
di Francesco Iacopino*
Gentile Direttore,
ho letto con interesse l’articolo “PM, burocrati e condizione della politica: l’allarme di Anna Maria Frustaci sulla riforma Nordio”.
Conosco la dottoressa Frustaci e nutro nei suoi confronti sincera stima personale e professionale.
Tuttavia, dissento convintamente dalle sue affermazioni e ritengo doveroso offrire ai lettori una lettura diversa, fondata sui dati normativi e sulla storia del nostro ordinamento.
I temi sollevati dalla illustre Procuratrice sono quattro:
- la separazione delle carriere, che rappresenterebbe un passo indietro per la democrazia e l’indipendenza della magistratura;
- l’inutilità della riforma, perché la separazione esisterebbe già dal 2006;
- il rischio che il sorteggio per il CSM neghi la rappresentanza democratica;
- l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, che porterebbe a un controllo politico della magistratura.
Tutti e quattro i temi, pur suggestivi, non colgono nel segno.
Procedo con ordine.
- La separazione delle carriere e la democrazia
Leggendo l’articolo, per vero, non si comprende, al di là dei toni allarmistici, come la riforma possa costituire un “passo indietro” per la democrazia.
E allora, una premessa si impone.
Storicamente, la magistratura ha osteggiato ogni tentativo di riforma che ha inciso sulla qualità del sistema giudiziario. Lo ha fatto:
- nel 1988, opponendosi al nuovo codice accusatorio, che archiviava il modello inquisitorio di derivazione fascista;
- nel 1999, contrastando l’inserimento del “giusto processo” in Costituzione;
- nel 2006, osteggiando la mini-riforma della separazione delle funzioni.
Se fosse dipeso da queste resistenze, oggi avremmo ancora un codice fascista e un modello inquisitorio.
La verità è che la riforma Nordio, al netto dei timori infondati agitati dalla magistratura, completa il percorso di ammodernamento iniziato nel 1988.
Come ricordava Giuliano Vassalli – partigiano, insigne giurista e padre del codice accusatorio –, ogni modello processuale richiede il proprio corrispondente statuto ordinamentale.
Il modello inquisitorio – voluto da Dino Grandi, gerarca fascista – prevedeva carriere unite, perché giudice e pubblico ministero cooperavano per trasformare l’imputato, presunto colpevole, in condannato.
Il modello accusatorio, invece, ha un’architettura completamente diversa: nel nuovo disegno, il giudice è “terzo e imparziale”, distinto e distante dal PM, che “diventa” parte, in condizioni di parità con la difesa, e la verità si accerta nel contraddittorio. In tale quadro, l’imputato è presunto innocente, anzi: “si considera” innocente. Cambia totalmente la grammatica processuale e l’epistemologia giudiziaria.
Lo aveva ben compreso Giovanni Falcone, quando disse che “nel nuovo modello il PM e il giudice non devono avere più alcuna parentela.”
Falcone spiegava che parlare di “parte imparziale” è un ossimoro: in un processo accusatorio, il PM è parte e come tale deve agire, non come organo di giustizia apparentemente neutrale (cosa che non è nella prassi).
Come ha chiarito Nicolò Zanon, ex giudice della Corte Costituzionale, l’idea del PM come “parte imparziale” ha distorto la percezione del nostro sistema processuale nella società civile. Se il PM viene visto come un para-giudice, a che serve il giudice? Il risultato provvisorio del PM finisce per essere socialmente interpretato come condanna, anche prima che il processo sia concluso. Questa visione paternalistica dell’ufficio di procura ha svilito il principio della presunzione di innocenza, mettendo a rischio l’equilibrio stesso del modello accusatorio.
La separazione delle carriere serve anche a correggere culturalmente questa distorsione, riportando il PM al suo ruolo naturale: parte in campo, distinta dal giudice, soggetto terzo e imparziale. Solo così la società potrà attendere serenamente l’esito del giudizio prima di emettere una condanna sociale.
Del resto, tutti i grandi processualisti – Vassalli, Conso, Cordero, Siracusano, per citarne alcuni – concordano: la separazione delle carriere è condizione necessaria per dare piena attuazione al giusto processo e alla presunzione di innocenza.
- Indipendenza e autonomia della magistratura
Non è vero che la riforma mette in pericolo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Gli articoli 104 e 105 del testo oggi definitivamente approvato in quarta lettura, ribadiscono e garantiscono concretamente che tanto il giudice quanto il pubblico ministero resteranno autonomi e indipendenti da ogni altro potere dello Stato.
La separazione allora, da un lato, realizza l’indipendenza interna della magistratura – del Giudice dal P.m. – dall’altro ne garantisce l’indipendenza esterna da “ogni altro potere dello Stato”. Agitare lo spettro di una “magistratura piegata al potere politico” è una narrazione tanto suggestiva, quanto infondata. La vera dipendenza, oggi, non è quella dalla politica, ma quella dalle correnti: un sistema di potere interno che condiziona nomine, carriere e decisioni del CSM, e che da tempo mina la credibilità dell’intero ordine giudiziario.
- Il sorteggio per il CSM
Il CSM non è un organo politico, ma un organo di alta amministrazione. Invocare un “diritto di eleggere i propri rappresentanti” è fuorviante: non siamo di fronte a un Parlamento. Il sorteggio non è una misura punitiva, ma un rimedio alla degenerazione correntizia che ha trasformato il CSM in una sede di spartizione di incarichi e influenze, come le cronache dell’hotel Champagne hanno tristemente mostrato.
Recentemente il Presidente di ANM, Cesare Parodi, ha sostenuto che col sorteggio “avremo un sistema in cui i singoli non dovranno rispondere a nessuno e questo è molto pericoloso”. Vorrei replicare con le parole di Andrea Mirenda, magistrato, componente del CSM designato mediante sorteggio, che ben ha appreso i meccanismi di funzionamento di Palazzo dei Marescialli: “vale la pena di ricordare – dice Mirenda – che ciò che lui (Parodi, n.d.s) definisce “pericoloso” è addirittura raccomandato nel Codice Etico dei Consigli di Giustizia d’Europa, votato all’unanimità anche dal nostro CSM. L’indipendenza interna ed esterna dei consiglieri dalle varie camarille correntizie, a loro volta cinghia di trasmissione di precisi gruppi di potere politico, è dunque un valore! Il dott. Parodi dovrà farsene una ragione. SI al sorteggio e all’intera riforma, per voltare pagina”.
Sono totalmente d’accordo col magistrato Mirenda.
Del resto, esiste un precedente virtuoso: nel 2010, il sistema universitario ha spezzato i baronati proprio con il sorteggio e nessuno ha gridato allo scandalo.
- L’Alta Corte disciplinare
Oggi il CSM cumula poteri normativi, amministrativi e disciplinari. È troppo, per un solo organo.
L’Alta Corte non sottrae poteri alla magistratura, ma redistribuisce competenze per garantire trasparenza e credibilità. Resterà a maggioranza composta da magistrati, ma distinta dal CSM, evitando commistioni tra chi gestisce le carriere e chi giudica.
Anche qui, un precedente può aiutare, e riguarda l’avvocatura. Sottraendo il potere disciplinare all’organo politico, si è restituita credibilità al primo e al secondo. Perché se chi chiede il voto all’elettore è lo stesso che poi lo deve giudicare, non ci vuole molto a capire che il rischio è, nella migliore delle ipotesi, l’avverarsi di una giustizia disciplinare “generosa”, nel peggiore, una monetizzazione elettorale del sistema disciplinare.
Del resto, i numeri parlano chiaro: nel 2024, su oltre duemila procedimenti disciplinari a carico di magistrati, il 96% è stato archiviato. È la prova evidente che il sistema attuale non funziona, proprio per la commistione tra potere disciplinare e potere amministrativo.
- Separazione delle funzioni non equivale a separazione delle carriere.
Né può condividersi l’obiezione secondo cui la riforma sarebbe superflua, perché nel 2006 fu introdotta la separazione delle funzioni. Separare le funzioni non significa separare le carriere.
Con la separazione delle funzioni non si realizzano gli obiettivi dell’attuale riforma, semplicemente perché le carriere rimangono unite. Nel 2006 giudici e PM hanno continuato a condividere la stessa carriera: promozioni, progressioni, trasferimenti e valutazioni, tutti legati allo stesso percorso, con le degenerazioni correntizie che conosciamo. La separazione delle carriere, invece, con la creazione di due CSM, rompe questo legame, restituendo piena autonomia al giudice e al pubblico ministero e riducendo conflitti di interesse, influenze correntizie e contaminazioni nelle carriere.
In altre parole, la separazione delle carriere non è un passo indietro, ma un avanzamento necessario per garantire il migliore funzionamento del sistema accusatorio e realizzare anche il giusto processo.
- Una riforma di qualità, non di efficienza
Questa riforma non mira a rendere la giustizia più rapida, ma più giusta e coerente.
È una riforma di architettura: consolida il modello accusatorio, rafforza la terzietà del giudice e la presunzione di innocenza. E non siamo un’eccezione: tutte le grandi democrazie occidentali – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Giappone – prevedono carriere separate. I sistemi a carriere unite resistono solo in ordinamenti inquisitori, come Bulgaria e Turchia. Vorrà dire qualcosa?
- Conclusioni
Separare le carriere non significa indebolire la magistratura: significa renderla più libera, più credibile e più vicina ai principi di un moderno Stato di diritto.
Guardiamo al Portogallo: all’indomani della rivoluzione dei garofani, Lisbona scelse di separare nettamente giudici e PM per recidere ogni legame con l’eredità autoritaria e ancorare la democrazia ai principi del giusto processo, del modello accusatorio e della presunzione di innocenza. Quella scelta segnò il passaggio da una giustizia di potere a una giustizia di libertà. L’Italia oggi può e deve fare lo stesso: una riforma di struttura, non di velocità; di qualità, non di efficienza.
Ecco perché al referendum occorre votare SI. Perché solo con la separazione delle carriere completeremo il percorso di ammodernamento iniziato nell’88 e proseguito nel 1999, che ci consentirà di dare completa attuazione al modello accusatorio, al giusto processo e a quel principio di civiltà giuridica, che è la presunzione di innocenza. È un passo decisivo, storico, che afferma con chiarezza un messaggio: la giustizia è custode dei diritti, garante della libertà, fondamento della democrazia. Non è solo una riforma, allora, quella in atto: è un innesto capace di incidere sul futuro del Paese e sul livello di civiltà del diritto che vorremo lasciare in eredità ai nostri figli.
Separare chi accusa da chi giudica non è una minaccia: è una garanzia.
*Presidente della Camera penale “Alfredo Cantàfora” di Catanzaro
(già pubblicato su Calabria7.News il 30 Ottobre 2025)
