
di Luigi Mariano Guzzo*
Monaco cistercense vissuto tra il decimo e l’undicesimo secolo sulle montagne della Sila calabrese, Gioacchino da Fiore segna in maniera indelebile la storia, il pensiero e la cultura dell’Occidente. Dal medioevo arriva ai giorni nostri una posterità definita «multiforme»[1], perché interpretata in modi differenti, talvolta contrastanti. L’abate calabrese per Dante è di «spirito profetico dotato»[2], mentre per Tommaso d’Aquino è rudis, ignorante[3]. Ma quest’ultimo giudizio non deve sorprendere: per Gioacchino la realtà sensibile non può essere colta appieno negli schemi della razionalità classica, come vorrebbe la filosofia scolastica. La sua è una intelligenza analogica, che si muove per immagini, per figure e per simboli. Non può essere altrimenti: il millenarismo gioachimita traduce la verità trascendente rivelata nelle Scritture cristiane nell’immanenza della storia. E questa traduzione opera nella sfera simbolica, ovvero onirica[4].
Ogni tentativo di ridurre la proposta gioachimita a sistema risulterà parziale. In Gioacchino, il cui influsso è ultroneo al punto da produrre uno “Pseudo-Gioacchino”, si sono ritrovati, e si ritrovano, eretici e osservanti, francescani e regolari, luterani e tridentini, marxisti e borghesi, anarchici e massoni, modernisti e reazionari, mazziniani e fascisti, monarchici e repubblicani, estremisti e moderati, progressisti e tradizionalisti. La formazione della poliedrica coscienza occidentale[5] ha, insomma, un debito importante nei confronti di Gioacchino.
Non finisce qui. In tempi più recenti, l’eco di questo insegnamento arriva sin dentro la Casa Bianca di Obama con un accento messianico e apocalittico. Le chiese cristiane avventiste del settimo giorno, con le quali lo Stato italiano ha raggiunto un’intesa ai sensi dell’articolo 8, comma 3 della Costituzione[6], individuano nel cattolico Gioacchino un precursore. Mentre papa Benedetto XVI elogia la speranza nella «riconciliazione dei popoli e delle religioni»[7] in quella stessa tesi definita «eretica e inaccettabile»[8] dal predicatore pontificio Raniero Cantalamessa, comunque elevato alla dignità cardinalizia da papa Francesco che riconosce Gioacchino quale precursore dell’ecologia integrale e della fraternità universale[9].
La logica simbolica
L’ultimo millennio dell’Occidente è quindi per intero attraversato da una composita recezione dell’opera gioachimita, che forse in sé già realizza l’auspicata palingenesi universale della storia. L’abate calabrese divide e, al contempo, mette d’accordo tutte e tutti. Ha ragione sia Guido Fassò che riconosce in Gioacchino la volontà di attuare sul piano storico il regno di Dio[10], sia Hans Kelsen che nega il fondamento divino alla cooperazione sociale e individua nell’opera dell’abate il tentativo di costituire uno «stato religiosamente perfetto nel mondo»[11].
Non si tratta di contraddizioni, appropriazioni più o meno debite, anacronismi, come potrebbero apparire sull’asse cartesiano di un pensiero “razionale”. Giacché, il pensiero di Gioacchino non può essere valutato con i criteri della razionalità classica. Egli rifiuta la logica formale della distinctio che si afferma nella filosofia e nella dottrina giuridica medievale[12]. Non per questo, comunque, il suo pensiero è irrazionale. È un’altra forma di razionalità, che può essere qualificata come “analogica” o “simbolica” e che rientra tra quelle logiche oggi definite «non classiche» che consentono di realizzare spazi interstiziali di discorso aperte a differenti e contraddittorie soluzioni interpretative e pratiche[13]. Si tratta di un flusso di coscienza “esoterico”, strutturato non in base alla parola, bensì al simbolo, cioè al linguaggio «delle verità che trascendono la nostra intelligenza»[14].
Gioacchino non è un intellettuale, e anzi se la prende con coloro che «si gonfiano della scienza scolastica» e credono più nella «letteratura» che nella «potenza di Dio»[15]. Al contempo, si guarda bene dal definirsi, e dall’essere definito, profeta: in un frammento autobiografico ricorda di essere un «homo agricola»[16]. Egli si annovera tra quegli «uomini spirituali» che sono in grado di «avere colloqui spirituali con le persone semplici o aliene dalla fede cattolica»[17]. Il suo messaggio, quindi, non è il prodotto né di elucubrazioni sofisticate né di visioni mistiche. Fa affidamento ad una inclinazione dell’animo, ad una particolare sensibilità emotiva, ad una forma di intelligenza spirituale, che gli consente di rileggere nella storia umana la rivelazione cristiana.
Il messaggio
L’intelligenza spirituale consente a Gioacchino di «aguzzare gli sguardi delle pupille interiori sul mondo delle realtà trascendenti»[18], in modo da definire una concordia, una concordanza di testo tra il Vecchio e il Nuovo Testamento, e interpretare «la Trinità storicamente e la storia trinitariamente»[19].
Il nucleo centrale della proposta gioachimita si basa sul rilievo che i Testamenti sono due, ma presentano una dimensione trina: nel primo si rivela il Padre, mentre nel secondo, in maniera duplice, il Figlio e lo Spirito[20]. Vi sono, quindi, tre stati che corrispondono ad altrettante età storiche: l’età del Padre, che si estende fino all’incarnazione di Gesù, l’età del Figlio, quella della Chiesa presente, e l’età dello Spirito Santo, già annunciata come tempo “terzo”, di libertà e di unità piena. La Chiesa di Pietro, quella gerarchica, lascia il posto alla Chiesa di Giovanni, quella dell’apocalissi, spirituale, senza sacerdoti, guidata da contemplativi, i monaci. È il regno della riunione tra cristiani, ebrei e gentili. La pace sarà tale che persino i «santi si riposeranno dal lavoro di scrivere libri»[21]. Tutto è portato a compimento, e quindi a unità: «il primo Stato del mondo fu di schiavi; il secondo, di liberi; il terzo, sarà comunità di amici»[22].
L’operazione di esegesi biblica si trasforma in una proposta sovversiva dell’ordine sociale ed ecclesiale. Nella misura in cui si riconosce che il destino dell’individuo non è separabile da quello della comunità, della massa, il messaggio di Gioacchino appare come un’utopia politica e un’ucronia sociale. Con gli occhi della fede, però, esso è innanzitutto un messaggio escatologico, un annuncio dell’imminente arrivo del Regno di Dio.
La declinazione meridiana di una giustizia trasformativa
Il pensiero simbolico di Gioacchino è conseguente al dramma che egli vive nella realtà contraddittoria in cui è immerso: la dissolutezza morale dell’apparato ecclesiastico, la sfrontatezza del potere imperiale, la minaccia delle incursioni dei saraceni, la violenza delle crociate, l’arretratezza culturale ed economica delle classi subalterne. Una situazione angosciante, che Gioacchino affronta con il suo «temperamento bruzio, forte ed elastico, a volte duro ma sempre sincero ed affettuoso, dotato di spirito di penitenza, fortezza di carattere, amore alla solitudine, dono della profezia, distacco completo dalle cose del mondo, opposizione ai potenti della terra e molto attaccato allo spirito di povertà»[23].
Quando pensa e scrive, egli ha davanti agli occhi gli altipiani della Sila calabrese, sconfinati, selvaggi e inaccessibili. Ma l’asprezza morfologica di questi territori è consustanziale alla loro bellezza: un’ulteriore contraddizione con la quale fare i conti. Per questo motivo, la comprensione del pensiero simbolico di Gioacchino non può essere sganciata dal conteso storico, sociale e geografico in cui esso matura. Ricordandolo come «calavrese abate»[24], anche Dante enfatizza la natura meridiana del suo messaggio che conferisce al Sud la dignità di un pensiero autonomo, nei contenuti e nelle forme[25].
Gioacchino parte dall’esperienza. È consapevole della complessità che caratterizza la realtà storica e sociale. Egli non cerca soluzioni pratiche e immediate a breve termine, non si rifugia nelle scorciatoie del pensiero scolastico, va oltre le dispute accademiche. Non è un mero sognatore o un indovino. L’abate calabrese è un monaco che intuisce la necessità di trascendere e trasformare i conflitti in atto, elaborando un obiettivo ulteriore, una “terza via”. Il “terzo stato” dello Spirito è una «soluzione creativa»[26] che permette di percorrere la strada della nonviolenza. Attraverso le odierne griglie di lettura dei conflict studies, l’opera gioachimita offre una chiave interpretativa della liquidità sociale[27] post-moderna[28]. Peraltro, in questa «età dello Spirito» sembra potersi rintracciare l’ipotesi teorica sulla quale, da un lato, interpretare le identità multiple e intersezionali in contesti di pluralismo valoriale e, dall’altro, fondare le idee di un costituzionalismo globale[29] o di una «super-religione» necessaria allo sviluppo sostenibile[30].
Pace e intelligenza artificiale
La posterità sempiterna di Gioacchino risiede nel prendere consapevolezza che le risposte ai turbamenti sociali, ancorché violenti, non possono darsi nelle more di distinzioni binarie e dicotomiche (ad esempio, quella tra “buoni” e “cattivi”). La stessa legittimità giuridica positiva che esaspera i processi conflittuali finisce per non essere sostenibile sul piano sociale. C’è bisogno di immaginazione, di creatività, di logica simbolica. È necessario maturare la capacità di ragionare per analogie, ricercando soluzioni non immediate rispetto ai problemi reali, ma che siano collocabili in un ampio orizzonte di giustizia, dove informazioni contraddittorie e contrastanti coesistano nelle differenze. L’età dello Spirito corrisponde esattamente a questo spazio di «ambiguità costruttive»[31] che permette il “fiorire” di prassi di pace.
La critica di Gioacchino alla filosofia scolastica assume particolare rilevanza nei tempi attuali per un altro motivo. Il pensiero razionale, classico, aristotelico, tomistico, ha formalizzato le capacità dell’intelletto umano. Li ha rese esse stesse simboli, numeri, consegnandole di fatto alle macchine. Ma le forme dell’intelligenza umana non possono essere ridotte alla logica binaria, che oggi è propria dell’intelligenza artificiale. Vi è una intelligenza «spirituale», che si caratterizza pure per il versante emotivo[32], definita da analogie che permettono di immaginare al di là della dimensione sensibile. L’«età dello Spirito», quindi, non corrisponde alla pretesa Singolarità di una Super-intelligenza. La riflessione gioachimita sull’intelligenza spirituale consente, da un punto di vista della filosofia e del diritto, di individuare anche quell’ambito proprio di irriducibilità e di ontologica superiorità della coscienza umana rispetto a quella delle macchine, che oggi appare in profonda crisi.
* Professore di diritto e religione nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa.
(Pubblicato su Ante Litteram n.1 – aprile 2025)
[1] H. de Lubac, La posterità spirituale di Gioacchino da Fiore. Dagli Spirituali a Schelling, vol. 1, Jaca Book, Milano, 2016, p. 24.
[2] Divina commedia, Paradiso, XII, 141.
[3] Opuscula theologica, Roma, 1954, I, p. 458.
[4] C.G, Jung, Il libro rosso. Liber novus, Bollati Boringhieri, Torino, 2009.
[5] Cfr. A. Scerbo, La radice classica della modernità profetica di Gioacchino da Fiore, in L.M. Guzzo – A. Scerbo (a cura di), La Parola non si ferma mai. Studi per Mons. Antonio Cantisani, vol. 2, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2024, pp. 557- 568.
[6] Cfr. legge n. 516 del 1988.
[7] Benedetto XVI, Udienza generale, 10 marzo 2010.
[8] R. Cantalamessa, Osserviamo la regola che abbiamo promesso, in www.cantalamessa.org.
[9] Francesco, Messaggio per la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, 27 giugno 2024, par. 3.
[10] G. Fassò, Cristianesimo e società, Giuffrè, Milano, 1969, p. VII.
[11] H. Kelsen, Religione secolare. Una polemica contro l’errata interpretazione della filosofia osciale, della scienza e della politica moderne come “nuove religioni”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014, p. 80.
[12] Sul tema, per tutti, A. Errera, Lineamenti di epistemologia giuridica medievale. Storia di una rivoluzione scientifica, Giappichelli, Torino, 2006.
[13] Le logiche “non classiche” sono “para-coerenti”, “multi-valoriali” e “non mono-toniche. Cfr. D. Gabbay, J. Woods (a cura di), The Many Valued and Nonmonotonic Turn in Logic, North Holland, Amsterdam, 2007; H.P. Glenn, Ripensando il pensiero giuridico. Lo Stato e le nuove logiche, trad. it. a cura di S. Felito, L.M. Guzzo, N. Stamile, Esi, Napoli, 2015.
[14] F. Pessoa, Pagine esoteriche, Adelphi, Milano, 1997, p. 59.
[15] Tractatus super quatuor evangelia, ed. E. Buonaiuti, Roma, 1930, pp. 282 e 294.
[16] Così come riporta G. Santambrogio, Introduzione, in E. Buonaiuti, Gioacchino da Fiore. I tempi, la vita, il messaggio, La Vita Felice, Milano, 2017, p. 11.
[17] Tractatus super quatuor evangelia, ed. E. Buonaiuti, Roma, 1930, p. 294.
[18] E. Buonaiuti, Gioacchino da Fiore…, cit., p. 252.
[19] G. Silvestre, Gioacchino da Fiore faro di luce e di nuovi orizzonti, in M.F. Caravona, Approccio alla personalità ed al pensiero di Gioacchino da Fiore, Pubblisfera, San Giovanni in Fiore, p. 6.
[20] Tra le opere di Gioacchino da Fiore si ricordano: Liber concordiae novi ac veteris testamenti, Venezia, 1527; Apocalypsim, Venezia, 1957; Tractatus super quatuor evangelia, ed. E. Buonaiuti, Roma, 1930, De articulis fidei, ed. a cura di E. Buonaiuti, Roma, 1936; Liber Figurarum, ed a cura di L. Tondelli, M. Reeves, B. Hirsch-Reich, Torino, 1953; Adversus Judaeos, ed. a cura di A. Frugoni, Roma, 1957.
[21] Così come riportato in H. de Lubac, La posterità spirituale…, cit., p. 76.
[22] così come riportato in E. Buonaiuti, Gioacchino da Fiore…, cit., p. 30.
[23] M.F. Caravona, Approccio alla personalità…, cit., p. 97.
[24] Divina commedia, cit.
[25] Cfr. F. Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, Roma-Bari, 1996.
[26] J. Galtung, Affrontare il conflitto. Trascendere e trasformare, Pisa University Press, Pisa, 2014, p. 24.
[27] Cfr. Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Roma-Bari, 2006. Id., Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2007.
[28] M. Iiritano, Gioacchino da Fiore. Attualità di un profeta sconfitto, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2015.
[29] Per tutti, L. Ferrajoli, Per una costituzione della terra. L’umanità al bivio, Feltrinelli, Milano, 2022.
[30] M. Ventura, Nelle mani di Dio. La super-religione del mondo che verrà, il Mulino, Bologna 2021.
[31] Cfr. C. Bell, On the Law of Peace, Oxford University Press, Oxford, 2008, p. 166.
[32] D. Goleman, Intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano, 2011.
