CON IL PRIVILEGIO DELL’IRRESPONSABILITÀ

di Giuseppe Milicia *

Dunque il popolo italiano ha bocciato la riforma della magistratura. Non è bastato il sostegno di 12 milioni di elettori, larga parte dei quali deve aver intravisto delle buone ragioni nella battaglia storica dell’avvocatura penalista. Nel campo avversario, con ANM mosca cocchiera, si è spostata l’attenzione su un presunto disegno golpista celato tra le righe del testo di legge e si è dimostrato di saper maneggiare al meglio le armi della propaganda populista e dell’antipolitica. E poi un fattore che reputiamo particolarmente incidente, figlio dei paradossi della contemporaneità. L’esito referendario conferma che la destra sicuritaria non è credibile quando impugna il vessillo delle garanzie; mentre, sta qui il paradosso, la sedicente sinistra progressista è credibilissima quando fa battaglie conservatrici, nella specie a vantaggio della tecnocrazia giudiziaria (che si rafforza ma non riconosce debiti nei confronti di chi l’ha servita: i molti “opportunisti del NO” non si illudano, li attende paga ingrata…). Più in generale potrebbe dirsi che in epoca in cui la prospettiva del cambiamento spaventa e prevale l’angoscia paralizzante di un futuro prossimo in cui può accadere di tutto, cavalcare un’idea nostalgica e distorta del passato, in contrapposizione alle radicali incertezze del mondo che viviamo, ripaga in termini di consenso. E ben può accadere ciò che abbiamo visto accadere, con i populismi di destra e di sinistra accomunati dal disgusto per un principio che appartiene alla famiglia della tolleranza liberale: la conoscenza nel processo è fallibile, l’approssimazione possibile richiede il confronto tra pari ed è incompatibile con il dogma della verità che promana da un’autorità che ne abbia il monopolio.

Allora, sconfortante sì, ma nient’affatto sorprendente l’esito, specie se, lasciata alle spalle la tribuna referendaria, lo si guardi dalla trincea in cui è ricoverato il diritto di difesa  menomato, nel trapasso all’accusatorio, dalla mancanza di una fondamentale condizione di esercizio: la pari dignità rispetto al persecutore pubblico,  garantita dalla terzietà del giudice. Mortificati ed in perenne attesa di un riscatto, che avevamo ritenuto politicamente praticabile anche perché, appena 7 anni fa, un sanguinoso regolamento di conti interno al CSM aveva scoperchiato, rendendolo evidente al grande pubblico, un sistema di potere basato su indecorosi baratti.

Immobile il sistema dunque, per inconsistenza degli attori politici tradizionali e per forza propria della più potente delle burocrazie statali che non volle il processo accusatorio e lo smantellò a suon di sentenze della Consulta; che si oppose alla riforma del giusto processo del 99 volta a ripristinare, costituzionalizzandoli, i principi negletti dell’accusatorio.

Allora l’apparato castale non trovò sponda nella politica che approvò la riforma con maggioranza tale da evitare il referendum confermativo. Fu un sussulto di dignità dopo che l’istituzione parlamentare – il parlamento degli inquisiti di “mani pulite” – aveva toccato i minimi storici e sotto il ricatto delle Procure aveva anche smantellato la parte della Costituzione (art.68) che garantiva il potere legislativo dalle interferenze del giudiziario. Storia nota il resto. Proseguirono in sequela ininterrotta le inchieste pesantemente influenti sulla vita politica e delle istituzioni rappresentative, dal governo centrale agli Enti Locali.

 Ma si trattava solo della punta dell’iceberg. Sotto il pelo dell’acqua, con la regia del sistema correntizio, ha avuto corso l’occupazione del CSM, degli uffici legislativi dei ministeri con i magistrati fuori ruolo, dei vertici delle Procure. Un apparato di potere che ha infiltrato il sistema con lo stile inconfondibile di chi ritiene che l’investitura burocratica di un potere neutrale, conferisca il superiore profilo etico per poterlo esercitare.  E con inconfondibile stile la magistratura organizzata ha orientato la politica giudiziaria del paese anche approfittando del vuoto di idee e di contenuti della politica imbelle, intimidita e comunque incapace di concepire in autonomia un modello di giustizia penale rispettoso dei diritti di libertà in una democrazia matura.

Le cose sono cambiate nettamente quando per una speciale congiuntura è tornata d’attualità la riforma delle riforme – quella destinata ad incidere sull’anomala concentrazione di potere organizzato politicamente dal sindacato delle toghe – sempre agitata e sempre riposta nei cassetti per la resistenza della Lobby.

La materia degli assetti di potere interni è sensibilissima e l’idea che la magistratura piegata dallo scandalo Palamara fosse in difficoltà non teneva in conto che l’esercizio organizzato e senza effettivi contrappesi di una funzione fondamentale dello Stato di diritto, conferisce un potere straordinariamente resiliente. E nuoce al senso del limite di chi ne dispone ed è proteso alla ricerca di una base di legittimazione diversa e più ampia di quella – non commisurata all’ambizione – derivante dall’investitura burocratica. Vista l’alta posta in palio è sembrato riduttivo e rischioso contare soltanto sulla corrività delle forze politiche d’opposizione. Da qui l’ulteriore passo. ANM ha direttamente ingaggiato la contesa, si è fatta partito e ha guidato lo schieramento del NO impartendo le parole d’ordine che hanno inquinato il dibattito sui contenuti. Spinta corporativa alla conservazione del potere, con lo strumento della propaganda è stata fatta passare come impegno per la difesa della costituzione minacciata da oscure forze eversive.

Il diversivo ha funzionato dimostrando anche ai distratti – molti e con alte responsabilità – come i principi della democrazia possano essere calpestati quando una categoria di pubblici funzionari, agendo come un qualsiasi attore politico, vada a caccia di consenso popolare facendo leva sul prestigio e rilevanza sociale dell’istituzione di appartenenza.

L’operazione meno semplice dopo aver sperimentato l’ebbrezza dell’occupazione delle piazze insieme alle forze politiche d’opposizione, è rientrare nei palazzi di giustizia recuperando l’apparenza della neutralità e soprattutto il senso della misura.

Senso della misura si diceva. I frontman togati dello schieramento vincente, a scrutinio appena terminato, hanno comunicato con tono grave che l’esito referendario “responsabilizza” la magistratura organizzata, consegnandole il compito di guidare una stagione di riforme della giustizia    e di dare risposta all’investimento di fiducia alla comunità degli elettori.

 Con buona pace della costituzione intangibile ci mancava l’investitura democratica della magistratura per il governo di un processo riformatore.

Quella della Repubblica Giudiziaria non è più una forzata semplificazione, se i portavoce di ANM invocano il consenso come base di legittimazione del protagonismo politico della magistratura.

Ed è così che a forza di gridare al golpe altrui se ne apparecchiano uno su misura, tra applausi scroscianti, cori da stadio da una platea in cui fanno di tutto per mettersi in mostra i lacchè che non sbagliano mai la previsione e sanno in anticipo da quale parte stare.

Il problema riguarda i cittadini che aspiravano ad un giudice terzo e si sono trovati giudici e PM insieme dalla stessa parte non solo nel processo ma nella lotta politica, faziosamente protesi a conservare il potere e il privilegio dell’irresponsabilità.

Noi, intanto, dovremo fare i conti con il nuovo spirito riformatore che sprizza dai discorsi dei vincenti. Non ci saranno regolamenti di conti ma ci viene generosamente raccomandato di recuperare la credibilità perduta dopo decenni di ostinata dedizione alla causa persa della separazione delle carriere. Un piccolo costo da pagare per ottenere indulgenza per l’affronto arrecato con la temeraria sfida, grati di poter evitare le forche caudine, dovremo dar prova di disponibilità al dialogo e di speciale senso di equilibrio. Forse così potremo servire la causa dell’”autoriforma” della magistratura e potremo dire un giorno di aver contribuito a cambiare tutto quello che è necessario per non correre il rischio che qualcosa davvero cambi.

Certo, in cuor nostro, auspicheremmo meno misere prospettive: che rimontasse l’entusiasmo riformatore, che l’idea della Giunta UCPI di promuovere gli Stati Generali per la riforma della giustizia “con la partecipazione dei magistrati che hanno offerto il loro contributo”, abbia corso effettivo.

Ed anche che ci venga risparmiato l’insopportabile paternalismo trecentocinquantottino che i PM hanno scelto come consona postura post referendaria.
Vasto programma, ce ne occuperemo.

Nel frattempo noi l’orientamento non lo possiamo perdere. Abbiamo la strada tracciata, preferiamo la vita di trincea a fianco del diritto di difesa azzoppato.

È il posto che la nostra missione ci assegna mentre suonano le campane a morto per il processo accusatorio.

 

*Presidente Camera Penale di Palmi – Coordinatore Camere Penali della Calabria

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