LA BELLEZZA CHE ATTECCHISCE NELL’ABISSO: LA REDENZIONE DI GIANFRANCO RUÀ

di Pantaleone Pallone*–

Non occorre aver completato da subito ogni pagina di un libro per comprenderne la direzione dell’anima, ma occorre poi attraversarlo fino in fondo per trovare la conferma di ciò che si era solo intuito.

Quando, al termine della presentazione all’Ateneo “Magna Graecia” di Catanzaro, ho affidato ad Arcangelo Badolati il mio sussurro sulla pagina della dedica – “Nell’infinito respiro di Cristo anche i tuoi capelli sono stati accarezzati: sei un uomo fortunato ” – intendevo anticipare ciò che la successiva e attenta lettura di Fuga dall’inferno.
La redenzione letteraria di Gianfranco Ruà
mi avrebbe spalancato davanti agli occhi: la prova che la bellezza e la dignità umana possono rinascere anche nell’abisso più oscuro, persino nella reclusione del regime di 41-bis.

Il cuore dell’esperienza raccontata da Badolati non sta nella celebrazione di comodo o nella cancellazione del male compiuto, ma nella frattura radicale del pregiudizio. Rimanere per trentun anni accanto a un uomo che ha incarnato una storia di terrore significa accettare di camminare sull’abisso.

Ma la svolta, il punto esatto in cui la narrazione del cronista incontra la presenza di una Grazia immanente, passa attraverso la costellazione d’amore che cinge l’uomo Ruà: la moglie Laila, la figlia Eva e lo stesso Badolati, il cui sguardo di giornalista abbandona la corazza della diffidenza di fronte alla nuda verità degli affetti.

Nelle pagine dedicate all’altra metà del cielo, si svela un’umanità al femminile di rara statura etica. Laila Gagliardi, travolta nel 1992 dal crollo dell’arresto del marito poche settimane dopo le nozze, sceglie una condotta fatta di garbo, buonsenso e totale assenza di rancore o prepotenza.

Laila non sa mentire, ma ha saputo soffrire in silenzio per non far pesare il dolore sulla figlia.

Per proteggere Eva quando era piccolissima, le raccontava che il padre “lavorava in una fabbrica”; ma la lucidità della bambina, emersa già a tre anni e mezzo di fronte alle sbarre, “…Ma tu cosa hai fatto? Hai rubato?”, ha spinto i genitori a un percorso di totale e delicata verità.
Un’educazione “goccia a goccia”, senza forzature, dove il padre ha imparato a raccontarsi per ciò che è diventato, distinguendo con nettezza il passato dal presente.

È un amore “leggero ma mai superficiale”, sostenuto dalla forza inossidabile della famiglia d’origine di Laila: genitori, zii e cugini che hanno saputo “guardare oltre”, accogliendo l’uomo senza giudicare e riempiendo i vuoti fisici con una presenza costante. Questo scudo di affetti ha permesso ad Eva di crescere serena, laurearsi in Farmacia e vivere il legame con il padre con una maturità disarmante fin dai primi colloqui, quando si staccava da lui senza piangere, mossa da un’intesa quasi telepatica. È stato proprio questo amore filiale, puro e disarmato, a spezzare le difese del giornalista e a placare l’anima del padre. Quel legame ha reso il cuore di Badolati libero dalla paura e ha permesso a Ruà di scorgere il valore supremo della vita.

Accanto all’amore familiare, opera il “miracolo laico” della cultura.
Gianfranco Ruà ha trasformato le sbarre in uno scrittoio e i libri nel proprio ossigeno. Il cammino che lo ha condotto alla laurea con lode è passato dal rigore di Spinoza, Goethe, Kafka, Proust e Schopenhauer, fino alla rilettura critica del Tasso e dell’Ariosto: laddove un tempo scorgeva la giustificazione di un falso codice d’onore criminale, lo studio gli ha svelato l’inganno, mostrandogli che la violenza è schiavitù e non potenza. Con l’aiuto della meditazione, il rimorso si è fatto maestro, consentendogli di esplorare l’interiorità e distinguere l’uomo di oggi dagli errori di ieri.

Il dibattito promosso all’Ateneo “Magna Graecia” di Catanzaro, sotto la guida del Prof. Domenico Bilotti e con l’autorevole apporto di figure del foro come l’Avv. Francesco Iacopino, Presidente della Camera Penale di Catanzaro, ha saputo ricondurre questa vicenda entro le coordinate della civiltà giuridica.
Dalle parole del Presidente Giuseppe Spadaro sul dovere costituzionale del recupero, alle analisi della Dott.ssa Sabrina Garofalo e dell’Avv.ta Antonella Canino sul rispetto fermo della memoria delle vittime, è emerso che la redenzione non cancella la colpa, ma la mitiga e riafferma la dignità inalienabile di ogni essere umano.

La fiducia che germoglia laddove c’era solo timore è la prova tangibile di come la vita possa riemergere dagli abissi più oscuri.
Laddove il Diritto applica la norma e misura la pena, la fedeltà di una moglie, la grazia di una figlia e l’onestà di un giornalista custodiscono la speranza, ricordandoci che persino nell’ombra più fitta il respiro della misericordia non smette di sfiorare l’uomo oltre l’errore.

*Avvocato, direttore di Ante Litteram

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