
di Pantaleone Pallone* –
C’è un momento, nel percorso della giustizia, in cui il codice cede il passo all’uomo e la sanzione si trasforma in speranza. Quel momento, per la Camera Penale “Alfredo Cantàfora”, ha avuto il profumo della salsedine e il calore di una tavola imbandita.
Con l’avvio del progetto “Adozione in Città”, nato dal Protocollo d’Intesa del 23 dicembre scorso, la nostra Camera Penale, guidata dal Presidente Francesco Iacopino, ha scelto di non limitarsi alla difesa tecnica, ma di farsi promotrice di una difesa sociale della dignità umana.
Un’iniziativa corale che ha visto la luce grazie alla sinergia con il Vescovo della Diocesi di Catanzaro-Squillace, il Tribunale per i Minorenni, la Procura della Repubblica presso il medesimo Tribunale e l’Istituto Penale per i Minorenni “Silvio Paternostro”.
Un plauso particolare va all’eccellente lavoro di coordinamento svolto dai componenti del nostro Direttivo, gli avvocati Antonella Canino ed Enzo Galeota – quest’ultimo prezioso nel suo ruolo di coordinatore dell’Osservatorio Carcere ed Esecuzione Penale – e al Responsabile dell’Osservatorio Giustizia Riparativa, l’avvocato Francesca De Fine.
L’iniziativa è rivolta a quei giovani detenuti, particolarmente stranieri, privi di una rete familiare sul territorio italiano, o giovani che hanno smarrito il conforto di un riferimento familiare. A loro, il progetto offre l’incontro con adulti e famiglie volontarie disposti a costruire un ponte tra il “dentro” e il “fuori”. Non dimenticheremo facilmente la prima uscita di questo percorso, che ha visto come protagonista un giovane di nome Jawad.
In arabo, il suo nome significa “Dono”: una coincidenza che appare quasi come un piccolo miracolo, un segno del destino che illumina il senso profondo del nostro impegno.
Jawad, il cui desiderio più grande era semplicemente vedere il mare, si è ritrovato sul lungomare di Catanzaro Lido, accolto da braccia pronte non a giudicare, ma ad ascoltare.
Lì ha incontrato Giuseppe e Valentina, Simone e Roberta: le prime famiglie ad aver manifestato con generosità la propria disponibilità, trasformando un protocollo giuridico in un incontro autentico tra persone.
La risposta di Jawad alla domanda se preferisse pranzare in un ristorante o in una casa – “Anche casa è fuori!!” – non è stata solo una battuta spontanea, ma una lezione di diritto vissuto.
Ci ha ricordato che la rieducazione non passa solo attraverso la pena, ma attraverso il riconoscimento di appartenere ancora a una comunità.
Come Direttore di questa rivista e come giurista, avverto il dovere di chiamare a raccolta tutte le realtà associative del nostro territorio. Abbiamo bisogno di associazioni, famiglie e cittadini che, come queste prime coppie, abbiano il coraggio di scommettere sul recupero di questi giovani.
Ante Litteram continuerà a raccontare questo percorso, convinti come siamo che la vera giustizia sia quella che, pur fermando chi ha sbagliato, non smette mai di offrirgli una sedia alla tavola della civile convivenza.
L’invito è aperto: facciamo sì che quel fuori diventi, per ragazzi come Jawad, il luogo in cui sentirsi finalmente a casa.
*Direttore “Ante Litteram”
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