IL DIRITTO DELL’ODIO È LA COSTITUZIONE DEL MALE

Note sul conflitto serbo-bosniaco e il populismo penale

di Domenico Bilotti* –

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“Ha parlato al posto mio per aggiungere le frasi imposte dall’alto e spostare tutta la questione dal campo del diritto penale a quello della retorica preelettorale mirata all’aumento del rating” (p. 30)

È singolare che una delle più autorevoli personalità del diritto europeo, Miodrag Majic, veda una sua fortunata opera di sette anni addietro tradotta e pubblicata soltanto adesso in Italia. Ci sarebbe da chiedersi, in sostanza, quale meccanismo governi le preferenze di consumo e se esso non sia in qualche modo legato alla nostra percezione del fenomeno giuridico. La concomitanza di una serie televisiva su una piattaforma internazionale è forse più promettente di un noir che scava nei meandri delle corruttele, dell’uso politico della giustizia e dell’uso giudiziario della politica. Non è questa la sede per abbozzare risposte e, verosimilmente, l’interrogativo ci dischiuderebbe scenari (e specchi) inquietanti.

Fatto sta che il giudice serbo Majic, tra i più autorevoli togati della corte d’appello di Belgrado, da decenni lotta contro il populismo giudiziario: col comportamento, con gli interventi pubblici, con gli articoli dottrinari. E oggi pubblica per i benemeriti tipi di Marsilio “I figli del male”. Inutile dire che la trama del libro si lega a filo doppio alle conseguenze brutali del conflitto serbo-bosniaco, allo smembramento dell’ex Jugoslavia: ne ricorda le atrocità, le torture, i morti – in particolare quelli ai quali nessun medico legale è mai riuscito a dare un nome. Il genocidio dei bosgnacchi, i musulmani bosniaci, perpetrato da milizie serbe, è stato il crimine più violento che sia avvenuto nell’Europa centrale dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Un genocidio che all’epoca persino ci apparve a “distanza di sicurezza”, nonostante i suoi effetti siano tutt’oggi sotto gli occhi di tutti. Non che l’indifferenza e i cali di attenzione ci sorprendano: ancor più vicino alle nostre coste, altre donne e altri uomini cui non si riesce a dar nome finiscono “insabbiati” dalle onde, nonostante fior di accordi internazionali e bilaterali debbano sulla carta presidiarne la dignità, l’integrità, le libertà. Non sorprende nemmeno che il libro di Majic, scritto quasi un decennio addietro, pubblicato oggi, imperniato su crimini odierni che rimandano alle efferatezze di oltre trent’anni orsono, abbia rinvigorita attualità.

Sono di queste settimane le inchieste sui “turisti cecchini”, che in una Sarajevo in ginocchio facevano safari umani tra sventagliate di mitra e rumori di cingolati. Sono di queste settimane le immagini di una Belgrado addobbata da commemorazione nazionale per i funerali di Ratko Mladic, il generale serbo-bosniaco condannato all’ergastolo proprio per genocidio e crimini contro l’umanità. La Serbia, come tante democrazie “recenti” in ogni fase della loro storia (capitò alla Grecia dei colonnelli, ai post-franchisti, ai collaborazionisti nel fascismo italiano), non ha ancora fatto i conti con quei massacri. O, forse, pensa che il redde rationem giudiziario sia stato solo un dono dei vincitori occidentali di allora e non l’occasione di ricostituire lo spazio pubblico su basi di pluralismo laico e democratico.

La Serbia, comunità umana di grande storia e che al diritto ha fornito scuole raffinatissime, dove si insegnano meglio che altrove il comparato, la sapienza romanistica, le rigorose suggestioni ermeneutiche del diritto canonico della Chiesa ortodossa. Eppure, quanto ancora pesa l’odio etnico in Bosnia e in Serbia! E quanto le comunità serbe hanno reagito ai fatti militari sviluppando una mitologia acritica dei leader militari di allora: persecutori che possono assurgere ad eroi quando intorno nessun’altra idealità e nessun’altra personalità riesce a coagulare il medesimo consenso sociale di ieri.

La Serbia è osservatorio eccezionale per chi si dedica di questi tempi ai diritti confessionali comparati, al diritto penale internazionale, al costituzionalismo. Da un lato, il suo avvicinamento alla Federazione Russa affonda in identità culturali e religiose difficilmente questionabili, risalenti, radicate e forse mai rinnegate. Dall’altro, questo patrimonio di credenze e culture è tuttavia povero di schiettezza e vera abnegazione, se è condivisione contingente di politiche militari sbagliate, di ostruzionismo di comodo verso le corti internazionali dei diritti (e dei diritti umani in particolar modo). È solo l’altra faccia del pari opportunismo con cui proseguono negoziazioni e forme di accordo commerciale con l’Unione Europea. Conviene il mercato unico, e conviene mantenere legami fuori da esso, quando identiche sono le politiche che si propongono sui diritti civili, sulla libertà di circolazione, sulle dimensioni associative della politica, della stampa, delle professioni.

Il giudice Majic fa una bella operazione narrativa: trasferisce le sue inquietudini civili su un protagonista che, in realtà, svolge la professione di avvocato. Non è solo espediente letterario: Majic è un giudice che ha sempre riconosciuto la valenza costituzionale della difesa giurisdizionale. Un diritto comune europeo del processo non potrebbe esistere senza dotarsi di questa grundnorm: non è una scelta tecnica indifferente. È la trincea vera e concreta del faldone, che è fatto di studio per chi concorre a formarlo (le parti del processo tutte) e soprattutto di carne, sangue e afflizione di chi nella complessa vicenda giudiziaria ne è sottoposto, limitato, persino menomato. Il presunto autore del reato, indagato o imputato, e la vittima, la cui natura si qualifica formalmente all’atto del giudicato e che tuttavia in itinere certo patisce la lesione ingiusta, lì sono dalla stessa parte: quella di chi è subordinato a una trama procedurale più alta di lui, che in un modo o nell’altro finisce per disporne. Ai diritti umani del giusto processo non serve il giudice erculeo, che simpaticamente Majic potrebbe pure incarnare. Serve, secondo l’Autore, proprio quell’avvocato di parte, nella cornice non di parte della garanzia, che attua la vita del diritto nel diritto della vita umana.

La trama è particolarmente ben congegnata. È evidente che il volume abbia un accento locale e uno scopo di pedagogia sociale dal basso, senza infingimenti moralistici: verificare sul campo quanto lavorare in e per una nazione sia distante dal blandirne e sposarne il nazionalismo. Si difende la propria tradizione non con l’accettazione e l’accentazione delle sue pagine buie: quella è una rimozione calcolata del male compiuto che, nella cultura giurisdizionale, proprio la giustizia riparativa ambisce a superare in chi ha commesso il delitto. Si è ostinatamente al servizio della propria comunità ripudiandone gli eccessi, dismettendone la corsa ostile ai nuovi arrivati e ai già noti emarginati, spogliandone le pretese di assolutezza e unica ragione.

Va però chiarito che il volume non è affatto un fenomeno locale: non è un’inchiesta sul finanziamento politico dei partiti serbi, né un dossier sugli intrighi dietro il funzionamento delle corti apicali e le nomine eminentemente politiche dei suoi vertici. È un ragionamento a voce alta, intorno a una storia, su come la giustizia stia diventando una giustizia di classe senza più nemmeno un’ideologia da servire, se non il fare a pezzi un nemico per volta. Sospendergli l’habeas corpus, mettendogli le mani addosso senza subire il dazio di un sindacato, infangarne oltre misura memoria e rispettabilità col fuoco incrociato dei media e delle piattaforme ludiche di comunicazione sociale (che sempre meno di ludico hanno), eleggerlo paria e senza casta, se non quella del disdoro.

L’enigma su cui indagare è il barbaro omicidio di un politico sulla cresta dell’onda – ormai da noi evenienza per fortuna molto rara, talvolta soppiantata dal linciaggio simbolico che stravolge l’esistenza reale. E il “paria” che l’avvocato alter ego di Majic deve difendere è proprio il giovane accusato di averlo fatto a pezzi. Ci sono delitti, come l’accoltellamento di Cesare o la miscredenza a Gerusalemme, che hanno bisogno in tempi brevi di un colpevole: mettere una pietra sopra a quel problema. Poco importa se quella pietra sia la salma di un essere umano: se innocente e, allo stesso modo, se colpevole. Majic ci racconta la deriva mediatica dell’aspettativa elettorale sul funzionamento della giustizia. Necessita il coro di una scriteriata caccia al colpevole, di un’avventata degradazione personale del reo sociale individuato. E non può mancare una forte sperequazione di risorse: dove ci sono molti poverissimi, è più facile vi siano ladri molto facoltosi… Proprio in contesti piccoli, distanti e contendibili dai grandi imperi del mondo, la corsa alla condanna esemplare è un esercizio tutto politico di oblio delle cause ultime nell’indifferenza, nell’arretratezza e nella miseria. Con pazienza e sapienza Majic ci racconta che il compito del giurista è un po’ diverso da questo gioco di ruoli che compensa la riduzione di alternative sociali con l’aumento degli illeciti penali, l’omologazione delle fedi e delle culture col tentativo di imporre una linea di condotta basata sull’appartenenza. Non deve riscattare il politico di grido, né porsene al servizio, e nemmeno ingaggiarsi nel fronte del discredito. E deve assicurare la difesa del reo persino quegli fosse riconosciuto colpevole: la condanna priva di molte libertà. Lo fa ogni misura (usiamo il sostantivo contemporaneamente in senso tecnico e atecnico). Il giurista, come gli occhiali dello studioso di De Chirico, coltiva una serena irrequietezza: quella che occorre per resistere alle suadenti rumorose sirene della ghigliottina.

Quando l’odio diventa merce del consenso e della rappresentanza, un popolo non riesce a darsi altra costituzione se non il suo stesso male. Credere ai cavalieri dell’Apocalisse secolare è la via più breve per trovarsi una rovinosa matrigna.  

 

*Professore Università Magna Graecia

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