ANSELMO TORCHIA RICORDA GIUSEPPE SETA

di Anselmo Torchia

Cari amici, preliminarmente vorrei dedicare poche ma doverose parole alla iniziativa assunta dalla Camera penale di Catanzaro, che fa da cornice al nostro incontro di oggi.

La scelta di ricordare alcune figure eminenti dell’avvocatura della nostra città con un ciclo di incontri “monografici” è meritoria e originale.

Attraverso questi incontri ritengo che si dimostrerà la ricchezza del contributo che il nostro ceto professionale ha dato alla storia culturale della città. Ma, al di là di questo elemento, potremo dire, di orgoglio identitario di noi penalisti, credo che davvero la “collana” delle iniziative pensate dalla Camera penale avrà come risultato quello di arricchire la profondità storica dell’autoconsapevolezza della nostra comunità, poiché vi è una fitta trama di relazioni fra molte delle figure che ricorderemo e gli avvenimenti, non solo giudiziari, ma anche sociali e politici della nostra città, della nostra regione e del Mezzogiorno.  

Infine, ritengo significativo che questo ciclo di incontri non rappresenti una iniziativa isolata ma piuttosto uno dei segnali di vitalità e di intelligente presenza che la Camera penale di Catanzaro – negli ultimi anni – ha saputo dare, in varie direzioni. Si tratta di segnali che hanno un valore non piccolo in presenza di certi fermenti, tendenze involutive e battaglie di progresso che si susseguono e si combattono oggi intorno al processo penale. L’avvocatura fa quindi bene a sostenere il generoso lavoro della nostra Camera penale e la nostra presenza qui ha oggi, prima di tutto, questo significato.

Fatta questa premessa, vengo alla figura che la Camera penale mi ha chiesto di ricordare oggi:Giuseppe Seta.

Bene, la prima parola-chiave che mi viene alle labbra, nell’evocare questo collega è: “leggenda”. Nel senso, prima di tutto, di tradizione orale. Un uomo che non amava lasciare testimonianze scritte della sua attività, ma le cui eleganze argomentative, le cui vere e proprie scoperte di logica del processo, e perfino i cui sarcasmi micidiali, venivano riferiti oralmente fra i colleghi e spesso tramandati a noi colleghi più giovani, anche a distanza di tempo.

Il suo ricordo è rimasto vivissimo in tutti coloro che hanno, anche solo occasionalmente, ascoltato la sua voce dal timbro discreto ma mai timido.

Il racconto di prove – talvolta di coraggio talaltra solo di spericolato e sovrano disprezzo di ogni convenzione – è stato tante volte associato a questo nome, per lo più con un sentimento di ammirazione e di affettuosa insofferenza per ciò che non poteva non apparire come un eccesso.

Uomo sicuramente non immune da eccessi fu Peppino Seta.

Un eccesso di intelligenza o di intelletto, se così si può dire, che lo portava spesso – e non malvolentieri – a sostenere tesi del tutto opposte al sentire più diretto e comune in virtù di una assoluta fiducia nella sola forza della virtù argomentativa, cioè della sola virtù dell’intelletto.

Immediatamente dopo questa prima forma di eccesso, non posso non collocare l’eccesso di passione politica che ha segnato la vita di quest’uomo, comunista gramsciano sin dalla prima gioventù (nei primi anni ‘30) e tale rimasto per tutta la vita.

Egli è morto nel 1988 e questo evento gli consentì, forse provvidenzialmente, di anticipare di un anno la fine di ciò che egli amò con eccesso: un ideale politico e soprattutto il convincimento fermissimo che la bellezza di tale ideale si fosse realizzata in una parte non piccola del pianeta. Egli poté così concludere la propria esistenza senza doversi misurare con la terribile prova dell’abiura, parola temuta e aborrita quanto nessun’altra da un uomo, come lui, che conosceva a fondo sia la tragica storia della Chiesa cattolica, sia le durezze della storia della propria chiesa.

Sull’impegno politico di Peppino Seta dovrò tornare nel corso di questo inevitabilmente, sommario e incompleto, ricordo della sua personalità poiché non è elemento che si possa esaurire in poche battute.

Continuando nella galleria dei suoi eccessi, immediatamente dopo la passione politica io collocherei la sua passione per il diritto e per il processo.

Parlando di questo giurista, nel senso più pieno di cultore della scienza giuridica, noi infatti parliamo prima di tutto di un interprete raffinato della disciplina processualpenalistica.

Molti degli avvocati più anziani sono stati testimoni di arringhe brillantissime, nelle quali Peppino Seta ha saputo far valere la propria tesi attraverso ricostruzioni e reinterpretazioni audaci e innovative di istituti classici del diritto processuale, risalendo con rigore alla fondazione logica di essi e ai contenuti filosofici che ne costituiscono i presupposti. È questo il terreno che lo vedeva più a proprio agio nelle aule giudiziarie e dove il suo patrocinio poteva davvero fare la differenza.

Ma è questo il terreno, anche, che rispondeva meglio al suo esigente gusto di uomo di vasta cultura che, pur dopo essersi a lungo intrattenuto nei territori della letteratura, della psicologia e della sociologia, vedeva – proprio nella costante meditazione sul processo penale – la sintesi più alta della propria missione di avvocato, cioè di uomo e al tempo stesso di scienza e di azione.

Anche qui un destino singolare ha fatto si che egli non fosse testimone di una riforma (la legge Vassalli, approvata pochi mesi dopo la sua morte) che tanto promise a coloro che, come Peppino Seta, militarono per una vita nei ranghi del più coerente garantismo ma che poi – oggi ben sappiamo – non altrettanto mantenne.

Possiamo dire, con un paradosso, che gli istituti del processo accusatorio, e primo fra tutti quello della parità fra accusa e difesa dinanzi a un giudice terzo, erano tutti ben chiari, da sempre, nella cultura e nella forma logica della mente di Peppino Seta ma che, quando essi furono scritti dal legislatore nel nuovo codice di procedura penale, beffardamente lui stesso non poté farli valere, come avrebbe saputo fare, da par suo.

“Garantismo” è dunque una seconda parola-chiave per ricostruire un’immagine di questo nostro illustre collega che possa parlare anche a chi non lo ha conosciuto. Questo termine, oggi molto di voga (a volte anche invocato a sproposito), possiamo invece utilizzarlo per cogliere una connessione cruciale nella personalità che stiamo tratteggiando. Quella fra impegno politico e culturale, onestà personale e rigore intellettuale.

Peppino Seta era un gramsciano, abbiamo detto. Ciò, fondamentalmente per quella generazione e in questa parte d’Italia, significava solida formazione culturale crociana.

Stiamo parlando di un vero e proprio circolo di pensiero e insieme nucleo di attivismo politico (sin dagli anni della clandestinità) che si era raccolto a Cosenza attorno alla personalità, e fisicamente, alla casa e allo studio legale, di Fausto Gullo. Per uomini di quello stampo non vi era alcuna cesura fra attività politica, cristallina moralità e rigore intellettuale. Allo stesso modo, non vi era alcuna cesura fra militanza comunista (anche nelle forme schematiche dell’ortodossia staliniana) e profondo accoglimento dei risultati più alti del lungo processo culturale, a partire dalla tradizione classica.

Per uomini di quello stampo, il costume intellettuale crociano non ammetteva rotture di una unità ideale: svilire l’azione politica nel basso compromesso di potere era inammissibile quanto tradire la più alta tradizione dello jus romano, che aveva insegnato il sacro rispetto dei diritti di ciascun imputato a essere difeso da un giudice imparziale, in un processo garantito da regole non disponibili.

Nel “garantismo” – pur non abusandosi in quegli anni di questo termine – si saldava dunque un fascio di istanze di morale individuale, di etica politica e di coerenza intellettuale. Lo stesso cammino, della civiltà e del pensiero umano, garantiva l’unità inscindibile di questi valori.

Certi spudorati giochi di parole sui “presunti innocenti” o sui “colpevoli dei cui reati non si è ancora riusciti a trovare le prove”, o certi teoremi basati sul “non poteva non sapere”, sarebbero suonate alle orecchie di uomini di quello stampo come bestemmie ripugnanti. Offese, al tempo stesso, all’intelligenza e alla moralità, sia pubblica che privata. Per quel tipo di intellettuali e di avvocati, ma anche per tanti magistrati di quella generazione, funzionava ancora la profonda conoscenza della storia del progresso e del pensiero umano a garantirli da certi baratri, a impedire certe rovinose cadute.

Un terzo e ultimo tratto di questo profilo voglio provare a rappresentarlo con un’immagine che mi sembra di rivedere ancora ora.

Noi siamo in questa sala, discutiamo fra di noi. Peppino Seta entra, osserva, non interviene o, per lo meno non interviene subito, ma osserva.

Ma tutti noi cogliamo che il suo sguardo ha impercettibilmente modificato l’atmosfera, la tensione che ci unisce. Voglio dire che quest’uomo, con la sua storia personale, con le sue virtù professionali e sociali aveva, negli anni, acquistato un fascino grandissimo, un carisma che caricava il suo sguardo e le sue parole, mai spese a caso, o le sue battute mai banali o gratuite, di un sapore particolare. E questo credo che sia una virtù non proprio comune. 

Per chiudere vorrei però accennare al contesto storico in cui si è svolta la vita e l’avventura professionale di Peppino Seta. Tutto ciò che ho cercato di ricostruire “dall’interno” va collocato su uno sfondo, dal quale trae significato ma, allo stesso tempo a cui Peppino Seta con la sua personalità, ha conferito ulteriore significato.

Questo sfondo è quello di una vera e propria epopea, quella delle lotte per la terra in Calabria negli anni del dopoguerra, che ciascuno di noi (a prescindere da ogni appartenenza politica) dovrebbe sentire come propria eredità, meritevole di essere ricordata e custodita.

Fu un’epoca in cui la Calabria, con i suoi contadini, fu all’avanguardia della politica e della cultura del nostro Paese. Un momento altissimo di coscienza collettiva e intelligenza storica. La lotta per la riforma agraria contribuì a modernizzare l’Italia e favorì la ricollocazione della Calabria e del Mezzogiorno nelle correnti più vive dell’evoluzione del continente, dalle quali sarebbero certamente rimasti esclusi, se fossero sopravvissuti, gli istituti agrari – di derivazione medioevale – che resistevano immutati nelle nostre campagne.

Oggi ci sono molte letture della condizione del Sud e quindi anche delle cause del perdurante divario. Ma credo che tutte le letture possano convergere sul riconoscimento del valore modernizzatore di quella stagione.

Le lotte per la terra furono anche attraversate da un filone utopistico che diede vita anche a episodi di tipo insurrezionalistico. Gran parte di tutto questo è leggibile anche nelle biografie di molti dei protagonisti, sia intellettuali che contadini. Anche qui sono legittime letture diverse, ma chiunque conosca la storia del Mezzogiorno e della Calabria non potrà non attribuire origini antiche e nobili anche a questo filone sotterraneo.

Su questo sfondo, i penalisti che difendevano gratuitamente i contadini divennero figure di intellettuali originali e ben riconoscibili all’interno di un panorama sociale che in tal modo si arricchiva e si modernizzava.

Il valore culturale autentico di queste esperienze e la distanza da ogni forma di spirito di setta è testimoniato dal fatto che molti di questi professionisti, pesso e volentieri, non limitavano il patrocinio gratuito ai protagonisti delle lotte, imputati di reati politici, ma lo estendevano anche ai contadini sottoposti a processi comuni: la sensibilità sociale e politica si allargava e si fondeva con un’etica della solidarietà e con una antichissima tradizione “garantista”.

Peppino Seta fu testimone e protagonista di questa stagione che forse non è stata sufficientemente illuminata dagli storici e interpretata creativamente dagli artisti, tranne poche, preziose eccezioni.

Svolse la sua opera di intellettuale e di penalista sempre fuori da ogni paludamento, senza perdere – anzi, forse accentuandolo con l’età – il gusto corrosivo dell’umorismo, dell’ironia e dell’autoironia. Talvolta il gusto esagerato del sarcasmo e della polemica.

Abbiamo iniziato questo ricordo parlando con amicizia e affetto dei suoi eccessi, non possiamo che concluderlo rendendo omaggio all’eredità che, anche grazie a questo suo intelligente discostarsi dalla medietas, egli ci ha lasciato.

(Tratto da Atti de I penalisti di ieri nel ricordo dei penalisti di oggi, come esempio per i penalisti di domani)

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