EMMA IZZI NEL RICORDO DI NINO GIMIGLIANO

Il Direttivo della Camera penale, con il suo Presidente Francesco Iacopino, ha deciso di promuovere, a venti anni dalla prima, la seconda edizione degli “Incontri sui penalisti di ieri”, per “ricordare quei Padri e Maestri che, nel frattempo congedatisi dalla vita, ci hanno lasciato in eredità una straordinaria esperienza umana e professionale: fare memoria soprattutto per i più giovani, per coloro che non li hanno conosciuti, della loro storia di Avvocati…”.

Don Nino è stato per me, davvero, un Padre e un Maestro, con la “P” e la “M” maiuscola. Ho avuto la fortuna, per trent’anni della mia vita, di avere due padri: Guglielmo, mio adorato papà – grande educatore di generazioni di alunni in oltre quarantacinque anni di insegnamento – e don Nino, padre putativo, con cui ho trascorso, per quei trent’anni, molto più tempo che con mio padre Guglielmo, condividendo esperienze umane e professionali, momenti di grande gioia ma anche qualche dolore. Ci siamo confidati ansie e preoccupazioni; ci siamo raccontati, reciprocamente, forse più di quanto sappiano fare davvero un padre e una figlia. Magari, scioccamente, solo per pudore dei propri sentimenti.

Per trent’anni è stato parte della vita mia e della mia famiglia: testimone di nozze, era presente, con l’amata signora Rosa (da me amatissima perché affettuosa, gentile, generosa, accogliente), quando è nata mia figlia Lucia e poi al suo battesimo, al primo compleanno e a tutti gli altri, alla prima Comunione. Purtroppo non alla sua laurea perché il buon Dio l’ha voluto con sé qualche anno prima.

Un sentimento intenso, un misto tra affetto profondo e sconfinata ammirazione per l’Uomo, prima ancora che per il professionista, che ha caratterizzato tre decenni della mia vita e che rimane lì, fermo ed irremovibile nel mio cuore, anche dopo 15 anni da quel tragico 13 dicembre 2009. Un sentimento forte ed imperituro, una venerazione laica, profonda e sentita.

Riconoscenza e gratitudine sono alla base del Tributo devoto che oggi voglio rendere, pubblicamente, al mio grande Maestro. Perché un Maestro illuminato che ha saputo indicare ai suoi discepoli  (e sono stati decine negli anni) la strada maestra, da seguire sempre con rettitudine, nel rigoroso rispetto dell’etica; che ha saputo affascinare le menti giovanili con la sua grande, immensa humanitas, prima ancora che con la sua grande cultura giuridica  e  che ha seminato Amore – per  la moglie, per la sua grande famiglia e in particolare per i nipoti, per gli Amici, spesso considerati fratelli, per i suoi allievi, verso i quali ha sempre avuto parole di sostegno e incoraggiamento nei momenti difficili – è giusto che abbia ricevuto e riceva ancora Amore, moltiplicato all’infinito.

Sono convinta che l’Amore che alberga nel nostro cuore può essere declinato in tanti modi e rivolgersi, con uguale intensità, a tante persone con le quali abbiamo avuto la fortuna di condividere parte del nostro cammino terreno. Questo carico di emozioni non rende agevole il mio compito. Ma la grandezza dell’Uomo – prima ancora che dell’Avvocato penalista che stasera vogliamo celebrare – mi impone di trattenere la commozione.

Mi sono chiesta come Lui avrebbe voluto essere ricordato stasera. Sicuramente non con toni altisonanti, che pure avrebbe meritato, né con espressioni troppo ampollose. Lui avrebbe scelto un tono semiserio, perché chi lo ha conosciuto lo sa bene, don Nino era così.

Abbiamo lavorato tanto insieme, affrontato questioni complesse, ma abbiamo anche tanto riso insieme, dopo le sue battute argute.

Guardando la platea vedo molti Amici, miei ma soprattutto suoi, che lo hanno conosciuto e amato; mi conforta, quindi, l’idea che la gran parte di voi ha conosciuto e apprezzato le grandissime doti intellettuali, professionali e umane di don Nino Gimigliano, per cui il mio ricordo serve solo a risvegliare sentimenti di simpatia, ammirazione, affetto, che hanno provato coloro che hanno avuto la fortuna di rapportarsi a lui.

E immagino che ciascuno di voi, ora, nel pensarlo, nel rivederlo nella propria mente, istintivamente si troverà a sorridere, perché lui era un dispensatore di energie positive e, perché no, nel tempo e nel luogo giusto, anche di sano buonumore.

L’ultimo dono che mi ha fatto, nel 2008, è il libro di Georges Minois Storia del riso e della derisione, – sul cui retro è scritto – “Si dice che il riso sia una virtù che Dio ha dato agli uomini per compensare la loro intelligenza. Ma si può davvero ridere di tutto? Il riso non rappresenta forse il valore supremo che permette di sopportare l’esistenza, accettare senza capire, rassegnarsi a tutto e non prendersi troppo sul serio?”.

Come vedete il libro è ancora pieno dei post-it che lui era solito inserire tra le pagine dei libri e sui quali annotava i suoi pensieri. Non mi vergogno a dire che per me questo libro è una reliquia, perciò l’ho lasciato così come lui me l’aveva donato.

L’umorismo è stata la sua cifra. Credo che lui avrebbe voluto che fosse ricordata questa sua vena naturale, coltivata e rinvigorita dall’amore verso il cinema e il teatro che, solo per citarne alcuni, da Charlie Chaplin a Eduardo De Filippo, avevano saputo usare il sorriso come modo per comunicare sentimenti di gioia ma anche, a volte, di velata malinconia.

Don Nino era un eclettico, dotato di una sconfinata cultura alimentata da una grande curiosità, che è il motore della conoscenza. Un caleidoscopio che spargeva luci multicolori, capace di parlare – in pubblico come davanti a una pizza – con naturalezza e senza sfoggio di erudizione: di letteratura, arte, teatro, cinema, musica, storia e filosofia. E ovviamente di diritto.

Ora mi domando e vi domando: può un oceano entrare in un bicchiere o un vulcano essere racchiuso in un barattolo? 

È impossibile. La mia, di stasera, è una missione impossibile.

Perché don Nino era profondo e immenso come un oceano; impetuoso, scoppiettante, ricco di fantasia e immaginazione, di idee e iniziative, esuberante, pieno di vitalità e, quindi, una personalità vulcanica. 

Il tempo che posso utilizzare è davvero ristretto, come un bicchiere o un barattolo. Parlare con Voi di don Nino – lo chiamerò sempre così – è un grande onore ma anche un grande onere.

Negli anni ho scoperto che don Nino chiamava, affettuosamente, mio padre Guglielmo il Kaiser, con una risatina delle sue, per sottolineare il rigore di mio padre nell’educazione ricevuta e impartita, che lo rendeva severo nel rapporto con i figli.

Erano cresciuti insieme – mio padre era del 1921 e don Nino del 1923 – in Via Nazionale per Tiriolo, oggi Via Alessandro Turco. Mio padre, figlio di Antonio Izzi De Falenta – fondatore dell’Istituto per i Sordomuti di Calabria e Lucania che aveva sede appunto in quella via (oggi sede del Marca) – e lui, figlio di Beniamino, funzionario pubblico e fratello di Rosetta, coetanea di mio padre, con la quale si sarebbero ritrovati come professori alla Pascoli diversi decenni dopo. Fu così che dopo la laurea, quando, nel maggio 1980, manifestai l’intenzione di frequentare uno studio legale, lui pensò al suo amico Nino, anzi Ninetto come spesso lo chiamava, già avvocato di chiara fama. Mi accompagnò in Via Alberti o Via Silvio Paternostro, come don Nino preferiva appellare la via del suo Studio. Mi apparve un uomo di mezza età, brizzolato, cordiale, espansivo, empatico, subito affettuoso.

La stanza destinata a studio non era grande, aveva le pareti interamente occupate, fino al soffitto, da librerie in legno stracolme di libri e raccolte di testi giuridici. Aveva con sé un praticante (Romano) e due procuratori legali (Gegè e Sandro) che lavoravano in quello spazio ristretto, nel quale erano state ricavate due postazioni per le macchine per scrivere; un’altra postazione era addirittura nell’entrata dell’appartamento. 

Mi disse subito che certamente mi avrebbe accolta nel suo studio ma che avrei dovuto avere un po’ di pazienza per la frequenza nel pomeriggio, visto “l’affollamento”.

Una vera e propria fucina, un meraviglioso laboratorio di idee e di confronto nel quale lo spazio ristretto era un dettaglio insignificante. Anzi, paradossalmente, lo spazio ristretto ci consentiva di assistere al colloquio con il cliente, in raccoglimento fisico e in religioso silenzio, nel rispetto assoluto del ruolo del Maestro, pronti però a rispondere se Lui avesse chiesto la nostra opinione alla presenza dello stesso cliente.

La prima domanda che mi rivolse, quando mio padre andò via, fu:  “Ce l’hai la patente ?” 
“Veramente non ce l’ho ancora”. 
“Male – rispose –  prima la patente e poi la laurea”.

Oggi sorrido a quell’affermazione che capii dopo, quando appresi che lui non aveva mai preso la patente ed era perciò un trasportato, alla ricerca di trasportanti affidabili! Fu così che a luglio 1980 avevo già la patente e mi fu regalata una Cinquecento grigia metallizzata, di terza o quarta mano, con cui lo portavo in giro per la città. Lui si adattava perfettamente alle dimensioni dell’abitacolo perché era snello.

Il “dramma” fu sfiorato un pomeriggio di diversi anni dopo quando arrivò in studio la fatidica telefonata: “Abbiamo finito le correzioni, qualcuno venga a prendermi”.
Si trattava delle correzioni degli scritti degli esami di procuratore legale ed eravamo a metà degli anni ‘80 quando esse erano effettuate dai Consiglieri dei COA.

Scesi a prenderlo e si era convenuto che l’avrei aspettato all’uscita retrostante del Tribunale, in Via Paparo. Si aprì il grosso cancello metallico ed uscì lui con il Presidente, Enzo Zimatore. Ora, chi ricorda il meraviglioso Presidente Zimatore, ricorderà pure che era un uomo imponente, alto oltre 1 metro e 80.

Mi trovai imbarazzata a offrire la mia 500 ma don Nino minimizzò e sgattaiolò nei posti di dietro, mentre il Presidente Zimatore si accomodò (si fa per dire) davanti, dopo che avevo provveduto a tirare all’indietro il sedile al massimo, anche lui sorridente e disponibile ad adattarsi alla situazione. Avevo, nella mia macchina minuscola, due giganteschi Maestri. Un privilegio, un onore, che ricordo sempre con grande nostalgia. Tempi meravigliosi, nei quali il giovane che si affacciava nel Foro catanzarese aveva fulgidi esempi di Avvocati dotati di una cultura vasta e di un carisma che li accompagnava già nel loro incedere in Tribunale.                                             

Quando cominciai a frequentare lo studio Gimigliano era metà maggio 1980.

Pochi giorni dopo don Nino venne investito, dall’allora Presidente del Catanzaro, Adriano Merlo, della difesa del Catanzaro davanti alla CAF. Si tratta, come molti di voi ricorderanno, del primo caso di Calcio Scommesse del 1980, noto anche come “Totonero”, che vide coinvolti Club prestigiosi come il Milan, la Lazio, il Bologna e, direttamente, giocatori famosi come Enrico Albertosi, Bruno Giordano, Lionello Manfredonia, Paolo Rossi.

La decisione di primo grado, resa dalla Commissione disciplinare della Lega Nazionale Professionisti, era stata presa tra fine maggio e giugno 1980 e aveva stabilito la retrocessione del Milan in serie B mentre per Avellino, Bologna, Perugia e Lazio erano stati disposti 5 punti di penalizzazione, da scontare nel successivo campionato 1980-81. I calciatori, Albertosi, Cacciari e Wilson erano stati radiati, molti altri colpiti dalla sospensione per diversi anni.

Nel processo d’appello, davanti alla CAF, il Catanzaro aveva il ruolo di “parte civile” allargata, rispetto alla FIGC, che era la parte offesa principale. Alcune Società, già condannate alla retrocessione nel primo grado, avrebbero potuto essere definitivamente espulse dal Campionato di Serie A per l’anno 1980-81; il verdetto della CAF avrebbe potuto determinare per il Catanzaro (retrocesso in Serie B alla fine del Campionato 1979/80) il ripescaggio, al posto delle Società che avevano “barato”. Don Nino si preparò alla discussione confrontandosi anche con i collaboratori di studio, in particolare con Eugenio Arceri che era esperto di diritto sportivo. Gegè lo accompagnò a Roma e ci fece, poi, il resoconto del processo.

A me e Romano diede un compito di “altissima fiducia” (come diceva lui per chiedere poi cose anche banali, come andare alla posta o dagli Ufficiali giudiziari): andare in una Cancelleria della Corte di Appello dove aveva visto un poster con la riproduzione del testo del piccolo capolavoro di  Leonida Rèpaci Quando fu il giorno della Calabria” e ricopiarlo.

Nell’arringa davanti alla CAF usò qualche passo di Quando fu il giorno della Calabria, per descrivere le bellezze della nostra Terra, della sua gente, povera forse, ma onesta e laboriosa.

Usò parole sferzanti contro i giocatori super pagati, che incassavano stipendi mille volte superiori a quelli dei nostri giallorossi e che, per ingordigia e grettezza d’animo, avevano tradito le regole dello sport più amato dal popolo italiano e dato un pessimo esempio alle giovani generazioni.  Fu così che Albertosi sbottò, a voce alta:“Cosa vuole quel Terrone lì ?” che don Nino, vinta definitivamente la battaglia con la retrocessione del Milan e della Lazio ed il recupero del suo Catanzaro (e la punizione di Albertosi a quattro anni di sospensione), portò a casa come il suo vero trofeo. Il Terrone aveva vinto contro il prepotente “nordista”.

Seguirono giorni di gioia per quella che molto più tardi, nel suo ultimo libro (Wodehouse, del 2008) egli definì una significativa gloriuzza. Potete immaginare, infatti, quale fu la riconoscenza del popolo giallorosso per il suo paladino difensore.

Per quello che vidi dal settembre 1980 in poi, per lunghi anni, posso affermare che era davvero strano che lui non avesse nella sua vastissima libreria il testo di Leonida Rèpaci.

Qualche settimana fa, l’Avv. Raffaele Mirigliani – che oggi ci onora della sua presenza – sapendo che sarebbe toccato a me il ricordo di don Nino, mi ha detto: “Nino era un Umanista, e come tale, grande studioso di letteratura, retorica, filosofia; era dotato di una vasta cultura che ha trovato naturale utilizzare nelle sue difese”. È proprio così!

Chi, tra i giovani, ha avuto la fortuna di assistere alle sue arringhe, alla fine era pervaso da due sensazioni: la grandezza dell’oratore e del suo dire e, al suo confronto, la pochezza culturale dell’ascoltatore, nonostante non fosse un ignorante e avesse fatto buoni studi.
Perché la cultura di don Nino era davvero immensa. Per comprenderne la vastità occorrerebbe ricostruire un po’ la sua storia. Ma il bicchiere, o il barattolo, sono troppo piccoli per contenerla.

Certamente nella sua formazione ha influito l’ambiente in cui è vissuto.  Basti dire che sua zia Teresita, detta “Sita”, era una letterata che, avendo fatto una tesi su Gabriele D’Annunzio data alle stampe (cosa davvero rara per una donna negli anni ‘30), ebbe una relazione – solo epistolare – con il Vate.
Tutta la famiglia della madre, ovvero la famiglia Pellegrini, originaria di Montauro, era composta da autentici geni, impegnati in ambiti diversi.

Due zii, Pantaleone e Pellegrino, erano medici a Istanbul (o Costantinopoli); quando lo incontravano da ragazzino, gli raccontavano le “ultime esotiche notizie del lontano e misterioso Oriente”, trasmettendogli così l’interesse verso quella terra che poi si ritroverà in Occhialì Historiae, primo romanzo di Nino Gimigliano.Lo zio, Francesco Pellegrini, era magistrato di Cassazione, Presidente della Prima Sezione Civile, e partecipò alla stesura del IV Libro “Delle obbligazioni”, del Codice civile del 1942.

Fu ricordato anche nel primo numero di Regione Calabrese (luglio-settembre 1970), con un articolo dal titolo “Un monarchico in difesa della Repubblica”, per il ruolo decisivo da questi avuto nell’intervento nella Camera di Consiglio della Suprema Corte di Cassazione, per la proclamazione dei risultati del Referendum istituzionale del 1946.

Apro una parentesi per ricordare cosa fosse Regione Calabrese. Era una rivista trimestrale, di studi e ricerche, nata nel 1970 – eccone una di due anni dopo che ho ritrovato nello studio di mio suocero – che vedeva in redazione, oltre all’illustre prof. Augusto Placanica, ingegni quali: Pier Paolo Colosimo, Fortunato Costantino, Alberto Galiano, Nino Gimigliano, Domenico Pudia, Antonio Romano, Costantino Salvatore, Franco Scalzi, Domenico Spadafora, Aldo Stigliano Messuti, Luigi Tranquillo, Domenico Torchia, Salvatore Trovato. In pratica 7 grandi Avvocati catanzaresi e 3 eccelsi Magistrati (Pudia, Salvatore e Trovato) che sapevano trovare il tempo – pur nell’impegno scrupoloso richiesto dal loro lavoro – di dedicarsi all’approfondimento di politica, economia, diritto, architettura, urbanistica, sanità, storia e letteratura, per favorire il neonato Regionalismo.

Tornando al giovane Nino, nella sua formazione ebbe un ruolo importante appunto lo zio Francesco che, nel salottino napoletano della zia Vittoria, allietava i ragazzi presenti con le letture dei classici latini e greci e con le sue traduzioni delle Satire di Giovenale. E così, ancora, lo zio Antonino, avvocato.

La curiosità, il piacere di apprendere, di conoscere, di alimentare la già vivida immaginazione l’hanno portato, nel tempo, a interessarsi anche di Cinema e Teatro. Quando era studente universitario alla Sapienza di Roma, dapprima in medicina e poi – abbandonati quegli studi – in giurisprudenza, passava molte serate a seguire le compagnie teatrali. È lui stesso a descriverci cosa preferisse fare a quell’epoca (Wodehouse pag. 105 e segg.): “Alle lezioni di medicina preferii ben presto quelle del “Centro sperimentale di Cinematografia, dove insegnava Luigi Chiarini. Lì alla sua Scuola potevo incontrare un giovane Vittorio De Sica, Paolo Stoppa, Amedeo Nazzari, Carlo Ninchi e Mario Camerini. Le mie giornate di studente squattrinato si concludevano in bellezza a sera all’Eliseo dove avevo avuto la fortuna di essere ammesso come clacchista quando furoreggiava il più memorabile terzetto della nostra storia teatrale: Eduardo, Peppino e Titina de Filippo”. Poi si dilunga sui pregi e difetti di ciascuno dei tre fratelli de Filippo e… così via.

Amava Dostoevskij, Cechov, Tolstoj ma anche Balzac, Zolà, Dickens, Maupassant, Cervantes, Dumas, Victor Hugo (una vera passione per I Miserabili), Baudelaire e ancora Stendhal, Twain, Wilde, e non disdegnava Dante, Foscolo, Leopardi, Manzoni, D’annunzio. E poi il Teatro, dai classici greci e latini (Plauto e Terenzio) a Goldoni, Molière e il sommo Shakespeare. E – più modestamente – Pirandello ed Eduardo. 

L’elenco è infinito, perché dovremmo aggiungere la sua grande passione per il Cinema (che lo portava anche a dare, ai personaggi dei suoi libri, le sembianze e i nomi di attori, quasi sempre americani), per la Musica, per l’Arte, per la Storia e per la Filosofia. Un Pozzo di sapere.

Per lui, Umanista sopraffino, è stato, per ciò, più che naturale usare qualche volta nelle arringhe richiami letterari, filosofici o di altro genere, che fossero funzionali all’interpretazione e rielaborazione della vicenda umana che era il cuore del processo.cNon era uno sfoggio di erudizione.

Più semplicemente poteva accadere che i protagonisti del processo presentassero caratteristiche simili a quelle di personaggi di un’opera letteraria o che il pensiero di un filosofo o le parole di un drammaturgo potessero aiutarlo, nel processo, a rappresentare l’Uomo con le sue debolezze, le sue miserie, i suoi limiti; ma anche, a volte, l’uomo con la sua nobiltà d’animo, la sua generosità, il suo vissuto, in famiglia e nella società, che avrebbe dovuto essere scandagliato e apprezzato dai Giudici, magari anche al solo fine della concessione delle attenuanti generiche.

Certo, don Nino sapeva di avere di fronte Magistrati colti e amanti della letteratura, ma anche giuristi sopraffini del calibro di Roberto Trovato, Aldo Fiale, Erminia Labruna, Emilio Ledonne, Pietro Scuteri, Gianfranco Migliaccio, Antonio Baudi, Vittorio Antonini, per citarne solo alcuni.

Mi piace, cercando di restare nei limiti del bicchiere (magari fingendo che sia un… boccale), ricordare un episodio che mi è rimasto particolarmente impresso: processo di omicidio volontario. Corte di Assise. Don Nino rappresentava la parte civile. Si trattava dell’omicidio di un uomo, avvenuto in pieno giorno, in un’area priva di vegetazione del Marchesato, vicino ad Isola Capo Rizzuto, dove alcuni contadini stavano lavorando nella mietitura. Improvvisamente due colpi di lupara, uno di loro cadde sul terreno; gli altri che erano lì, a pochi metri, dissero di non aver visto e sentito nulla. Quando toccò alla parte civile di prendere la parola, lui esordì così: «L’autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La Piazza – enorme – era silenziosa: solo il rombo dell’autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante ed ironica. Il bigliettaio chiuse lo sportello. L’ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla grande piazza colse l’uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse all’autista: “un momento” – e aprì lo sportello mentre l’autobus ancora si muoveva.

Si sentirono due colpi squarciati: l’uomo vestito di scuro, che stava per saltare sul predellino, restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò. Il bigliettaio bestemmiò: la faccia gli era diventata colore di zolfo, tremava. Il venditore di panelle, che era a tre metri dall’uomo caduto, muovendosi come un granchio cominciò ad allontanarsi verso la porta della chiesa. Nell’autobus nessuno si mosse, l’autista era come impietrito.
Il bigliettaio guardò tutte quelle facce che sembravano facce di ciechi, senza sguardo, disse: “l’hanno ammazzato” – bestemmiò ancora.
“I carabinieri – disse l’autista – bisogna chiamare i carabinieri”. Aprì l’altro sportello e disse:“Ci vado” –… Vennero i carabinieri; il loro apparire squillò come allarme nel letargo dei viaggiatori e, dall’altro sportello, che l’autista aveva lasciato aperto, cominciarono a scendere. In apparente indolenza, dopo un ultimo sguardo alla piazza, svicolavano… Quando la piazza fu vuota, anche l’autobus era vuoto. Solo l’autista ed il bigliettaio restavano.
“E che – domandò il maresciallo all’autista – non viaggiava nessuno oggi?”
“Qualcuno c’era rispose l’autista con faccia smemorata”.
“Qualcuno – disse il maresciallo – vuol dire quattro cinque, sei persone; io non ho mai visto quest’autobus partire che non ci fosse un solo posto vuoto”
“Non so – disse l’autista, tutto spremuto nello sforzo di ricordare – non so… Io non guardo mai la gente che c’è; mi infilo al mio posto e via…” 
Qualcuno disse: “Il panellaro”
“Perdio, il panellaro” – esultò il maresciallo. Un carabiniere fu mandato di corsa ad acchiappare il panellaro perché dopo la partenza dell’autobus andava di corsa a vendere le panelle nell’atrio delle scuole elementari.
Arrivò: “Dunque tu stamattina, come al solito, sei venuto a vendere panelle qui, il primo autobus per Palermo, come al solito”.
“Ho la licenza disse il panellaro”. 
“Lo so e non me ne importa della licenza; voglio sapere una sola cosa e ti lascio subito andare a vendere le panelle ai ragazzi: chi ha sparato?”
“Perché – domandò il panellaro, meravigliato e curioso – hanno sparato?»

Questo, come molti di voi avranno riconosciuto, è l’incipit (in parte sintetizzato) de Il giorno della civetta, di Leonardo Sciascia. La similitudine con il caso che don Nino stava trattando era davvero impressionante, perciò gli era venuto in mente.

È stata per me un’emozione, riprendendo Il giorno della civetta dalla libreria di casa mia, scoprire che le prime pagine hanno alcuni righi sottolineati a matita, con piccole note redatte con la sua inconfondibile grafia. Aveva usato il nostro libro per preparare quell’arringa. Fu molto abile a non attardarsi sul testo, limitandosi a una lettura agile, con le pause giuste. Aveva catturato l’attenzione della Corte d’Assise, per avviare, subito dopo, una complessa discussione. L’omertà aveva reso difficile l’accertamento dei fatti e fece, da par suo, un’arringa tecnica con la quale colse e offrì alla Corte una serie di elementi per giungere alla condanna dell’imputato. Io, che non sapevo come avrebbe iniziato la discussione, restai letteralmente strabiliata, entusiasta delle sue infinite capacità. Mi congratulai più del solito.

Don Nino preparava le arringhe meticolosamente. Nel vecchio rito, come ben noto all’uditorio, l’arringa era il cuore pulsante dell’attività del difensore.  La fase preparatoria implicava uno studio quasi certosino delle carte processuali. Spesso mi affidava faldoni corposi da studiare con il compito di individuare i punti salienti e i fogli più significativi. Un compito delicato perché un’omissione avrebbe potuto avere effetti significativi per l’impostazione della difesa. Io, prudentemente, nel dubbio, segnalavo proprio tutto ciò che non poteva essere trascurato. Ovviamente lui rivedeva le carte e ne seguiva un confronto che poteva durare anche diversi giorni. Poi lui si concentrava, predisponeva il suo brogliaccio difensivo, che non anticipava. Una suspence meravigliosa.

Giunto il giorno dell’arringa finale, dopo il rito del caffè ristretto (lui non beveva caffè al mattino) preso al bar del Tribunale, che era a fianco all’aula penale, per caricarsi e far fuoriuscire l’adrenalina – che è il motore della discussione dell’oratore – iniziava il sacro rito della difesa.

La Toga – che pure era stata portata, poverina, tutta arrotolata nella sua cartella – si apriva magicamente e lo avvolgeva morbidamente. Lui la indossava con austerità, oserei dire con solennità. L’Uomo si trasformava in Avvocato (Ad vocatus), chiamato a difendere, con professionalità, lealtà e onore, la persona che si era a lui affidata.

Il suo volto si trasformava. Diventava serio e concentrato. Qui, in quei momenti, che potevano essere anche una o più ore, appariva in tutta la sua potenza la costruzione difensiva sulla quale aveva lavorato. E lì accadeva sempre una magia: le pagine evidenziate, le circostanze, le situazioni, gli stati d’animo, la personalità dei soggetti che gravitavano nel processo – di cui avevamo discusso – erano tutti trattati magistralmente, con dovizia di argomenti giuridici e una meticolosa ricostruzione dei fatti. E poteva capitare che un elemento che a me era sembrato un po’ debole, fosse da lui ripreso, sviluppato, rinvigorito e poi usato magistralmente nel costrutto difensivo. Un’abilità eccezionale.

Intesseva un filo logico e giuridico che avrebbe potuto (e dovuto) condurre il Giudice alla meta che lui aveva previsto. E se gli capitava di usare, nel suo dire, riferimenti letterari, storici, filosofici era perché era ben consapevole della forza evocativa delle parole di grandi scrittori, o poeti, nella descrizione delle vicende umane. Perché il processo penale, come già detto, è una vicenda umana. E la difficoltà maggiore è quella di interpretare correttamente questa vicenda, individuando i tasselli del mosaico (per usare una metafora) che, magari non evidenti, consentono invece di fare luce su una realtà che può contrastare con l’apparenza rimandata dalle carte processuali. L’inganno dell’apparenza, alla ricerca della frattura logica, della contraddizione che fa dubitare, dell’argomento che illumina.

L’ars oratoria, frutto di studio dell’eloquenza (don Nino aveva letto – sia pure in parte – le Institutiones oratoriae di Quintiliano) e della retorica ma anche, ovviamente, di diritto sostanziale e processuale era applicata magnificamente nelle sue arringhe.

Don Nino era anche un ottimo civilista. Aveva iniziato la sua attività professionale con il cugino, Aldo Paparo – immenso Avvocato civilista, per il quale potrei usare tutti i superlativi assoluti – che resta, ancora oggi, il miglior civilista che il Foro di Catanzaro abbia espresso per l’ingegno, l’acume, lo spessore ineguagliabile della sua conoscenza del diritto civile (e non solo); appassionato, puntiglioso, studioso attento, “Aldius sapiens”, come don Nino lo definisce in Procida. Memorie dal penitenziario. Era da lui amato profondamente, come un Fratello.

Nella discussione dibattimentale erano ritmati i tempi del dire, le pause; i toni erano modulati e usati come tasti del pianoforte: ora appena sfiorati, ora premuti con vigore. Sempre con un eloquio fluido, snello, non manierato e senza orpelli. L’ascolto, un piacere assoluto.

Non di rado mi è parso di leggerlo – quel piacere – anche negli occhi dei Giudici che l’ascoltavano, attenti e presi dalle sue arringhe; persino in quelli di leali Pubblici Ministeri che, riconoscendo le doti eccelse dell’oratore, mettevano in conto che da quelle parole sarebbe potuta derivare una loro “sconfitta”.

Questa è la sintesi di un nobile sentimento, l’Ammirazione, frutto del prestigio conquistato con la serietà dell’impegno.

Anche la gestualità lo aiutava a esprimere il pensiero. Ricordo che, spesso, il braccio e la mano destra erano alzati e rotanti, in una foga espositiva ed esplicativa, di ausilio alla parola. E ricordo che, a volte, quel braccio era nudo perché nei periodi di gran caldo don Nino usava le camicie a maniche corte. Una scelta forse discutibile ma certamente funzionale al risultato. Basti pensare al Processo Cassiodoro che si svolse, nel 1983, per alcune settimane nel mese di luglio. Un caldo micidiale. L’arringa, infatti, richiedeva spesso un grande sforzo fisico e, dunque, l’avvocato doveva stare comodo. E la toga che scivolava dalle spalle per la gestualità dell’oratore, veniva subito ricomposta perché non ne venisse alterato il valore simbolico e, meno che mai, ridimensionata la forza evocativa dei grandi valori dell’Avvocatura. La toga è pesante perché è l’emblema della sacralità della funzione difensiva.

Quando, alla fine dell’arringa, mi avvicinavo a lui per complimentarmi e lo abbracciavo con evidente ammirazione, lui era contento di questo tributo, così come di quello che gli altri colleghi presenti non mancavano di fargli.

A volte mi restituiva un riconoscimento quando usava, nella discussione, argomenti che avevo segnalato e lui aveva condiviso. E alla fine, specie quando l’esito era positivo, mi guardava con complicità. Momenti indimenticabili.

Una lezione continua, una formazione costante. Insegnamenti anche sull’impostazione della strategia difensiva. Perché anche la costruzione della Scaletta che lui curava minuziosamente, è un’arte perché essa è un progetto che si stratifica, un percorso logico e giuridico che il difensore offre al Giudice per convincerlo a condividere quegli argomenti e giungere così all’epilogo, che è previsto nell’ultimo appunto della scaletta. Una Meraviglia dell’architettura forense.

Don Nino non era un Avvocato oltranzista per così dire; sapeva costruire il processo in funzione di una pena equa per l’imputato che era irrimediabilmente colpevole, usando anche, ad esempio, lo strumento dell’offerta reale per consentire al cliente (che ovviamente doveva fidarsi di lui) di avvalersi dell’attenuante di cui all’art. 62 n. 6 c.p. ovvero: l’aver risarcito il danno prima dell’inizio del processo, con possibilità per l’assistito di accedere magari alla sospensione condizionale della pena e chiuderla lì, facendo ammenda per il futuro.

Ma, finché c’era nel processo anche un solo spiraglio, un piccolo pertugio tra le carte processuali a favore dell’imputato, allora lui, che era tenace, arrivava, con la forza dirompente del suo eloquio, ad aprire il varco per fare emergere gli argomenti che potevano militare per una decisione favorevole all’imputato, quanto meno in termini di un’assoluzione per insufficienza di prove, allora possibile…

(Per leggere l’intero intervento – tratto da Atti deI penalisti di ieri nel ricordo dei penalisti di oggi, come esempio per i penalisti di domani” scaricare il pdf nella sezione del sito web Pubblicazioni)

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