legge presentata in conferenza stampa a Montecitorio dal Deputato Magi, lo scorso luglio, intitolata “Misure alternative alla detenzione in carcere nel caso di inadeguata capienza dell’istituto di pena”, diretta a sollecitare il Parlamento a introdurre un meccanismo di salvaguardia che consenta il non ingresso in carcere e l’espiazione della pena in misura alternativa in stato di detenzione domiciliare ai sensi dell’art. 47-ter ord. penit. e seguenti o in base alle eventuali prescrizioni imposte dal giudice. La proposta di legge mira a proporre una soluzione, necessaria e non più rimandabile, affinché

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