
di Pantaleone Pallone* –
C’è un momento preciso, nella solennità delle cerimonie d’insediamento, in cui la liturgia istituzionale cede il passo alla verità della carne, della memoria e della passione forense.
Per chi ha vissuto le stagioni del foro di Catanzaro, per gli avvocati di una generazione cresciuta nel culto del rispetto reciproco e della sacralità della giurisdizione, quel momento ha suscitato un brivido profondo lungo la schiena.
È accaduto quando il neo presidente del Tribunale, Giuseppe Spadaro, visibilmente commosso, ha rivolto lo sguardo in aula verso la collega Lidia Gennaro per ricordare suo padre, Mariano Gennaro, magistrato straordinario strappato alla vita a soli 36 anni.
Vedere Lidia Gennaro lì presente, oggi stimato giudice in servizio nello stesso Tribunale di Catanzaro, ha reso quel momento un passaggio di testimone di rara potenza emotiva e professionale. In quel ricordo, che ha incrinato la voce del Presidente, non c’era solo il tributo affettuoso a un antico maestro. C’era la declinazione più pura di una precisa idea di giustizia, ereditata dal padre e incarnata oggi dalla figlia, che Spadaro ha voluto riassumere in un monito per l’intera magistratura: «La dote principale di un magistrato deve essere l’umiltà».
Un principio che Mariano Gennaro testimoniò fino all’ultimo, continuando a preoccuparsi del proprio lavoro, del suo ruolo e dell’alta funzione giurisdizionale affidatagli, mentre affrontava con dignità un male incurabile.»
È la lezione più alta, oggi più che mai attuale: nessuna preparazione tecnica o accademica potrà mai compensare la perdita di umanità o l’inaridimento nei formalismi.
Il ritorno di Giuseppe Spadaro nella sua Catanzaro, dopo quindici anni spesi a guidare con successo il Tribunale per i minorenni di Bologna e di Trento, possiede una forte carica simbolica, a partire da quella prima toga indossata per l’occasione. Non un orpello di circostanza, ma la stessa toga regalatagli dal padre, storico poliziotto della Squadra Mobile cittadina, che sin da bambino, passeggiando in piazza Matteotti, gli instillò il sogno della magistratura.
Davanti a un’aula gremita di autorità civili, militari e dei vertici della magistratura distrettuale, dell’avvocatura tutta, ai massimi livelli, Spadaro ha chiarito che la sua non sarà una presidenza improntata all’arroganza del potere.
L’idea di guida proposta è fatta di ascolto, condivisione e, soprattutto, del «culto del dubbio».
Un giudice, ha ricordato, non deve mai avere la presunzione di essere migliore degli altri, ma deve saper cambiare idea al modificarsi dei fatti, rifuggendo da pregiudizi e preconcetti.
Ma l’aspetto che più da vicino interroga le colonne di questa rivista è l’accorato appello che il Presidente ha rivolto all’avvocatura catanzarese. In un’epoca in cui il dibattito sulla giustizia rischia troppo spesso di degenerare in una scellerata conflittualità, il presidente Spadaro ha teso la mano al Foro, ricordando la stagione in cui Catanzaro rappresentava un modello e un emblema di civiltà giuridica a livello nazionale. «Gli avvocati non sono nostri avversari […]. Siamo tutti protagonisti della giurisdizione».
L’invito rivolto ai professionisti del diritto è un ritorno alla nobile prassi dei maestri del passato: «Vi prego, siate al mio fianco, venite a parlarmi prima di scrivere».
Una sollecitazione al dialogo preventivo, alla lealtà istituzionale, alla ricerca comune di una giustizia che sappia essere celere ma sempre umana, perché efficienza e umanità non sono e non devono essere valori alternativi.
Le sfide strutturali che attendono il nuovo Presidente sono imponenti: carenze di organico, carichi di lavoro gravosi e il continuo turnover dei magistrati più giovani.
Eppure, nel dichiarare che «qui il cuore batte più forte», il presidente Spadaro ha voluto scommettere sul riscatto del distretto.
L’avvocatura catanzarese, fiera della sua storia e consapevole del proprio ruolo costituzionale, non potrà che raccogliere questo invito, vigilando e collaborando affinché il Palazzo di Giustizia torni a essere il luogo dell’ascolto, del dubbio metodologico e del profondo rispetto per la dignità dell’uomo.
*Avvocato penalista, direttore di Ante Litteram
