
Il Direttivo – Camera Penale di Catanzaro “Alfredo Cantàfora”*–
“Ristretti in agosto” è l’iniziativa promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane e dall’Osservatorio Carcere Nazionale che, ormai da diversi anni, coinvolge le Camere Penali territoriali, chiamate nel mese di agosto a entrare negli istituti penitenziari italiani.
Non è casuale la scelta del mese di agosto. Alle difficoltà ordinarie della detenzione si aggiungono le temperature elevate, che rendono ancora più pesanti le condizioni di vita all’interno degli istituti. Entrare in carcere significa, dunque, esprimere vicinanza alle persone detenute, ma anche mantenere alta l’attenzione sociale e politica su quella che oggi è una vera emergenza penitenziaria.
Il 20 agosto, all’Istituto penitenziario “Ugo Caridi” di Catanzaro, una delegazione di circa venti avvocati, tra componenti del Direttivo e dell’Osservatorio Carcere territoriale, oltre ad alcuni soci della Camera Penale, ha effettuato la visita nell’ambito dell’iniziativa. Alla delegazione si sono uniti anche il Presidente del Consiglio comunale Gianmichele Bosco e la Vicesindaca Giusy Iemma, a testimonianza di un’attenzione istituzionale che riteniamo importante.
Un’emergenza che riguarda tutti
La capacità ricettiva effettiva degli istituti penitenziari italiani è oggi di circa 45.000 posti, mentre le persone detenute sono oltre 65.000: più di 20.000 persone oltre la reale capacità del sistema.
Anche Catanzaro, che storicamente non ha conosciuto particolari problemi di sovraffollamento, oggi si trova a fronteggiare una situazione di forte criticità. L’Istituto “Ugo Caridi” ha una capacità ricettiva effettiva di circa 600 posti, anche a causa delle aree interessate da lavori di manutenzione, mentre le persone detenute sono circa 715: oltre cento in più rispetto alla reale capacità dell’istituto.
Siamo così tornati a livelli di sovraffollamento che ricordano quelli che, nel 2013, portarono la Corte europea dei diritti dell’uomo a condannare l’Italia per le condizioni inumane e degradanti cui erano sottoposte le persone detenute.
È il risultato di una politica securitaria che da quarant’anni sembra seguire la stessa ricetta: più reati, più aggravanti, più pene, più carcere.
Ma questa politica ci ha davvero reso più sicuri?
Basta entrare in un carcere per comprendere che la risposta non può essere semplicemente sì.
Nelle nostre carceri troviamo in larga parte persone tossicodipendenti, persone con problemi psichiatrici, persone in condizioni di povertà e marginalità, stranieri privi di adeguate reti sociali e familiari. Persone fragili, spesso disperate, alle quali la società non ha saputo offrire una risposta diversa da quella penale.
Il risultato è stato quello di criminalizzare la disperazione e affrontare con la leva penale problemi che avrebbero bisogno di risposte sociali, sanitarie ed educative.
Il carcere rischia così di trasformarsi da luogo destinato a custodire chi ha commesso un reato in una discarica sociale, nella quale vengono concentrate le fragilità che la società non riesce o non vuole affrontare.
Se nelle carceri scarichiamo soprattutto le fragilità sociali, psichiche ed economiche del nostro tempo, non stiamo costruendo più sicurezza: stiamo semplicemente spostando il problema, rendendolo invisibile.
Meno reati, più paura
C’è poi un altro paradosso che non può essere ignorato: mentre i dati ci dicono che negli ultimi quarant’anni i reati sono progressivamente diminuiti, è aumentata la percezione sociale dell’insicurezza.
Mentre diminuiscono i reati, aumenta la paura del crimine.
È il risultato di una narrazione securitaria fatta di slogan, emergenze e semplificazioni, che finisce per rappresentare una realtà diversa da quella che emerge dalle statistiche. Una narrazione che alimenta la paura e produce consenso, ma che rischia di allontanarci dai principi dello Stato costituzionale di diritto.
È il rischio di quella transizione che autorevoli studiosi hanno definito dall’età dei diritti all’età dei poteri: in nome della sicurezza, comprimere progressivamente le garanzie e considerare i diritti un ostacolo anziché il limite necessario al potere.
Ma chi conosce il carcere sa che dietro gli slogan ci sono persone.
Calamandrei diceva che per parlare del carcere bisogna averlo visto. Filippo Turati, dopo averlo visto, lo definì nel 1904 il “cimitero dei vivi”.
È un’espressione che conserva una drammatica attualità.
Abbiamo abolito la pena di morte, ma nelle carceri continua a esistere una forma di morte per pena: nei suicidi, nei numerosi tentativi di suicidio sventati dagli operatori, nella sofferenza psichica di chi non riesce a reggere il peso della detenzione.
E soprattutto nel sovraffollamento, che costringe uomini e donne a vivere stipati in pochi metri quadrati, privandoli non soltanto della libertà, che è la pena, ma anche della dignità, che non può esserlo.
La realtà dell’Ugo Caridi
La nostra visita ci ha consentito di verificare concretamente questa realtà, ma anche di incontrare esperienze positive che meritano di essere valorizzate.
Ci sono attività lavorative e trattamentali importanti, dalla pasticceria alla falegnameria, in fase di riapertura, fino ai progetti “Colore Dentro” e “La Vigna”. Ci sono corsi professionali nel settore dell’edilizia, convenzioni con le Università e una nuova biblioteca, funzionante e gestita anche con il coinvolgimento di un detenuto.
Sono segnali importanti, perché dimostrano che il carcere può essere luogo di formazione, responsabilizzazione e costruzione di percorsi di reinserimento.
Vi sono inoltre interventi concreti che migliorano le condizioni di vita, come la sostituzione dei materassi, le nuove televisioni e la ristrutturazione di diversi padiglioni e laboratori, con ulteriori lavori già programmati.
Anche la stanza dell’affettività è stata attivata, sebbene sia ancora poco utilizzata.
Accanto a ciò che funziona, tuttavia, restano criticità che non possono essere ignorate.
La prima è il sovraffollamento: circa 715 detenuti a fronte di una capacità effettiva di circa 600 posti.
Particolarmente delicata è la situazione della salute mentale. Nell’istituto sono circa 150 le persone con problematiche psichiatriche, di cui circa 70 gravi, a fronte di soli 13 posti per l’osservazione.
È un altro paradosso del nostro tempo: il disagio mentale viene sempre più spesso scaricato sul carcere e sugli operatori penitenziari.
Ma la cella non può essere il luogo di cura di una persona affetta da una patologia psichiatrica.
Servono risposte sanitarie e terapeutiche, non la leva penitenziaria.
Restano inoltre criticità nelle condizioni materiali. Il caldo viene affrontato con ventilatori e con un frigorifero per ciascuna sezione, che ospita circa 40 detenuti. In alcune sezioni sono state segnalate carenze nell’acqua durante la notte, nell’assistenza medica e negli spazi destinati ai colloqui con i minori.
Al piano terra sono presenti due sole docce per 32 detenuti, con problemi di privacy e sicurezza, oltre a segnalazioni relative alla presenza di blatte.
Alcuni padiglioni sono ancora privi di docce in camera, con lavori programmati per il 2027.
Anche la pasticceria, pur rappresentando una delle esperienze più positive dell’istituto, resta accessibile soltanto ai detenuti della S1 e non può essere ampliata a causa del divieto di incontro tra sezioni.
Non vogliamo limitarci alla denuncia
Questa è la fotografia che abbiamo raccolto: un carcere nel quale esistono persone che lavorano bene, progetti importanti e segnali concreti di cambiamento, ma nel quale permangono condizioni che non possono essere considerate pienamente rispettose della dignità della persona.
Ed è proprio per questo che la nostra visita non vuole esaurirsi nella denuncia.
Non vogliamo limitarci a denunciare. Vogliamo portare questa realtà nel discorso pubblico, perché ciò che abbiamo visto e ascoltato non rimanga confinato dentro le mura del carcere. Vogliamo stimolare nella ragione collettiva un cambio di passo.
La questione penitenziaria non riguarda soltanto chi è detenuto. Riguarda la qualità della nostra democrazia, il senso della nostra idea di giustizia e, più in generale, il modello di società che vogliamo costruire.
La risposta alla marginalità non può essere l’edilizia penitenziaria.
Non abbiamo bisogno di nuove carceri per riempirle con i disperati della storia.
Abbiamo bisogno di politiche capaci di intervenire sulle cause: per la tossicodipendenza servono comunità e percorsi di recupero; per il disagio mentale servizi sanitari adeguati; per la povertà lavoro, abitazione, istruzione e inclusione.
E dobbiamo lavorare perché chi esce dal carcere possa tornare nella società attraverso percorsi lavorativi e abitativi.
Una persona che esce senza casa, lavoro, rete sociale e prospettive è più esposta al rischio di tornare a delinquere.
Il reinserimento non è soltanto un dovere costituzionale: è una politica di sicurezza.
Il viceministro Sisto, in un recente incontro a Soverato, ha ricordato che la migliore “medicina di legalità” è “la cultura”.
Dobbiamo creare nei contesti più fragili occasioni di crescita e di emancipazione prima che le persone incrocino l’esperienza penale.
La sicurezza non è esclusione
Non è dunque “buttare via la chiave” che ci rende più sicuri.
È non emarginare gli ultimi.
È offrire una possibilità prima che sia troppo tardi.
È permettere a chi ha sbagliato di tornare a essere parte della comunità.
È questo che significa prendere sul serio la Costituzione.
Perché la sicurezza non è soltanto ordine. È anche coesione, dignità, lavoro, istruzione, cura, possibilità di riscatto.
Ecco perché è importante entrare nelle carceri, vedere, ascoltare e raccontare. Non per dare voce soltanto alla denuncia, ma per chiedere che i valori della Costituzione tornino a guidare le scelte politiche, non soltanto sul piano della sicurezza e della giustizia, ma anche su quello sociale.
Dobbiamo riallineare il sentire collettivo ai valori sui quali è edificata la nostra civiltà del diritto: la dignità della persona, la solidarietà, l’uguaglianza, l’inclusione.
Una società democratica non è una società dello scarto.
È una società che non scarta nessuno.
E forse è proprio questa la sfida più grande che abbiamo davanti: non rendere invisibile chi è fragile, non trasformare la disperazione in colpa, non confondere la sicurezza con l’esclusione.
Perché una comunità è davvero forte non quando scarta i più fragili, ma quando si dimostra capace di non lasciare indietro nessuno.
*La nota del Direttivo della Camera Penale di Catanzaro “Alfredo Cantàfora” dopo la visita all’Istituto penitenziario “Ugo Caridi”
