Oltre la norma

COSÌ PROVIAMO A CAMBIARE IL CSM. PARLA EDOARDO D’AMBROSIO

di Francesco Iacopino*– <Scarica l’articolo> Edoardo D’Ambrosio, magistrato e portavoce del Comitato “Altra Proposta”, presiede la sezione penale del Tribunale ordinario di Crotone ed è tra i promotori dell’iniziativa che ha scelto di mettere in discussione il tradizionale sistema di selezione della rappresentanza al CSM attraverso il sorteggio dei candidati. Un progetto nato fuori dalle correnti e dalle appartenenze associative, che arriva ora al suo primo vero banco di prova: le elezioni del 25 e 26 ottobre. Dopo mesi di confronto e dopo la selezione dei candidati, abbiamo chiesto a D’Ambrosio di tracciare un primo bilancio dell’esperienza e di spiegare se quella di “Altra Proposta” possa diventare un modello alternativo di autogoverno. Allora Presidente, cos’è successo? «È successo che il notaio a cui ci siamo rivolti ha mescolato in ordine casuale, tramite una funzione informatica, l’elenco dei magistrati eleggibili di cui disponevamo, ossia di quelli aventi almeno la terza valutazione di professionalità (circa 6.500 magistrati). Dell’elenco così formato in ordine casuale, abbiamo interpellato tramite email – a scorrimento dell’elenco stesso – i primi mille magistrati circa, fino a che non abbiamo trovato quelli necessari a coprire tutti i collegi elettorali previsti dalla legge, disponibili ad accettare la candidatura, che alla fine sono stati 10. In percentuale, ha accettato un sorteggiato su 100 circa… È comprensibile, dato che accettare una candidatura senza apparati di sostegno alle spalle non è da tutti; molti per altro non hanno accettato per situazioni personali particolari (figli in tenera età, genitori anziani, etc.). Devo dire che molti colleghi, pur non accettando la candidatura, hanno comunque manifestato solidarietà e sostegno all’iniziativa, e questo ci ha incoraggiato molto…»   Avete scelto di presentarvi senza un programma comune. È una scelta che può apparire liberatoria, perché sottrae i candidati alle logiche di gruppo, ma anche rischiosa: senza un programma, come si costruisce una rappresentanza? E soprattutto, come si fa a evitare che il “non programma” diventi, nel tempo, l’anticamera di una nuova aggregazione? «L’obiettivo dell’iniziativa è proprio quello di dare attuazione all’idea che il CSM non sia un organo rappresentativo delle idealità dei magistrati, delle diverse “sensibilità culturali” (come dicono le correnti), ma un organo tecnico di alta amministrazione e soprattutto imparziale e di garanzia per tutti i magistrati. Abbiano chiamato a candidarsi magistrati che senza l’estrazione a sorte non avrebbero mai avuto l’opportunità di partecipare all’organo di autogoverno, pur avendone i requisiti di legge. Per noi del Comitato condizioni necessarie e sufficienti a svolgere la funzione di Consigliere del CSM sono (oltre ai requisiti di legge – ossia, esperienza professionale e incensuratezza disciplinare) l’indipendenza da vincoli di gruppo, perché il Consigliere deve decidere secondo legge e secondo coscienza, nel merito delle questioni che gli vengono sottoposte. E il magistrato svincolato dalle correnti è nelle condizioni ideali per esercitare il suo mandato secondo tali criteri di merito, applicando il metodo di studio delle questioni a cui è chiamato quotidianamente nell’esercizio delle sue funzioni giurisdizionali. Applicando tale metodo direi che è da escludersi la formazione precostituita di gruppi nell’esercizio del mandato consiliare, se non appunto di gruppi estemporanei e occasionati dalla convergenza nel merito delle questioni. È ciò che prescrive peraltro il Codice etico europeo dei Consigli di giustizia, in cui al requisito di “indipendenza” è scritto per tabulas che i singoli consiglieri devono evitare la formazione delle decisioni per appartenenza a gruppi che prescindano dal merito delle questioni».   Il passaggio decisivo sarà ciò che accadrà dopo il voto. Se alcuni candidati di “Altra Proposta” saranno eletti, entreranno in un CSM nel quale continueranno a essere presenti consiglieri espressione delle diverse componenti associative. Come pensate di incidere sulle decisioni senza trasformarvi, a vostra volta, in un gruppo organizzato? E quali garanzie può offrire “Altra Proposta” affinché una proposta nata per superare le logiche di appartenenza non finisca per riprodurle? «Innanzitutto speriamo che i candidati sorteggiati da Altra Proposta trovino il consenso dei colleghi elettori e siano eletti anche in numero superiore ad uno, cosicché si creino le condizioni materiali per essere un gruppo. Dopodiché, il rischio che esercitino le loro funzioni nel modo consueto dei gruppi organizzati non credo che sia concreto, proprio per le ragioni che ho detto rispondendo alla domanda precedente. Ciascun consigliere indipendente eserciterà le funzioni sul merito delle singole questioni, non dovendo dare conto delle sue decisioni a nessun altro se non alla legge e alla propria coscienza. Se invece non sarà eletto più di uno dei candidati sorteggiati, la prospettiva è quella del “modello Mirenda”: il riferimento è al dott. Andrea Mirenda, che consideriamo esempio concreto di esercizio indipendente della funzione di consigliere superiore, non espressivo di alcun gruppo, candidato per sorteggio, che ha dato ottima prova della bontà del metodo che proponiamo, grazie al suo ruolo di denuncia delle situazioni opache e di imparzialità nell’esercizio delle funzioni (a prescindere dal merito delle decisioni assunte, che consideriamo prerogativa indisponibile di ciascun consigliere)».   Uno degli obiettivi dichiarati di “Altra Proposta” è restituire credibilità all’autogoverno. Ma la credibilità non dipende soltanto da chi siede nel CSM: dipende anche dal modo in cui vengono assunte le decisioni. Quali cambiamenti concreti ritenete indispensabili nel funzionamento del Consiglio perché le sue scelte siano più trasparenti, verificabili e comprensibili, soprattutto quando si tratta di nomine e incarichi direttivi? «Sicuramente nelle nomine dei direttivi e di tutti gli altri incarichi giudiziari, così come nei giudizi disciplinari, i consiglieri indipendenti dall’investitura correntizia non avranno alcun collega da proteggere, né tantomeno da penalizzare».   Arriviamo al voto. Che cosa chiedete ai magistrati il 25 e 26 ottobre? E soprattutto: qual è il primo segnale di cambiamento che vi piacerebbe registrare all’indomani della competizione elettorale? Se non dovesse arrivare, sarebbe una sconfitta elettorale o la dimostrazione che il sistema che avete contestato è ancora troppo forte per essere scalfito? «La nostra iniziativa nasce proprio con l’obiettivo di offrire ai colleghi elettori un’alternativa concreta innanzitutto ai candidati di corrente, perché riteniamo che il CSM rappresentativo delle correnti non sia messo nelle condizioni di esercitare le sue funzioni in maniera imparziale e trasparente come

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IL DIRITTO DELL’ODIO È LA COSTITUZIONE DEL MALE

Note sul conflitto serbo-bosniaco e il populismo penale di Domenico Bilotti* – >Scarica l’articolo< “Ha parlato al posto mio per aggiungere le frasi imposte dall’alto e spostare tutta la questione dal campo del diritto penale a quello della retorica preelettorale mirata all’aumento del rating” (p. 30) È singolare che una delle più autorevoli personalità del diritto europeo, Miodrag Majic, veda una sua fortunata opera di sette anni addietro tradotta e pubblicata soltanto adesso in Italia. Ci sarebbe da chiedersi, in sostanza, quale meccanismo governi le preferenze di consumo e se esso non sia in qualche modo legato alla nostra percezione del fenomeno giuridico. La concomitanza di una serie televisiva su una piattaforma internazionale è forse più promettente di un noir che scava nei meandri delle corruttele, dell’uso politico della giustizia e dell’uso giudiziario della politica. Non è questa la sede per abbozzare risposte e, verosimilmente, l’interrogativo ci dischiuderebbe scenari (e specchi) inquietanti. Fatto sta che il giudice serbo Majic, tra i più autorevoli togati della corte d’appello di Belgrado, da decenni lotta contro il populismo giudiziario: col comportamento, con gli interventi pubblici, con gli articoli dottrinari. E oggi pubblica per i benemeriti tipi di Marsilio “I figli del male”. Inutile dire che la trama del libro si lega a filo doppio alle conseguenze brutali del conflitto serbo-bosniaco, allo smembramento dell’ex Jugoslavia: ne ricorda le atrocità, le torture, i morti – in particolare quelli ai quali nessun medico legale è mai riuscito a dare un nome. Il genocidio dei bosgnacchi, i musulmani bosniaci, perpetrato da milizie serbe, è stato il crimine più violento che sia avvenuto nell’Europa centrale dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Un genocidio che all’epoca persino ci apparve a “distanza di sicurezza”, nonostante i suoi effetti siano tutt’oggi sotto gli occhi di tutti. Non che l’indifferenza e i cali di attenzione ci sorprendano: ancor più vicino alle nostre coste, altre donne e altri uomini cui non si riesce a dar nome finiscono “insabbiati” dalle onde, nonostante fior di accordi internazionali e bilaterali debbano sulla carta presidiarne la dignità, l’integrità, le libertà. Non sorprende nemmeno che il libro di Majic, scritto quasi un decennio addietro, pubblicato oggi, imperniato su crimini odierni che rimandano alle efferatezze di oltre trent’anni orsono, abbia rinvigorita attualità. Sono di queste settimane le inchieste sui “turisti cecchini”, che in una Sarajevo in ginocchio facevano safari umani tra sventagliate di mitra e rumori di cingolati. Sono di queste settimane le immagini di una Belgrado addobbata da commemorazione nazionale per i funerali di Ratko Mladic, il generale serbo-bosniaco condannato all’ergastolo proprio per genocidio e crimini contro l’umanità. La Serbia, come tante democrazie “recenti” in ogni fase della loro storia (capitò alla Grecia dei colonnelli, ai post-franchisti, ai collaborazionisti nel fascismo italiano), non ha ancora fatto i conti con quei massacri. O, forse, pensa che il redde rationem giudiziario sia stato solo un dono dei vincitori occidentali di allora e non l’occasione di ricostituire lo spazio pubblico su basi di pluralismo laico e democratico. La Serbia, comunità umana di grande storia e che al diritto ha fornito scuole raffinatissime, dove si insegnano meglio che altrove il comparato, la sapienza romanistica, le rigorose suggestioni ermeneutiche del diritto canonico della Chiesa ortodossa. Eppure, quanto ancora pesa l’odio etnico in Bosnia e in Serbia! E quanto le comunità serbe hanno reagito ai fatti militari sviluppando una mitologia acritica dei leader militari di allora: persecutori che possono assurgere ad eroi quando intorno nessun’altra idealità e nessun’altra personalità riesce a coagulare il medesimo consenso sociale di ieri. La Serbia è osservatorio eccezionale per chi si dedica di questi tempi ai diritti confessionali comparati, al diritto penale internazionale, al costituzionalismo. Da un lato, il suo avvicinamento alla Federazione Russa affonda in identità culturali e religiose difficilmente questionabili, risalenti, radicate e forse mai rinnegate. Dall’altro, questo patrimonio di credenze e culture è tuttavia povero di schiettezza e vera abnegazione, se è condivisione contingente di politiche militari sbagliate, di ostruzionismo di comodo verso le corti internazionali dei diritti (e dei diritti umani in particolar modo). È solo l’altra faccia del pari opportunismo con cui proseguono negoziazioni e forme di accordo commerciale con l’Unione Europea. Conviene il mercato unico, e conviene mantenere legami fuori da esso, quando identiche sono le politiche che si propongono sui diritti civili, sulla libertà di circolazione, sulle dimensioni associative della politica, della stampa, delle professioni. Il giudice Majic fa una bella operazione narrativa: trasferisce le sue inquietudini civili su un protagonista che, in realtà, svolge la professione di avvocato. Non è solo espediente letterario: Majic è un giudice che ha sempre riconosciuto la valenza costituzionale della difesa giurisdizionale. Un diritto comune europeo del processo non potrebbe esistere senza dotarsi di questa grundnorm: non è una scelta tecnica indifferente. È la trincea vera e concreta del faldone, che è fatto di studio per chi concorre a formarlo (le parti del processo tutte) e soprattutto di carne, sangue e afflizione di chi nella complessa vicenda giudiziaria ne è sottoposto, limitato, persino menomato. Il presunto autore del reato, indagato o imputato, e la vittima, la cui natura si qualifica formalmente all’atto del giudicato e che tuttavia in itinere certo patisce la lesione ingiusta, lì sono dalla stessa parte: quella di chi è subordinato a una trama procedurale più alta di lui, che in un modo o nell’altro finisce per disporne. Ai diritti umani del giusto processo non serve il giudice erculeo, che simpaticamente Majic potrebbe pure incarnare. Serve, secondo l’Autore, proprio quell’avvocato di parte, nella cornice non di parte della garanzia, che attua la vita del diritto nel diritto della vita umana. La trama è particolarmente ben congegnata. È evidente che il volume abbia un accento locale e uno scopo di pedagogia sociale dal basso, senza infingimenti moralistici: verificare sul campo quanto lavorare in e per una nazione sia distante dal blandirne e sposarne il nazionalismo. Si difende la propria tradizione non con l’accettazione e l’accentazione delle sue pagine buie: quella è una rimozione calcolata del male compiuto che, nella cultura giurisdizionale, proprio

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ALDO CASALINUOVO RICORDA ANTONIO TALERICO

di Aldo Casalinuovo – <Scarica l’articolo> Consentitemi di esprimere, innanzitutto, il mio più vivo apprezzamento per questa nuova iniziativa della nostra Camera Penale, oggi brillantemente presieduta dal collega Francesco Iacopino, che ricalca fedelmente quella tenutasi nel 2003, nata da un’idea dell’amico Enzo Ioppoli, allora presidente dell’associazione. Non si è indugiato – per quanto abbiamo fin qui assistito – nostalgicamente al passato o a rievocazioni agiografiche dei Colleghi che sono stati ricordati. No: si sono ricordati, con sentimento ma anche con grande puntualità ricostruttiva, professionisti e soprattutto uomini che hanno lasciato un segno nella memoria e nei sentimenti collettivi non soltanto della nostra comunità forense. Ingegni multiformi – così li vorrei definire – che hanno sviluppato il loro impegno, certo e innanzitutto, nella professione, ma anche nella politica e più latamente nella sfera sociale e civile della realtà in cui essi hanno vissuto e operato. E attraverso il loro ricordo, in questi nostri incontri, si sono rievocati importanti segmenti di vita collettiva, al di là appunto dell’aspetto strettamente professionale che più direttamente ci riguarda, che hanno costituito, per così dire, un valore aggiunto di sicuro interesse delle belle relazioni che abbiamo fin qui ascoltato e, certamente, anche di quelle che seguiranno. Si è detto più volte che queste occasioni di incontro e di approfondimento “servono” innanzitutto ai Colleghi più giovani, giacché attraverso il ricordo degli illustri avvocati del passato essi apprendono e accrescono il loro bagaglio culturale e di conoscenza; e ciò è certamente vero. Ma io credo che, in fondo, tali incontri siano stati e siano utili anche per i Colleghi non più giovani, perché in un mondo così profondamente mutato negli ultimi decenni, “rivedere” il percorso compiuto – attraverso appunto la rievocazione di persone, immagini, situazioni del nostro recente passato – non può che farne apprezzare ancora di più l’importanza e la bellezza dello stesso. Accingendomi a parlare dell’Avvocato Antonio Talerico, devo fare, come alcune volte capita nell’introduzione dei libri, una piccola “glossa” iniziale ed esplicativa. Per me egli è innanzitutto “Totò”, e capiterà dunque sovente in questa mia relazione di appellarlo molto semplicemente così. Il motivo è presto detto: egli fu amico di gioventù di mio padre, suo compagno di scuola sui banchi del nostro prestigioso e storico liceo classico Pasquale Galluppi; e si sa, le amicizie che nascono sui banchi di scuola e durano per tutta la vita diventano qualcosa di molto simile alla fratellanza. E loro, infatti, furono senza alcun dubbio legati da fraterna amicizia. Così mio padre, allora presidente della Camera Penale, lo ricordò nel corso della commemorazione che si tenne in Corte d’Appello il 2 gennaio 2006, al momento della sua dipartita: “Rendere l’estremo saluto e il più commosso omaggio ad Antonio Talerico, mentre ci lascia per sempre, non è soltanto un dovere che io compio a nome di tutti i colleghi della Camera Penale, ma è un sentitissimo bisogno dell’animo mio: perché con lui vissi gli anni indimenticabili della scuola e della giovinezza, il nostro rapporto fu sempre improntato a sentimenti fraterni; mi fu sempre vicino nei momenti lieti e soprattutto nei momenti tristissimi del mio passato. Negli anni del liceo lo ebbi per la prima volta compagno di classe. Proveniva dagli istituti arcivescovili e si fece subito voler bene da me e dagli altri compagni…”. Totò, come sappiamo, veniva da un piccolo paesino della presila catanzarese – Pentone – e alloggiando come convittore al Galluppi, divenne ben presto un componente aggiunto della mia famiglia. Legò moltissimo anche con zio Aldo, fratello maggiore di papà; mia nonna ebbe sempre per lui sentimenti che possono definirsi materni. Ne conservava sempre un ricordo affettuoso e, simpaticamente, ogni tanto rievocava i malanni veri o presunti che portavano Totò, di tanto in tanto, ad esprimere la volontà di saltare qualche giornata di scuola, con la ferma contrarietà di mia nonna. Era così legato a papà che quando nel luglio del 1943 il suo fraterno amico decise, assecondando la sua passione per il mare, di partire come volontario per l’Accademia Navale di Livorno, Totò non esitò a manifestare la volontà di seguirlo in quella avventura. Rinunciò poi – se oggi non ricordo male i loro racconti – per un problema di vista. Ma la particolarità, invero, era un’altra: Totò voleva seguire papà e iscriversi all’Accademia Navale di Livorno, pur non sapendo nuotare! Evidentemente, tanto era il desiderio di seguire il suo amico del cuore in quella nuova esperienza, che poi però costò a mio padre, dopo l’armistizio dell’8 settembre del ‘43, quasi due anni di prigionia nei campi di lavoro nazisti prima a Markt Pongau e poi a Imst in Austria. Nel mio personale ricordo, invece, vi è l’occasione del primo cimento professionale presso la Pretura di Taverna. Mio padre, tornato alla professione dopo la lunga e impegnativa “parentesi” politica, mi aveva affidato a lui – io giovane praticante – per l’esordio dinanzi l’Autorità giudiziaria, e se ne creò l’occasione per una causa di rissa e lesioni, dinanzi al Pretore di Taverna. Era il 1987. Il ricordo è ormai piuttosto sfumato, ma le immagini, sia pur fugaci, di quella giornata sono ancora nella mia mente: la piccola aula della pretura, i colleghi impegnati nella causa, il viso bonario del pretore. Ma soprattutto l’attenzione, quasi paterna direi, che Totò prestava al giovanissimo collega affidatogli dal suo fraterno amico per il primo cimento professionale in un’aula di giustizia penale. “L’Avvocatura è cultura, arte, missione, sacerdozio, impegno supremo di ogni risorsa intellettuale e spirituale”: con queste magnifiche parole, Alfredo Cantàfora, nel corso della cerimonia di assegnazione della Toga d’oro in Corte d’Appello, nel 1983, descriveva la nostra professione. E sono parole, direi, che si attagliano perfettamente alla figura dell’avvocato Talerico, per il quale l’Avvocatura fu certamente impegno totalizzante e ragione di vita. Che Avvocato fu Totò Talerico? Io lo definirei un avvocato “classico”, con un aggettivo che potrebbe apparire generico, ma che in realtà abbraccia compiutamente e in modo coerente la poliedrica personalità della sua figura. Lo fu, innanzitutto, nell’esercizio della professione, “sul campo” per così dire: dalla conoscenza approfondita

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