ALDO CASALINUOVO RICORDA ANTONIO TALERICO

di Aldo Casalinuovo –

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Consentitemi di esprimere, innanzitutto, il mio più vivo apprezzamento per questa nuova iniziativa della nostra Camera Penale, oggi brillantemente presieduta dal collega Francesco Iacopino, che ricalca fedelmente quella tenutasi nel 2003, nata da un’idea dell’amico Enzo Ioppoli, allora presidente dell’associazione. Non si è indugiato – per quanto abbiamo fin qui assistito – nostalgicamente al passato o a rievocazioni agiografiche dei Colleghi che sono stati ricordati. No: si sono ricordati, con sentimento ma anche con grande puntualità ricostruttiva, professionisti e soprattutto uomini che hanno lasciato un segno nella memoria e nei sentimenti collettivi non soltanto della nostra comunità forense. Ingegni multiformi – così li vorrei definire – che hanno sviluppato il loro impegno, certo e innanzitutto, nella professione, ma anche nella politica e più latamente nella sfera sociale e civile della realtà in cui essi hanno vissuto e operato. E attraverso il loro ricordo, in questi nostri incontri, si sono rievocati importanti segmenti di vita collettiva, al di là appunto dell’aspetto strettamente professionale che più direttamente ci riguarda, che hanno costituito, per così dire, un valore aggiunto di sicuro interesse delle belle relazioni che abbiamo fin qui ascoltato e, certamente, anche di quelle che seguiranno.

Si è detto più volte che queste occasioni di incontro e di approfondimento “servono” innanzitutto ai Colleghi più giovani, giacché attraverso il ricordo degli illustri avvocati del passato essi apprendono e accrescono il loro bagaglio culturale e di conoscenza; e ciò è certamente vero. Ma io credo che, in fondo, tali incontri siano stati e siano utili anche per i Colleghi non più giovani, perché in un mondo così profondamente mutato negli ultimi decenni, “rivedere” il percorso compiuto – attraverso appunto la rievocazione di persone, immagini, situazioni del nostro recente passato – non può che farne apprezzare ancora di più l’importanza e la bellezza dello stesso.

Accingendomi a parlare dell’Avvocato Antonio Talerico, devo fare, come alcune volte capita nell’introduzione dei libri, una piccola “glossa” iniziale ed esplicativa. Per me egli è innanzitutto “Totò”, e capiterà dunque sovente in questa mia relazione di appellarlo molto semplicemente così. Il motivo è presto detto: egli fu amico di gioventù di mio padre, suo compagno di scuola sui banchi del nostro prestigioso e storico liceo classico Pasquale Galluppi; e si sa, le amicizie che nascono sui banchi di scuola e durano per tutta la vita diventano qualcosa di molto simile alla fratellanza. E loro, infatti, furono senza alcun dubbio legati da fraterna amicizia. Così mio padre, allora presidente della Camera Penale, lo ricordò nel corso della commemorazione che si tenne in Corte d’Appello il 2 gennaio 2006, al momento della sua dipartita: “Rendere l’estremo saluto e il più commosso omaggio ad Antonio Talerico, mentre ci lascia per sempre, non è soltanto un dovere che io compio a nome di tutti i colleghi della Camera Penale, ma è un sentitissimo bisogno dell’animo mio: perché con lui vissi gli anni indimenticabili della scuola e della giovinezza, il nostro rapporto fu sempre improntato a sentimenti fraterni; mi fu sempre vicino nei momenti lieti e soprattutto nei momenti tristissimi del mio passato. Negli anni del liceo lo ebbi per la prima volta compagno di classe. Proveniva dagli istituti arcivescovili e si fece subito voler bene da me e dagli altri compagni…”.

Totò, come sappiamo, veniva da un piccolo paesino della presila catanzarese – Pentone – e alloggiando come convittore al Galluppi, divenne ben presto un componente aggiunto della mia famiglia. Legò moltissimo anche con zio Aldo, fratello maggiore di papà; mia nonna ebbe sempre per lui sentimenti che possono definirsi materni. Ne conservava sempre un ricordo affettuoso e, simpaticamente, ogni tanto rievocava i malanni veri o presunti che portavano Totò, di tanto in tanto, ad esprimere la volontà di saltare qualche giornata di scuola, con la ferma contrarietà di mia nonna.

Era così legato a papà che quando nel luglio del 1943 il suo fraterno amico decise, assecondando la sua passione per il mare, di partire come volontario per l’Accademia Navale di Livorno, Totò non esitò a manifestare la volontà di seguirlo in quella avventura. Rinunciò poi – se oggi non ricordo male i loro racconti – per un problema di vista. Ma la particolarità, invero, era un’altra: Totò voleva seguire papà e iscriversi all’Accademia Navale di Livorno, pur non sapendo nuotare! Evidentemente, tanto era il desiderio di seguire il suo amico del cuore in quella nuova esperienza, che poi però costò a mio padre, dopo l’armistizio dell’8 settembre del ‘43, quasi due anni di prigionia nei campi di lavoro nazisti prima a Markt Pongau e poi a Imst in Austria.

Nel mio personale ricordo, invece, vi è l’occasione del primo cimento professionale presso la Pretura di Taverna. Mio padre, tornato alla professione dopo la lunga e impegnativa “parentesi” politica, mi aveva affidato a lui – io giovane praticante – per l’esordio dinanzi l’Autorità giudiziaria, e se ne creò l’occasione per una causa di rissa e lesioni, dinanzi al Pretore di Taverna. Era il 1987. Il ricordo è ormai piuttosto sfumato, ma le immagini, sia pur fugaci, di quella giornata sono ancora nella mia mente: la piccola aula della pretura, i colleghi impegnati nella causa, il viso bonario del pretore. Ma soprattutto l’attenzione, quasi paterna direi, che Totò prestava al giovanissimo collega affidatogli dal suo fraterno amico per il primo cimento professionale in un’aula di giustizia penale.

L’Avvocatura è cultura, arte, missione, sacerdozio, impegno supremo di ogni risorsa intellettuale e spirituale”: con queste magnifiche parole, Alfredo Cantàfora, nel corso della cerimonia di assegnazione della Toga d’oro in Corte d’Appello, nel 1983, descriveva la nostra professione. E sono parole, direi, che si attagliano perfettamente alla figura dell’avvocato Talerico, per il quale l’Avvocatura fu certamente impegno totalizzante e ragione di vita.

Che Avvocato fu Totò Talerico?

Io lo definirei un avvocato “classico”, con un aggettivo che potrebbe apparire generico, ma che in realtà abbraccia compiutamente e in modo coerente la poliedrica personalità della sua figura.

Lo fu, innanzitutto, nell’esercizio della professione, “sul campo” per così dire: dalla conoscenza approfondita e rigorosa degli atti di causa, alla solidissima cultura giuridica che gli consentiva di inquadrare perfettamente il caso sottoposto alle sue cure, alla sensibilità e umanità che egli aveva e che per un avvocato penalista sono sempre lente privilegiata per leggere fatti, situazioni e persone, al di là delle norme, ma pur sempre dentro di esse.

Aldo Fiale, magistrato insigne e suo carissimo amico, lo ricordò così in occasione della commemorazione in Corte di Appello: “Riuscivi a trasfondere anche nelle vicende più banali la stupenda astrazione del concetto”. Vero!

Ma tanto spesso, per lui, non si trattava di vicende banali, sovente erano vicende che finivano e venivano trattate in Corte d’Assise. Il “luogo” magico, può dirsi, magnetico, per ogni avvocato penalista, specie in quel tempo, laddove la capacità di analisi e di approfondimento del fatto, la capacità di suscitare nel collegio emozioni e suggestioni, l’oratoria ricca e potente, esaltavano le qualità dell’avvocato nei cimenti più impegnativi e delicati. E la Corte d’Assise diventava così un crocevia di sofferenze, di passioni, di tensioni, nell’infinita parabola di casi di varia e dolente umanità che, specie nelle nostre contrade, sfociava in ultimo, appunto, nell’attenzione del collegio di Assise. Annotava l’avvocato Talerico in Vaghi Pensieri, un libricino che egli diede alle stampe in occasione del conferimento a lui e ad altri illustri Colleghi della medaglia d’oro per i cinquant’anni di esercizio professionale,  il 6 dicembre 1997: “Ripensando alla mia vita professionale, alla vita professionale di tutti noi, mi vien da pensare che più che una medaglia ricordo meriteremmo di avere, appuntata sul petto, e più opportunamente, una croce di guerra, con motivazione di aver dato risalto oltre che al sacrificio, alla passione con cui è stata condotta la professione ed alle sofferenze che essa ha comportato”.

Sacrificio, passione, sofferenza: tre tinte indelebili nella Toga dell’avvocato! Ma sempre nella gioia – annotava ancora Totò – di esercitare una professione così alta, così nobile, che nessun’altra la può eguagliare”.

Una sorta di cordone ombelicale che lega l’avvocato alla sua Toga, inscindibile, sempre, anche nei momenti più aspri e difficili.

L’avvocato Talerico partecipò a un’infinità di processi, presso la nostra sede giudiziaria. Tra i tanti ne voglio ricordare qui due, per il valore storico che essi rivestono e che si tennero a Catanzaro per “legittima suspicione”: come allora era processualmente definita la causa che comportava lo spostamento del processo dalla sua sede naturale ad altra sede.

Il processo di Piazza Fontana, per la strage avvenuta appunto nella sede della Banca dell’Agricoltura sita in quella piazza milanese nel 1969, che costò ben 17 morti e decine di feriti, e che vide imputati anarchici come Pietro Valpreda, neofascisti come Franco Freda e Giovanni Ventura, nonché esponenti dei servizi segreti, che allora si definirono deviati.

Il processo cosiddetto dei 117 (dal numero degli imputati alla sbarra) alla mafia siciliana, che vide imputati esponenti di rilievo e, anzi, capi di “Cosa Nostra” che negli anni a venire assursero drammaticamente e ancor di più alle cronache giudiziarie nazionali: Tommaso Buscetta, Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti, Salvatore Greco e molti altri ancora. Processi che si tennero: il primo nella palestra dell’allora “riformatorio”, nella zona alta della città; il secondo in quella della scuola elementare “Aldisio”, atteso il numero degli imputati e degli avvocati impegnati e la non idoneità delle aule dello storico Palazzo di giustizia di piazza Matteotti.

Totò, sempre in Vaghi pensieri, “fotografa” il peso e la fatica dell’avvocato, descrivendo in particolare l’ultimo istante prima del verdetto (in questo caso, prima di “quel” verdetto nel processo dei 117): “Ho partecipato in anni lontani al primo processo alla mafia siciliana, celebratosi per legittima suspicione dinanzi alla nostra Corte d’Assise. Era l’antivigilia di Natale e per assistere alla lettura del verdetto, temendo per la mia salute, mi ero portato appresso un medico. Ma vidi che l’avvocato che mi stava vicino, un avvocato rotto di battaglia, atto alla tempesta, nuotatore egregio, a cui va il mio ricordo filiale, si era sbiancato in volto. Gli tremavano le papille del naso e mostrava i segni di un interno sussulto. Capii allora che la professione dell’avvocato si dimostrava come sofferenza in tutti i processi e per tutti gli avvocati, che neanche la tarda età e l’assuefazione di mestiere potevano mai cancellare e forse lenire”.

Facile riconoscere in questa descrizione mio zio Aldo – cui come ho detto – Totò era anche legatissimo; e come non riconoscersi in queste parole, nelle sensazioni così acutamente descritte.

Certo, “le notti insonni”, “i giorni pieni di fatica”; ma, aggiungeva l’avvocato Talerico: “Quando sei vocato ritorni là, alla sbarra, dimentico di tutto, con il cuore che mai appassisce ed è sempre pronto alla battaglia”. E con cuore grande e generoso, ancora chiosava: “E non dimentichi, se hai vinto, che il tuo avversario soffre quello che tu hai sofferto nella sconfitta”.

Fu un avvocato “classico”, un avvocato “umanista” – direi – per il suo amore, autentico, profondo, per le lettere, la filosofia, il mondo classico appunto, la lingua latina.

È del 2003 la pubblicazione di un volumetto dal titolo Dum nihil habemus majus, calamo lùdimus (Poiché non abbiamo niente di meglio da fare, giochiamo con la penna).

Potrebbe apparire come una pubblicazione minore, ma in verità ha una sua assoluta dignità. Ed infatti, prendendoci per mano, attraverso citazioni, massime, stralci di opere classiche, e dunque attraverso la bellezza e la saggezza – appunto del mondo classico – Totò ci accompagna nelle pieghe di tanti temi, cogliendone essenza, verità, sfumature, come aspetti più leggiadri e giocosi. Avvocati, giudici, amore, amicizia, soldi, donna, per ciascuno di questi temi le dotte citazioni classiche danno una originale e sempre centrata chiave di lettura, illuminandoli come piccole perle.

Ovidio, Orazio, Virgilio, ma anche Dante, Petrarca, Manzoni (quell’omnia munda mundis pronunciato da Frà Cristofaro, che forse ben richiama la sua, di Totò, sensibile attenzione al mondo); e poi le Scritture Sacre: il Vangelo, il Nuovo Testamento; l’amata filosofia, con il “Sapere Aude”, motto oraziano fatto proprio da Kant. In definitiva, anche un omaggio alla lingua latina, così incondizionatamente amata dall’avvocato Talerico, tanto da scriverne in questi termini, nell’introduzione al libriccino: “La lingua latina ha sempre avuto per me un irresistibile fascino. Mi pare di poter affermare che il pensiero stesso degli uomini, anche quello più umile privo di qualsiasi sontuosità si distenda su un sistema, una trama che non può che essere latina. Noi senza accorgercene pensiamo in latino. Senza volere esagerare mi pare che la lingua latina sia al vertice di ogni umana espressione”.

Il mondo classico fu sempre presente nei suoi interventi pubblici, unitamente al tema della Fede, può dirsi altra sua ragione di vita.

Fides et ratio, è il titolo di una relazione pronunciata al convegno promosso dall’Unione Giuristi Cattolici di Catanzaro – la cui sezione egli fondò, il 5 febbraio 2001 –  che richiama la celebre enciclica di Giovanni Paolo II, di qualche anno precedente. “Fede e Ragione”: la prima, dimensione irrinunciabile nella vita dell’avvocato Talerico; la seconda, sempre per lui, necessario esercizio di vita e di professione.

Ma non vi è antitesi, l’una ha bisogno dell’altra, in un vicendevole, virtuoso scambio. Ed ecco ancora il sommo e amato Kant: “Immanuel Kant è un credente e la sua dimostrazione dell’esistenza di Dio è postulata dalla ragione, in maniera ineccepibile. Il cielo stellato sopra di me – egli dice – la legge morale in me,se esiste una legge, deve per forza di cose esistere un legislatore. È “l’intelligo ut credam”, nella quale la ragione dà il suo supporto alla fede”. Con Sant’Agostino “capisco per credere”, la “ragione” quale punto di partenza per la “fede”.

E non può qui non ricordarsi, il breve ma intenso e significativo epistolario con il grande filosofo Norberto Bobbio. In un articolo su Repubblica, Bobbio affermava di “aver perduto la fede che ha allietato la mia fanciullezza e la mia giovinezza”.

L’avvocato Talerico non esitò a scrivergli, dimostrando grande apertura al dubbio e sensibile attenzione per quel tormento interiore. “La sua è la religiosità del dubbio”– scriveva nella sua missiva personale indirizzata al grande filosofo – “…ma se si è vissuto per un fine e secondo la legge morale… tanto basta per sentirsi aprire le porte del cielo”. Bobbio (può dirsi, forse inaspettatamente), rispose alla lucida e premurosa osservazione dell’avvocato Talerico, citando due passi dell’Antico Testamento: “Fumo, fumo, fumo, questo è tutto” – e poi – “non esiste un vantaggio dell’uomo sull’animale: ambedue vanno verso il medesimo luogo. Tutti e due sono nati dalla polvere e tutti e due alla polvere ritorneranno”. Chiosando, infine: “Entrambi i passi sono una chiara e ferma espressione di consapevolezza dell’infimo posto che ciascuno di noi occupa nell’immensità dell’universo. Sono anche un atto di umiltà che, se in base alla famosa massima kantiana, diventasse universale, libererebbe la storia umana da tutti i suoi errori e terrori”. Il piccolo ma assai significativo epistolario fu allora reso pubblico sulla stampa locale, cogliendosene la profondità e l’interesse che avrebbe potuto suscitare in ogni attento lettore.

Nunc est bibendum” (la famosa massima oraziana tradotta in: “ora bisogna bere”), fu il titolo di una conferenza che Totò tenne, a Palazzo Fazzari, il 6 novembre 1997. Dal vino, una magnifica “carrellata” sul mondo antico, il Medioevo, la rivoluzione francese, tra storia e leggenda. Il vino, bevanda “nobile” o dignitosamente “povera” (“Il vino è donatore di letizia”; “dà oblio al povero e all’afflitto”), guida il relatore e il pubblico nell’esplorazione delle pagine d’arte, di storia, di letteratura, che ad esso si confanno, in una godibile, dotta e originale veu d’ensemble in materia. E non può non notarsi, come il discorso, la conferenza abbia una dedica: dopo i saluti di rito, e prima di addentrarsi nel vivo del suo dire, Totò “firma” la dedica: “Mia cara Giovanna”. Giovanna: compagna di una intera vita, sposa e madre esemplare, sempre dolce e riservata. L’impegno in rappresentanza dell’Avvocatura fu altra nota, fortemente caratterizzante, nella vita di Totò Talerico. Egli fu per lunghi anni componente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, presso la Corte d’Appello di Catanzaro e, altresì, sempre assiduamente impegnato nella vita associativa della nostra comunità forense. E fu protagonista di posizioni e iniziative davvero rimarchevoli, pur se viste oggi a distanza di decenni.

Mi piace ricordare, innanzitutto, un documento del 1987, la “Relazione del delegato di base avv. Antonio Talerico”, che egli rassegnò di rientro dal Congresso giuridico-forense di Ancona. Questo l’incipit della sua relazione: “Quale delegato di base sento il dovere di informare il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Catanzaro di come ho svolto, al Congresso giuridico-forense di Ancona il compito assegnatomi e dei risultati raggiunti”. Quanta umiltà e senso di responsabilità in queste iniziali parole della sua relazione!

Ed egli annotava, con orgoglio può dirsi, che il successivo Congresso dell’Avvocatura italiana si sarebbe tenuto nella nostra regione e, in particolare, nella nostra città di Catanzaro. La Calabria, egli spiegava, aveva fatto valere un diritto poziore, in quanto unica regione italiana – unitamente al Trentino Alto Adige – a non aver mai ospitato un Congresso giuridico-forense, mentre la decisione assunta ad Ancona era certamente da leggersi anche “quale affettuosa scelta per i meriti vecchi e nuovi della classe forense calabra”.

Al Convegno su Il Nuovo processo penale, tenutosi a Catanzaro l’1 e 2 luglio 1988, – fortemente voluto da mio padre per “celebrare” degnamente la fondazione della Camera Penale di Catanzaro “Alfredo Cantàfora” – e che vide prestigiosissimi relatori: dal prof. Giandomenico Pisapia (“padre” del nuovo codice di procedura penale) a Delfino Siracusano e Oreste Dominioni; ai “nostri” Gullo, Veneto e D’Ascola. 

L’avvocato Talerico pronunciò un intervento di particolare spessore, manifestando – potremmo dire in controtendenza – motivate riserve sul nuovo strumento processuale che sarebbe entrato in vigore da lì a poco (esattamente il 24 ottobre del 1989). Come sarà possibile – egli si chiedeva – un’effettiva parità tra accusa e difesa se la prima può disporre di polizia giudiziaria, carabinieri e guardia di finanza, e la seconda è a mani nude, “con i piedi d’argilla”. Osservazione preconizzante, può dirsi, se si pensa alla successiva entrata in vigore dell’art. 111 della Costituzione, nel 1999, che sancì, con il crisma del rango costituzionale, il principio di parità tra accusa e difesa nel processo penale.  Oppure, all’introduzione, nella nostra legge processuale, delle investigazioni difensive, nel 2000, con opportunità di ricerca della prova del tutto nuove, e fino a quel momento assolutamente impensabili, per il difensore. Enunciava, altresì, l’avvocato Talerico, critiche osservazioni in ordine alla tenuta del principio di oralità nel processo, anche queste evidentemente fondate solo che si ponga mente alle sentenze della Consulta n. 254 e 255 del 1992 (dunque soltanto pochi anni dopo), che furono lette come un tentativo di controriforma rispetto alla nuova legge processuale da poco entrata in vigore. Esse disponevano il possibile recupero a fini di prova delle dichiarazioni rese nella fase delle indagini preliminari, oppure, per venire ai tempi nostri e alla più stretta attualità, alla discussione soltanto “eventuale” per il difensore, da richiedersi espressamente nelle trattazioni dei giudizi in grado di appello e cassazione.

Vide soprattutto una sorta di mutazione “genetica” dell’avvocato: “La nuova prospettiva della difesa penale si presenta fortemente in contrasto sia con la cultura del servizio di giustizia, sia con quella specifica, umanistica dell’avvocato penalista, dell’eloquenza e del bel dire, della magica illustrazione delle tesi”. E, infatti, come negare oggi la crisi profonda di quella “magica illustrazione delle tesi”, che costituiva il profilo più affascinante della nostra professione di avvocati penalisti: l’arringa, forse, non esiste più, e se esiste ancora è sempre più chiusa in spazi angusti e ristretti, sicuramente mal sopportata. Ecco, allora, a distanza di decenni la parabola discendente intravista dall’avvocato Talerico, su un punto focale della nostra professione, anche se certamente non addebitabile – o perlomeno, non in via esclusiva – al nuovo strumento processuale.

Egli, altresì, fu un precursore dei tempi con i corsi di formazione per i giovani avvocati. Eravamo alla fine degli anni ‘80 e non vi era all’epoca alcun obbligo formativo o di aggiornamento per l’avvocatura. Quelle occasioni di approfondimento e di confronto furono, dunque, eventi particolarmente significativi per l’epoca. Illustri avvocati e magistrati del distretto si alternavano per le lezioni nelle varie materie, in un clima quasi familiare e molto collaborativo, prevedendosi anche prove scritte e sempre con notevole partecipazione dei giovani “praticanti”, provenienti dai diversi circondari del distretto. Un atto d’amore verso i giovani – potremmo oggi dire – con la stella polare unica della loro più adeguata formazione.

Totò fu poi valentissimo e attento collaboratore de La Calabria Giudiziaria, rivista di dottrina e giurisprudenza, fondata nel 1919 da Giuseppe Casalinuovo. Una sorta di convergenza virtuosa – così voglio definirla – tra avvocati e magistrati, per valorizzare la giurisprudenza delle autorità giudiziarie calabresi. La rivista, edita ininterrottamente, fino al 1986, ebbe un posto importante nell’ambito dell’editoria giuridica nazionale e fu pubblicata, per un certo periodo, anche per i tipi della prestigiosa casa editrice giuridica Giuffrè di Milano.

Francesco Carlo Parisi, recentemente scomparso, altro campione del nostro Foro (cui voglio associare nel ricordo, e seppur nella diversità generazionale, Pepè Carnuccio, scomparso nel 1982, e Giuseppe Carvelli, qui in sala, fattivo e prestigioso presidente della nostra Camera Penale negli anni passati), così ricordava quei tempi: “Alla sera soddisfatte le esigenze di studio ci si riuniva attorno a un tavolo, sotto la guida sempre intransigente di Mario Casalinuovo, e si riesaminava ogni massima già predisposta, sottoponendola a una scrupolosa e severa revisione. Quante volte è capitato a tutti noi di prendere cognizione del testo integrale di una sentenza e rilevarne la irrispondenza rispetto alla massima?”

E invece – annotava ancora Franco, con comprensibile soddisfazione, tanto spesso – …le massime della Calabria Giudiziaria si rinvenivano riprese e riportate testualmente nei repertori di giurisprudenza e nelle maggiori riviste giuridiche, con specifica indicazione della loro provenienza: era per tutti noi una festa!”

Pentone, il suo paese natio, fu sempre nel suo cuore, ed egli servì quella piccola comunità da sindaco, giovanissimo avvocato, negli anni ‘50. Mai, peraltro, abbandonò l’avita casa, dove spesso soleva riunire gli amici, nello scenario incantato della nostra bella presila catanzarese.

Oltre la famiglia e l’avvocatura, la fede fu la sua altra, grandissima, ragione di vita. E in questo ebbe come guida d’eccezione il fratello sacerdote, di diversi anni più grande, don Mario, esempio di uomo di chiesa illuminato, assurto a meritati ruoli di responsabilità in ambito ecclesiastico.

Questa dimensione spirituale è magnificamente descritta da Rosario Chiriano – avvocato illustre e finissimo intellettuale, già parlamentare della Repubblica, grande amico di Totò e di molti di noi – nella commemorazione dell’avvocato Talerico in punto di morte: “La sua intera esistenza si è sostanziata di religiosità, quale espressione di spontanea vivezza che ne ha informato la vita in una animazione permeata di attenzione verso i valori della famiglia, del lavoro, della società, della amicizia”. La fede, dunque, come “chiave di lettura” dell’intera esistenza e di ogni afflato umano.

Ed è nel Processo di Gesù che la fede incontra la sapienza giuridica: un’opera originale – sviluppata appunto su un crinale teologico-giuridico – che si sostanzia nella ricostruzione del processo a Gesù, attraverso i testi sacri. Qui troviamo tante cose: la fede, naturalmente e soprattutto; ma anche la rievocazione della parabola teologica della vita di Cristo; il parallelismo tra la legislazione ebraica e quella romana; la cultura e la sensibilità del giurista, con l’analisi “processuale” della vicenda che portò Cristo alla croce.

Ed ecco qui, l’ultima osservazione ad effetto, per così dire: per l’avvocato Talerico, il processo a Gesù “fu formalmente nullo”, dovendosi riscontrare (potremmo dire oggi con le attuali categorie giuridico/interpretative) la mancata correlazione tra accusa e sentenza e l’erronea composizione dell’organo giudicante.

Nella conclusione dell’opera, poi, il sentimento di fede più profondo di Totò, caratterizzato da una straordinaria attualità: “Io direi – egli scrive – che è necessario far vedere, soprattutto all’uomo d’oggi, il vero volto di Gesù che è quello dolente”. E in quel volto dolente, l’avvocato e scrittore vede “l’affanno del debole, l’angoscia del perseguitato, l’afflizione del derelitto, l’amarezza del povero, il terrore del profugo, lo smarrimento dell’innocente tradito”. Immagini dei giorni nostri, può dirsi. Ma alla fine l’Uomo, nell’ultimo atto di speranza, si consegna al suo Cristo, come un figlio al padre: “Io distendo, O Signore, la mia anima sulla tua croce”.    

Concludo.

Nella logica e nello spirito di questi nostri incontri, io credo che la vita dell’avvocato Antonio Talerico, così ricca e densa di significato, possa essere presa ad esempio. Egli fu Uomo e Avvocato onesto, colto, generoso, altruista, sempre spinto e animato dai sentimenti più nobili ed elevati. Genuzio Bentini, grande Avvocato e oratore del primo Novecento, il “napoletano di Forlì” – così detto per la sua eloquenza trascinante e passionale, più “meridionale” che nordica – scrisse nei suoi Consigli ad un giovane avvocato1: “Verrà il giorno, il cuore me lo dice, in cui anche tu avrai un giovane collega da parlargli in un orecchio. E gli dirai la trama della tua piccola vita, intessuta di esperienza e punteggiata di ricordi. Come la mia, come questa. Perché anche nel nostro campo le generazioni si passano la fiaccola, come i soldati la consegna: e l’Avvocatura non muore. E ogni tanto Cicerone sotto le vesti di Manfredi, Apuleio sotto quelle di Rubichi, vengono a vedere quello che c’è di nuovo…”.

Ecco, mi piace pensare che se Totò tornasse oggi tra noi, troverebbe e vedrebbe certamente un mondo assai diverso, trasformato, ma potrebbe altrettanto certamente pensare e dire che è valsa la pena vivere come egli ha vissuto.          

 

(Da Atti degli incontri  I penalisti di ieri nel ricordo dei penalisti di oggi, come esempio per i penalisti di domani – 9 dicembre 2024)

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