L’ESTETICA DELLA GIUSTIZIA

PERCHÉ IL GIUDICE DEVE ANCHE APPARIRE ALTRO RISPETTO ALL’ACCUSA PER ESSERE UMANO

di Pantaleone Pallone* –

La separazione delle carriere non è una questione tecnica, ma un’esigenza di – verità delle forme –
La giustizia non abita dove la forma è confusa, perché la confusione dei ruoli è la prima forma di ingiustizia.
La separazione delle carriere favorisce una verità processuale che scaturisce dal reale confronto dialettico. L’estetica del – processo di parti – è la forma visibile di questa ricerca della verità.

Senza un’estetica della giustizia che rassicuri sulla terzietà, crolla il patto di fiducia tra cittadino e Stato. La dignità del cittadino si esprime nel poter guardare al giudice come a un’istanza radicalmente diversa da chi lo accusa.

Se il processo è il luogo in cui si decide della libertà (e dunque della dignità) di una persona, – la forma – (l’estetica) e – la sostanza – (la separazione) devono coincidere per evitare che il diritto diventi puro esercizio di forza.

Quando parliamo di separazione delle carriere, il dibattito si riduce spesso a una questione di ingegneria costituzionale o, peggio, di scontro corporativo. Eppure, il cuore del problema è antropologico: riguarda – l’identità – stessa di chi è chiamato a giudicare e la dignità – di chi è chiamato a essere giudicato.

La vera cultura della giurisdizione nasce dal confronto tra diversità, non dall’omologazione.

La separazione delle carriere è l’unico modo per garantire che il Giudice non sia – psicologicamente appiattito – sulle tesi dell’accusa per via di una inevitabile simbiosi identitaria, nata da un unico destino professionale che rischia di uniformare il – sentire – di chi deve invece restare profondamente distinto. La separazione è un atto di rispetto verso il limite umano, è il sigillo di garanzia sulla dignità dell’imputato. Ponendosi – di fronte all’uomo –, il Giudice riconosce la dignità dell’imputato. Ma per porsi di fronte, deve essere libero da ogni legame di cordata o di carriera con chi accusa.

Il prof. Satta scriveva: “La figura del giudice si distacca da quella delle parti perché egli è il solo che non ha interessi nel processo, se non l’interesse della verità”.

Ed ancora: “il giudizio è un atto che mette l’uomo di fronte all’uomo. Ma affinché questo incontro non si trasformi in una sopraffazione ordinamentale, il Giudice deve abitare -una solitudine istituzionale- che solo la separazione delle carriere può garantirgli. Non c’è verità senza un arbitro che sia, anche visivamente e culturalmente, altro dall’accusatore”.

Dunque, l’estetica – l’apparirenon è un vezzo, ma la condizione necessaria per l’umanità del giudizio. Il giudice deve – apparire altro – non per ossequio a una regola, ma per restare – umano –e non diventare un ingranaggio del sistema accusatorio.

Un inciso sulla solitudine del giudice: il Giudice deve essere un – terzo solitario – che pesa con uguale attenzione le ragioni di due parti tra loro distanti. Solo in questa distanza risiede la vera imparzialità. La sua solitudine è la garanzia dell’imputato. Solo un Giudice che è – e appare –estraneo alle logiche dell’accusa può guardare l’imputato negli occhi e riconoscerne la dignità, anche nel momento della condanna. Restituiamo al processo la sua forma sacra. Restituiamo al Giudice la sua solitudine. Solo allora la Giustizia tornerà a essere un atto umano e non una funzione burocratica. 

Questa riforma non serve agli avvocati per – vincere più cause – ma serve alla democrazia per avere un – giudice-persona – e non un – giudice-funzionario.
Ricordate: un giudice che è – uno di noi – (rispetto all’accusa) non potrà mai essere il giudice di – ognuno di noi.

Post Scriptum: “La separazione delle carriere è il logico corollario del principio di terzietà del giudice. Non si può essere nello stesso tempo (colleghi) di una delle parti (il PM) e pretendere di apparire come (terzi) agli occhi del cittadino giudicato” (A. Barbera); “Senza la separazione delle carriere, il processo accusatorio rimane a metà strada. Il giudice deve essere psicologicamente lontano dalle funzioni dell’accusa per poter essere davvero il custode della libertà”(G. Vassalli); “L’imparzialità non è solo un dato interno alla coscienza del magistrato, ma deve tradursi in un’architettura ordinamentale che impedisca anche solo il sospetto di una contiguità tra chi accusa e chi giudica” (G. Conso).

A chi dubita della radice democratica di questa istanza, giova ricordare il pensiero di figure eminenti della cultura riformista e costituzionale. Penso ad Augusto Barbera, già Presidente della Corte Costituzionale, che ha sempre indicato nella separazione un corollario della terzietà; e ai compianti Giuliano Vassalli e Giovanni Conso. Per loro, la separazione non è mai stata una bandiera di parte, ma un atto di rispetto per la dignità del Giudice e per la libertà del cittadino.

*Direttore di “Ante Litteram”, rivista della Camera Penale di Catanzaro

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