
di Nunzio Citrella*–
Il dialogo tra Emone e Creonte, inserito in un’opera nella quale ciascuna battuta presta il campo a profondissime riflessioni universali, è l’oggetto di questa breve osservazione orientata a fornire una chiave di lettura sulla tragicità della funzione di avvocato penalista che l’Antigone ci presenta con un impatto formidabile.
Va premesso che Sofocle ci racconta una storia che fa proprio della universalità dei personaggi uno dei suoi maggiori punti di forza, indipendentemente dall’abito professionale indossato dallo spettatore: nel corso della sua vita, ciascuno spettatore è Antigone, Creonte, il Coro.
Quando ci si approccia ad Emone, però, la storia cambia ed Emone può essere riletto, alla luce della teoria contemporanea della difesa penale, come paradigma della funzione dell’avvocato.
Benché Sofocle non definisca mai Emone come un avvocato, trattandosi di figura al tempo inesistente, la posizione del nostro, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone, si colloca in uno spazio tragico in tutto e per tutto identico a quello occupato dall’avvocato; per questa ragione potremmo provocatoriamente definirlo, per dare l’idea, “avv. Emone, del foro di Tebe”.
In quel breve e tragico scambio di battute con Creonte, Emone veste il ruolo di vero antagonista ponendosi volontariamente al centro dello scontro in atto tra i protagonisti della storia: a differenza di Antigone e Creonte, che per tutta la tragedia resteranno fermi nelle loro posizioni (Creonte sembra ravvedersi solo quando sarà troppo tardi), Emone si evolve, tenta un dialogo, lotta per amore usando le parole del potere, dimostra di amare in egual misura Creonte e Antigone. È quella che Martha Nussbaum descriverebbe come l’incarnazione di un’etica della flessibilità e della ragionevolezza, contrapposta al dogmatismo accecato dei due protagonisti principali. È un doppio amore, verso la promessa sposa e verso il padre; un doppio amore non corrisposto perché Creonte non lo ascolta e Antigone sembra talmente accecata dal suo desiderio di morte da non riuscire neppure a capire che l’amore/desiderio di vita di Emone potrebbe salvare tutti.
Vediamo come entra in scena Emone, presentato dal Coro: «Vedo venire qui il tuo figlio più giovane, Emone: forse o spinge il sogno infranto del matrimonio? Il dolore per Antigone, per la sua sposa promessa?».
L’avvocato Emone entra in scena già marchiato dal pre-giudizio del popolo: la profonda convinzione che l’interesse per cui egli si muove sia meramente personale. Per il popolo, Emone si muove per difendere il suo amore.
Creonte, dal canto suo, è un Giudice che finge di non patire questo pregiudizio, ma nel suo “benvenuto” al figlio, limita implicitamente ed inesorabilmente lo spazio di manovra dialettica del figlio, costringendolo a scegliere: «Figlio, perché sei qui? La sentenza di tuo padre contro la tua fidanzata ti fa infuriare? Oppure ti resto sempre caro, qualunque decisione io prenda?».
Con questa pressione, con questo ristretto e rischioso spazio argomentativo che gli resta per perorare la sua causa, Emone prende la parola, diremmo che “discute” il suo processo. Lo fa con una orazione che rispetta tutte le regole dell’oratoria classica e che è stata oggetto di svariate interpretazioni.
Il figlio di Creonte, il figlio del potere, usa la lingua del potere, le strategie retoriche tipiche del potere non tanto per persuadere il padre a salvare la sua sposa, quanto per convincerlo a trovare una definizione condivisa della parola giustizia.
Come nella formula del giuramento dell’Avvocato, Emone presta la propria opera «per i fini della Giustizia» o, come nella più enfatica formula abrogata nel 2012, «per gli interessi superiori della Nazione».
La giustizia è per Creonte lo strumento di esecuzione dei suoi editti: «quello che è stato scelto dalla città: a lui bisogna obbedire, nelle questioni piccole e in quelle grandi, nella giustizia e nel suo contrario». Creonte incarna la giustizia del potere assoluto.
La giustizia, per Antigone, coincide esclusivamente con l’imputazione. Spinta dal suo desiderio di morte, riduce la giustizia a mero strumento attraverso il quale compiere il suo progetto simbolico di contestazione assoluta e la invoca solo per scagionare la sorella Ismene.
La giustizia di Emone è completamente diversa: si tratta di una giustizia nel nome del popolo di Tebe che ha l’obiettivo di mantenere la pace sociale ed è esercitata per l’appunto nell’interesse superiore della polis.
Nel serrato dialogo che segue l’orazione di Emone questo concetto si coglie in tutta la sua drammaticità. La condanna a morte è contro la giustizia perché «il popolo di Tebe – la città intera – non la pensa così [come Creonte, n.d.r.]». Con quella sentenza, Creonte dimostra di andar bene solamente «per governare da solo una terra deserta».
Si giunge quindi al momento che più di tutti delimita la funzione di Emone:
CREONTE: «Il tuo discorso è tutto in difesa di quella»
EMONE: «E di te, e di me! E degli dei di sotterra».
Ecco che nella figura di Emone si congiungono, drammaticamente, tutte le visioni contrapposte, tutti gli inconciliabili assoluti. Come evidenziato da Alberto Andronico, di fronte all’incommensurabilità dei discorsi e alla dismisura delle posizioni di Antigone e Creonte, Emone cerca disperatamente di costruire un logos condiviso per evitare il crollo della polis. Nella sua risposta al padre, Emone conferma di parlare a difesa di Antigone, ma anche a difesa del potere visto che gli fornisce gli strumenti per risolvere un corto circuito che il popolo comincia a osteggiare.
Il dibattito, il dialogo tra gli assoluti tentato da Emone rappresenta l’unico strumento attraverso il quale il potere riesce a metabolizzare la contestazione e sostanzialmente a perpetuarsi: in questo senso, quindi, tutti gli sforzi di Emone sono sorretti e ispirati dal desiderio di vita. La vita di Antigone, in primis, ma anche la “vita” del potere, incarnato da quel padre che ama.
La fine dello scambio di battute tra padre e figlio coincide con il tramonto della speranza che il dialogo possa risolvere il conflitto. Creonte vuole «sempre parlare e non ascoltare mai le risposte».
Tramonta la possibilità di utilizzo di una procedura predisposta dal potere, con il linguaggio del potere, che mantenga l’ordine sociale: è una sconfitta del desiderio di vita che conduce inesorabilmente alla morte non solo di Antigone e di Emone, ma anche della stabilità del potere, preannunciata dalle parole di Tiresia: «pagherai per aver spinto nell’ombra chi apparteneva alla luce, richiudendo con disonore un respiro dentro una tomba».
Emone non è una vittima collaterale del conflitto tra Antigone e Creonte, ma il simbolo del tramonto del dialogo. Si suicida con una spada, ma la fine della sua esistenza è sancita nel rifiuto del padre di ascoltarlo.
Per questo Emone è l’avvocato: istruito e formato dal potere per partecipare a una procedura che, attraverso il dialogo, assimili una contestazione. Un dialogo inteso come scontro regolato tra posizioni confliggenti, che oggi potremmo serenamente definire processo. È proprio questo lo spazio della giustizia moderna che, come richiamato da Marta Cartabia, richiede di superare gli assoluti unilaterali attraverso la sede costituzionale del dibattito, delle garanzie e del giusto processo.
L’esistenza di questo campo neutro tra gli assoluti è condizione di esistenza dell’avvocato nel senso che il processo/dialogo “attiva” e definisce l’identità del ruolo: nel momento stesso in cui si instaura un dialogo, l’esistenza di Emone si esprime in tutta la sua pienezza. Emone non esiste tragicamente nel momento in cui tace o quando combatte fisicamente, ma nel momento in cui parla al padre Creonte, cercando di far penetrare la ragione, la polis e la pietà verso Antigone nel monologo del tiranno. Analogamente il penalista non compie la sua funzione con la semplice presenza fisica in aula, ma attraverso la dialettica, l’argomentazione, il contraddittorio (il dialogo istituzionalizzato tra accusa, difesa e giudice). Il dialogo basta da solo a manifestare l’essenza della difesa giuridica.
Ancora, il dialogo/processo trasforma la forza in Diritto (e la tragedia in Politica): il conflitto da solo appartiene allo stato di natura, alla sopraffazione o al destino cieco. Nel processo penale, è il dialogo (il pari grado delle parti e l’ascolto reciproco) che garantisce la giurisdizione. Non serve altro se non un dialogo autentico e regolato per passare dalla barbarie al Giusto Processo.
Infine, probabilmente in via più pregnante, il dialogo/processo tra gli assoluti si manifesta come condizione d’esistenza dell’Avvocato come “funzione” e non come “esito”.
È proprio qui che risiede il cuore della tesi: il dialogo è condizione d’esistenza di Emone e dell’avvocato, ma non è condizione per la loro vittoria. Emone esiste come figura etica e tragica proprio perché ha tentato il dialogo, portando la voce del dubbio di fronte all’assolutismo.
Emone non muore perché Antigone viene condannata, Emone, come dicevamo, muore metaforicamente, nel momento il Creonte si rifiuta di ascoltarlo: è quel rifiuto che abbandona Emone alla vis attractiva del desiderio di morte della sua amata che lo condurrà al gesto estremo di tentare di uccidere il padre e togliersi la vita.
Parimenti, il penalista esiste e giustifica il proprio ruolo costituzionale nel momento in cui parla ed esercita il diritto di difesa nel contraddittorio, a prescindere dal verdetto finale.
Si tratta di una attività “coerentemente schizofrenica” sotto tutti i punti di vista, un’attività per la serena gestione della quale attualmente il nostro sistema non fornisce una adeguata formazione.
Come Emone usa le parole della politica e le strutture del discorso persuasivo, il penalista usa i codici scritti dal potere per convincere Giudici formati (e pagati) da quello stesso potere.
In questa dinamica l’esito tragico è dietro l’angolo: quei Giudici non capiranno mai fino in fondo la spinta antitetica del penalista all’interno del movimento processuale, ma anche l’accusato non capirà affatto quel linguaggio. Nella formazione professionale del giudice non c’è, se non in qualche esperienza soggettiva eventuale, l’osservazione della conversazione processuale tra accusato e difensore, né un minimo approfondimento teorico di quel momento tragico in cui l’avvocato, agli occhi dell’accusato, non appare come un aiuto, un catalizzatore del dialogo, ma solo come un interprete che il potere utilizza per imporre il proprio linguaggio. Un giudice che non conosca neppure teoricamente quella tensione, che non abbia mai speso qualche ora della sua formazione dentro uno studio di un avvocato, rischia di esser sordo come Creonte. Il giudice distratto durante la discussione dell’avvocato è un perfetto Creonte che sta sancendo la morte di suo figlio, con quella distrazione molto più che con la sentenza che si appresta a redigere.
Il nostro sistema forma giudici di altissimo livello, capaci di operare corrette qualificazioni giuridiche delle fattispecie che si presentano loro, ma assolutamente ignari (se non per formazione personale) delle dinamiche sociali, psicologiche e filosofiche che si celano dietro il conflitto che sono chiamati a risolvere e alla catarsi che, attraverso la sentenza, forniscono quotidianamente alla società.
Il discorso non è tanto diverso per l’avvocato penalista, la cui formazione culturale prescinde dall’analisi di queste dinamiche: il rapporto delicatissimo con l’accusato non è gestito secondo modelli teorici, ma solo tramite l’esperienza, la visione diretta del dominus o le attitudini personali. Il governo di un doppio linguaggio (quello del potere e quello dell’antipotere) è però operazione di estrema complessità che richiederebbe una formazione professionale e personale finalizzata a questo scopo; la gestione dei linguaggi è questione teorica prima che pratica.
Analogamente, l’irrilevanza ontologica dell’esito, non è mai oggetto di studio nel corso della formazione del difensore il quale, anzi, riceve sempre più input formativi volti a renderlo performante e legato alla “vittoria” della causa. Il potere che impone un linguaggio all’avvocato mostra un totale disinteresse sulla necessità di fornirgli strumenti necessari a governare l’incommensurabile tensione che si concentra nella sua figura, lasciandolo sostanzialmente isolato e troppo spesso incompreso.
In definitiva, la figura dell’Avv. Emone del Foro di Tebe regala alla penalistica moderna ben più di una suggestiva metafora letteraria: offre un paradigma etico ed esistenziale.
In un’epoca in cui la prassi forense è sempre più schiacciata dalla retorica della prestazione, dell’efficienza e della “vittoria a tutti i costi”, la parabola tragica del figlio di Creonte riporta la funzione difensiva alla sua essenza originaria. Come evidenziato dalla riflessione filosofico-giuridica di Martha Nussbaum, il vero valore di Emone risiede nella sua capacità di incarnare una razionalità flessibile e dialogica, opposta alla cieca incomunicabilità degli assoluti.
Il processo penale non è — e non deve diventare — uno scontro barbaro tra dogmi inconciliabili, bensì la sede costituzionale in cui, per dirla con Marta Cartabia, la parola e il contraddittorio trasformano la forza in Diritto e la pretesa punitiva in Giusto Processo. Quando questo canale di ascolto si interrompe, ci si ritrova ad affrontare la drammatica “dismisura” descritta da Alberto Andronico: il totale fallimento del logos e il precipitare delle istituzioni nello stato di natura.
L’avvocato, come Emone, è portatore del logos nella scampata tragedia che c’è dietro ogni processo, indipendentemente dal tipo di violazione che ha dato origine al processo; per questa ragione l’avvocato penalista che rifiuti delle difese per casi eticamente controversi (violenze sessuali, pedofilia, maltrattamenti in famiglia) è un avvocato che sta implicitamente contestando la necessità della sua funzione, sta implicitamente ritenendo che esistano conflitti per i quali il logos non è necessario e quindi sta smentendo la sua unica ragione d’esistenza.
Per l’avvocato penalista, comprendere la lezione di Emone significa quindi accettare la “schizofrenia” del proprio ruolo con ritrovata dignità: la consapevolezza che il senso profondo della difesa non risiede nell’esito del verdetto, ma nella sacralità della parola spesa nel processo, qualunque sia il reato che ha generato la necessità del suo intervento. Finché il Giudice non cederà alla sordità di Creonte e finché l’Avvocato continuerà a far penetrare il dubbio e la pietà nel monologo del potere, la funzione difensiva continuerà a esistere, salvando – prima ancora del singolo processo – la natura democratica della polis.
*Past President Camera Penale degli Iblei?
