GIUSEPPE CARVELLI RICORDA SAVERIO PITTELLI

di Giuseppe Carvelli* –

Gentili signore, signori, colleghi carissimi.
Commemorare Saverio Pittelli per me è un privilegio, ma nello stesso tempo un’emozione.
È doveroso da parte mia, innanzitutto, ringraziare la famiglia, per avermi concesso tale privilegio.

Devo confessare che dal giorno in cui ho accettato tale impegno non ho avuto pace. Tanta era la responsabilità che mi avete dato e che mi sono addossato.Non vi nascondo, però, che con il passare del tempo e andando indietro negli anni ricordando la figura di don Saverio in Tribunale, le lunghe conversazioni che facevamo in attesa della causa, la mia agitazione si è calmata ed ho iniziato mentalmente a ricordarlo, a studiarlo con la maturità di oggi.

Un’onda di ricordi pervade l’animo e fa intimamente rivivere i momenti dolcissimi di tanta vicinanza spirituale, nell’amarezza sconfinata del rimpianto nostalgico di quei periodi intensi della vita, che sono trascorsi e che appartengono al passato nel quale restano travolti e sommersi care figure, insegnamenti preclari, ambienti e costumi.

Conobbi l’avvocato Saverio Pittelli all’inizio della mia pratica forense, fine anni ‘70 inizio anni ‘80. All’epoca le udienze penali si svolgevano nell’aula entrando a sinistra del vecchio Tribunale, oggi sede della Corte di Appello. La presidenza generalmente era rappresentata dal dott. Trovato o dal dott. Scuteri. Per un certo periodo presiedette il Tribunale il dott. Migliaccio. Veniva chiamata la causa, vi era la discussione e, immediatamente dopo l’arringa del difensore, Camera di consiglio e decisione.

Dunque i difensori, impegnati nei processi che seguivano, ascoltavano le discussioni dei colleghi. E imparavamo. Venivamo anche giudicati dal pubblico, che era sempre numeroso.
Io stesso in aula, aspettando il mio turno per poter presentare l’istanza di rinvio, che immancabilmente mi veniva consegnata o per concludere – se il processo era prescritto o bisognava applicare l’amnistia – o discutere per delega, ascoltavo e ammiravo i bravi avvocati dell’epoca. In tali momenti conobbi don Saverio e posso dire, con orgoglio, che nacque tra di noi una sincera amicizia. Quante volte ricordo mi recavo in Tribunale e dopo aver fatto il lavoro di cancelleria mi fermavo per sentirlo parlare dinanzi al Tribunale o alla Corte di Assise!

Richiamare specificamente qualcuna delle sue fatiche in una esemplificazione casistica significherebbe ridurre e avvilire l’imponenza del lavoro da lui condotto, in quanto i pochi casi, in rapporto alle centinaia di processi trattati, non potrebbero avere rilevanza alcuna.

Di don Saverio come avvocato parlerò in seguito.
Desidero ricordare prima un episodio della sua vita che dimostra la determinazione e il coraggio che ha – per la verità – avuto sempre in ogni occasione, anche la più difficile che gli si è presentata durante la sua carriera, vuoi politica che professionale. Il tema del coraggio è un tema che sta perfettamente a misura di Saverio Pittelli. Gli uomini grandi sono uomini coraggiosi. Oltretutto don Saverio aveva avuto tante occasioni per manifestare in maniera concreta il coraggio. Sono appunto queste parole che frequentemente stanno sulla bocca di tutti ma poi nei fatti, nel quotidiano della vita di pochissime persone. La viltà è un modo per eliminare il problema e dire che non si poteva fare altrimenti. Il coraggio è un ingrediente della figura dell’avvocato penalista. Fulvio Croce per esempio.

Bene, Saverio Pittelli, dopo gli studi elementari si avviò a un mestiere manuale. All’età di diciotto anni perse il braccio destro in un incidente di caccia. Salvatosi miracolosamente, impossibilitato a proseguire il proprio lavoro, iniziò con determinazione una storia di riscatto, grazie ad una intelligenza viva e acuta, che è rimasta nella memoria di chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerlo.

In pochissimi anni terminò gli studi medi e superiori, laureandosi in giurisprudenza presso l’Università la Sapienza di Roma, dove concluse gli studi accademici in poco più di tre anni, mantenendosi grazie alla sua grande preparazione umanistica e giuridica, impartendo lezioni private ad altri studenti, spesso più grandi di lui. Un prodigio!

Rientrato in Calabria, avviò subito il proprio studio legale che si impose rapidamente all’attenzione di un vastissimo territorio che abbracciava tutta la costa ionica da Reggio Calabria a Crotone. Eravamo in un’epoca in cui in Calabria e in Italia vi erano grandissimi avvocati penalisti e non era facile emergere tra questi giganti della toga. Bisognava essere bravi!

Aldo Casalinuovo, Mario Casalinuovo, Luigi Gullo, Alfredo Cantàfora, Francesco Giurato, che in ogni delicato processo, come codifensore o come parte civile, li aveva sempre accanto. Ho conosciuto e lavorato con questi giganti della toga. Ho conosciuto e sentito discutere il più grande avvocato del novecento, Alfredo De Marsico, commemorato dalla nostra Camera penale sotto la mia presidenza. Ascoltare questi avvocati per i giovani significava entrare nello sconforto e pensare di cambiare mestiere.

Nello stesso periodo, si era prima dello scoppio della seconda guerra mondiale e anche durante gli anni di belligeranza, don Saverio non lesinò mai le proprie forze e le proprie scarse risorse per aiutare i concittadini in difficoltà, imponendosi così come punto di riferimento della comunità, alla quale ha prestato ausilio in ogni frangente. Fu così che al termine delle ostilità iniziò la parentesi politica di Saverio Pittelli. Fu Commissario del comune di Isca sullo Ionio su nomina dell’amministrazione militare americana e su segnalazione del Prefetto di Catanzaro. In tale veste, ha più volte ricevuto apprezzamenti di encomio da parte del Ministero degli Interni, per aver saputo far transitare rapidamente il proprio comune dall’amministrazione fascista a quella repubblicana impedendo scontri e favorendo, invece, la rapida pacificazione sociale. Con ciò dimostrando coraggio e determinazione anche in questa vicenda.

Poco tempo dopo, ripresa l’ordinaria attività professionale, fu eletto sindaco del Comune di Isca sullo Ionio, alle prime consultazioni elettorali democratiche post belliche.
In seguito, nominato vice pretore e proposto per il reclutamento straordinario, che doveva riformare i ranghi della magistratura, rifiutò una carriera in magistratura ordinaria per stare accanto alla sua popolazione, colpita dal terremoto del 1947. Forse l’unico caso in Italia. Tanti magistrati ordinari dei tempi passati provenivano dal reclutamento straordinario.

Questo è Saverio Pittelli.

Rimangono nella memoria dei suoi concittadini gli scontri, aspri, con il Ministero degli Interni dell’epoca, che voleva erigere una baraccopoli temporanea per il ricovero degli sfollati. Don Saverio fu irremovibile, riuscendo ad ottenere che in una zona pianeggiante del litorale sorgessero delle abitazioni in muratura per la popolazione, ancora esistenti. A lui si deve, così, la fondazione del paese di Isca Marina. La scelta di rinunciare alla carriera in magistratura non fu per lui sofferta. Continuò a indossare la sua amata toga e ad impegnarsi ancora in politica. Sono due componenti estremamente connesse e certamente lo erano per l’immagine che Saverio Pittelli dava di sé, anche nella sua consapevolezza di cosa significhi essere avvocato e politico.

Ciò non soltanto per un dato oggettivo, per quelle strette connessioni che vi sono tra diritto e politica sul piano generale e direi – sul piano più particolare – tra diritto penale e politica, ma anche per quell’amore per la libertà che è tipico dell’avvocato penalista, senza il quale amore non si potrebbe svolgere una professione complessa, difficile, oggi diventata per alcuni aspetti anche drammatica, insoddisfacente e poi per quella vocazione alla tutela dei diritti che stanno in una categoria come nell’altra, a dimostrazione che la politica finisce per diventare una passione che pervade il penalista. Ad un certo punto della vita si vuol far politica perché il senso di giustizia che ti anima ti convince che forse da quell’altra parte potrai trovare maggiori soddisfazioni. Sicuramente l’amore per la giustizia e per la tutela dei diritti degli uomini hanno spinto don Saverio a entrare in politica. Fu ancora sindaco di Isca, consigliere provinciale di Catanzaro, quando la provincia comprendeva anche i comuni di Crotone e Vibo. Consigliere di amministrazione nel primo C.d.A. dell’Ospedale civile di Catanzaro, che prese il nome dal suo presidente: avv. Arnaldo Pugliese.

Saverio Pittelli fu politico onesto che profuse tutte le sue forze per il bene e solo per il bene dei concittadini e, con coraggio e intransigenza, fondò il comune di Isca Marina. Non poteva fare di meglio.

Ma, Saverio Pittelli, fu soprattutto un avvocato.
L’ho conosciuto come avvocato nelle aule di giustizia. Nell’aula del Tribunale e della Corte di Assise. Rivedo la sua figura cara ed eletta. Riascolto la sua voce. Eloquio affascinante e raffinato quanto imponente nella voce.

Nell’espletamento della sua attività profuse le vivide energie dell’intelletto, diede sfogo alla passione cocente per la toga, moltiplicando tutte le risorse, tuffandosi senza risparmio nell’adempimento del mandato, inteso ed esaltato come sublime missione di una luminosa carriera.

Seguiva il dibattimento senza che un palpito solo sfuggisse alla vigile sua attenzione e pronunciava le arringhe, maturate attraverso la più completa conoscenza degli atti e l’intuizione sagace di ogni situazione; la gabbia, alla quale continuamente si avvicinava (adesso c’è la video conferenza, il telefono in aula, che non sono la stessa cosa) per parlare con coloro che si erano affidati al suo patrocinio, per chiedere una informazione che contribuisse a fugare ogni dubbio, per dire una parola che lenisse le angosce e concedesse uno spiraglio di speranza.

Lo scranno del PM, al quale soleva avvicinarsi, o per seguire più da vicino l’escussione dei testi o per conferire con l’accusatore, verso il quale usava polemizzare con cortese ma decisa fermezza; il tavolo del Cancelliere al quale sovente si accostava, specie nei momenti più accesi del dibattito, per consultare i verbali.

Penalista di spiccate qualità, oratore di ampio respiro, fortemente dialettico. La sua argomentazione era sempre logica e stringente, ragionava con acutezza e calore, sviscerava il processo di cui conosceva le intime pagine. Spesso vedeva delle cose, in un processo penale, che gli altri non distinguevano nitidamente. Era in grado di far valere le proprie ragioni con determinazione e, al tempo stesso, con garbo.

Può affermarsi che egli non conobbe l’improvvisazione frivola e leggera.
In ogni occasione, giunto in udienza, prendeva la parola da dominatore della materia processuale e la plasmava con il talento dell’artefice. Non credo che alcuna volta abbia potuto avvertire, dopo la conclusione del giudizio, il rimorso tremendo per la coscienza dell’avvocato, di una richiesta sfuggita, di una tesa obliata, di un argomento che avrebbe potuto comunque giovare al cliente, che si sarebbe potuto porre e che non si era affrontato.

Fu un esempio di avvocato moderno. Anche se, per taluni aspetti, si volesse da alcuno contestare che egli sia stato oratore nel senso classico della parola, dell’espressione. Deve generalmente convenirsi che il suo discorso, in rapporto alle esigenze della causa, fu denso e colmo di sostanziale contenuto e in molte occasioni, improvvisamente, la sua parola assumeva toni non consueti, si svincolava dalla pacatezza dialettica del ragionamento: si riscaldava, si accendeva, raggiungeva, nell’esaltazione di un sentimento o di un motivo che avevano fatto vibrare il suo animo o scuotere il suo sdegno, effetti di graditissima tenerezza o accesa virulenza.

Per tutte queste ragioni la parola qualificava, accanto alle altre doti, la sua personalità, se è vero quanto scrive Titta Madia in Storia dell’eloquenza criticando l’abusato adagio secondo il quale sarebbe d’argento la parola e il silenzio d’oro: “il silenzio livella e la parola distingue. Il silenzio accomuna il pensatore e l’idiota; solo la parola è misura dell’intelletto. Il silenzio è isolamento. La parola è comunione. Nessun grande sentimento vive senza il bisogno di esprimersi”. Adesso si è persa l’oralità. Don Saverio aveva conoscenze enciclopediche che gli consentivano di spaziare dalle nozioni di medicina legale a quelle di psicopatologia forense, dalle teorie giuridiche più consolidate a quelle più innovative. Era un piacere parlare con lui. Disponeva di una preparazione sistematica che gli consentiva di affrontare qualsiasi problematica e qualsiasi imprevisto.

I grandi avvocati del Novecento – e Saverio Pittelli è da considerarsi tra questi – avevano tale cultura. Pensate che Alfredo De Marsico, nel processo Lo Verso, incentrò la sua arringa parlando del mercurio. Il Dott. Lo Verso era imputato di aver avvelenato la moglie con il mercurio. Arringhe tutte incentrate sulla schizofrenia. I Grandi avvocati avevano tale cultura.

Ma che Saverio Pittelli è da considerarsi tra i grandi avvocati del Novecento, avvocati penalisti, è testimoniato dal libro di Aldo Ceccarelli Dizionario dell’eloquenza – con prefazione di Aldo Casalinuovo – laddove, a pag. 510, vi è la foto di Saverio Pittelli tra gli avvocati più celebri del ‘900 e tra i magistrati più considerati della stessa epoca.

Egli intese l’avvocatura come una missione della sua vita, della sua esistenza. Ad essa subordinò ogni pur legittimo interesse e per essa sacrificò ogni personale aspirazione. È ben possibile affermare che la sua attività professionale registrò un fenomeno in rapporto al quale non riuscirebbe agevole indicarne altro che possa comunque superarlo o raggiungerlo. In un arco temporale che vale una vita, non fu possibile concepire l’attività giudiziaria di questo centro che per un complesso di ragioni costituisce e particolarmente ha rappresentato, in taluni periodi di un passato non ancora lontano, la sede più impegnativa della Calabria nell’agone penale senza pensare a lui: qua egli ha riempito di sé e della sua opera le cronache giudiziarie di oltre un cinquantennio.

Decine e decine di sessioni di Corte di Assise furono celebrate senza che la sua partecipazione restasse esclusa in uno solo dei processi, quasi tutti sempre gravi, pesanti, originati da rilevanti manifestazioni di preoccupante criminalità.

La fiducia in lui, decretata dalla gente del circondario, fu generale, assoluta e incondizionata. È ancora ricordato, da tutti quanti lo hanno incrociato, come un esempio di professionalità e correttezza.

Nel ventennale della sua morte e nel centenario della nascita, la sua comunità di Isca sullo Ionio ne ha voluto onorare la memoria, con una statua bronzea nella piazza cittadina. Il busto, straordinariamente somigliante all’uomo, indossa la toga forense con dignità, come don Saverio per lungo tempo l’ha indossata in vita. Quale più alto riconoscimento. Segno tangibile di una missione che neanche la morte può interrompere.

Peraltro, questa sua concezione dell’avvocatura, ebbe pratica applicazione in ogni giornata della sua attività. E chi ebbe con lui consuetudine di vita, chi gli fu vicino nelle ore grevi delle più assillanti cure professionali, chi ebbe la ventura di collaborare con lui nelle situazioni di maggior rilievo, chi lo vide proteso nell’ansia della meta, può essere oggi fedele testimone per il tributo di onore e di bene che a lui si rende.

Traendo la sintesi e l’insegnamento della sua vita, possiamo dire con esultanza come il giusto onore che gli viene tributato tragga origine ed affondi le radici, appunto, nella sua qualifica di avvocato.
Egli è l’esempio. È la toga. È il simbolo. La sua vita ha lasciato traccia, non è stato un viaggio senza meta.
Saverio Pittelli nella sfera dell’attività prescelta non si è limitato a compiere il proprio dovere ma ha sentito l’amore del proprio dovere, che è molto di più, è ciò che davvero conta.

La sua azione, pur nell’asservimento totale alla causa del cliente, fu ispirata, come accennavo, al contemperamento fra gli interessi della parte, affidata al suo patrocinio e il supremo ideale della giustizia, che intese e amò, perseguì ed esaltò.

L’niziativa della Camera penale, di voler ricordare i grandi penalisti del passato come esempio per i penalisti di oggi, è molto importante affinché i giovani possano seriamente trarre esempio dalla cultura, dalla preparazione, dall’umanità, dalla professionalità ed etica dimostrata nell’esercizio dell’attività dai penalisti del passato. Quindi ben vengano queste iniziative.

La vita e l’opera di Saverio Pittelli deve essere di esempio per tutti, per la politica, per i giovani avvocati penalisti. Soltanto un’avvocatura eticamente forte è un’avvocatura in grado di resistere alle minacce che incombono da tutte le parti.

Nel panorama generale dell’avvocatura italiana la fiaccola degli avvocati di Calabria è sole che non conosce tramonto: arde e, ardendo, passa dall’una all’altra mano, quale Voi, don Saverio, umilmente, ma con sacro impegno, avete voluto consegnarla alle generazioni future.

*Past President Camera penale “A. Cantàfora” di Catanzaro

 

(Intervento tratto da I penalisti di ieri nel ricordo dei penalisti di oggi, come esempio per i penalisti di domani – 28 ottobre 2024)

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