detenuti

INTERVISTA AL PROFESSORE MAURO PALMA  

di Stefania Mantelli* – Mauro Palma, matematico e giurista, è stato il primo Presidente del Collegio del Garante Nazionale delle persone private della libertà personale, co-fondatore e attuale presidente onorario dell’associazione “Antigone”, ha fatto parte e poi ha presieduto il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT) del Consiglio d’Europa. Attualmente ricopre la carica di Presidente del Centro di ricerca European Penological Center presso l’Università Roma Tre.  Prof. Palma, Lei ha presieduto il primo Collegio del Garante Nazionale dei detenuti, dal 2016 al 2024, attraversando tre legislature, sei governi, varie emergenze, in un clima agitato dal populismo penale e caratterizzato da continue torsioni autoritarie. In un periodo di grandi contrasti sociali e di crisi dell’istituzione carceraria, il vostro dialogo incessante col Parlamento ha sollecitato continuamente al rispetto delle garanzie e delle libertà.  Nel settembre 2025 è uscito il libro “Caro Parlamento” che raccoglie le relazioni di quegli anni e che diventerà, inevitabilmente, testimonianza viva di una gestione virtuosa dell’Ufficio del Garante dei detenuti. Ritiene che le Istituzioni abbiano saputo fare tesoro delle vostre segnalazioni e dei vostri richiami? Il nuovo Collegio ha saputo raccogliere il vostro testimone in modo proficuo? «L’Ufficio del Garante dei detenuti e delle persone private della libertà è un’istituzione che ha avuto un lungo percorso e che, prima di essere operativa, ha acquisito un’intrinseca solidità, per l’esteso dibattito che l’ha accompagnata. Del resto, non si tratta di una Istituzione isolata nel contesto internazionale. Ricordo, infatti, che il modello di tutela dei diritti delle persone private della libertà personale – è ormai riconosciuto – si compone di due elementi dialoganti: una parte reattiva che agisce accertando le violazioni denunciate e che, qualora verificate, ha il compito di individuare le responsabilità e determinare le conseguenze sanzionatorie; una parte preventiva che ha il compito di monitorare con continuità e, soprattutto indipendenza, le diverse situazioni in cui la libertà personale è limitata o è del tutto privata, per individuare quelle criticità che possono evolvere verso violazioni della tutela della dignità di ogni persona ristretta, della sua incolumità psichica e fisica e dei suoi fondamentali diritti. Il compito reattivo è ovviamente affidato all’autorità giudiziaria, nelle diverse forme che l’ordinamento prevede, a seconda dei contesti; il compito preventivo è affidato a un’autorità di natura non giurisdizionale che dialoga e collabora con le autorità responsabili delle strutture di privazione della libertà e con la stessa autorità giudiziaria, poiché la reazione a quanto commesso è parte della stessa funzione preventiva. Questa premessa per ricordare che il Garante nazionale è organismo qualificato come National preventive mechanism nel contesto di un particolare Protocollo delle Nazioni Unite, ratificato dall’Italia e che è stato introdotto – dopo il dibattito di cui ho detto – anche per rispondere alla sentenza della Corte europea per i diritti umani del 2013 che aveva condannato l’Italia per violazione dell’inderogabile articolo 3 della Convenzione europea, proprio per le condizioni delle nostre carceri. Pertanto, l’istituzione ha una sua stabilità, qualunque sia il vento che, contingentemente, la stia direzionando. Questa lunga premessa sulla stabilità dell’istituzione non esclude, tuttavia, che ogni nuovo Collegio abbia il diritto di interpretare in modo proprio l’attuazione del mandato ricevuto. Restano, però, alcune criticità che non hanno aiutato la continuità di cui un’istituzione giovane avrebbe bisogno. Le sintetizzo in pochi punti, a partire da un elemento essenziale: non c’è stato alcun “passaggio di consegne” perché il Collegio insediatosi il 25 gennaio 2024 non ha mai voluto incontrare il Collegio precedente per il passaggio in quei giorni, né aveva voluto partecipare, invitato sempre, a incontri precedenti, anche informali, nel periodo intercorso tra la comunicata sua composizione e la formalizzazione della nomina. I punti di criticità possono essere, quindi, sintetizzati per titoli. Il primo è nella riduzione, in concreto a tutt’oggi, dell’ampiezza del mandato, che deve coprire tutte le forme di privazione della libertà, sia essa de iure o de facto: non è stata, infatti, avviata alcuna attività nel settore della tutela dei diritti delle persone che sono private della libertà a causa della propria salute nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura e, comunque, soggette a trattamenti sanitari obbligatori; così come nulla è stato fatto relativamente a quelle situazioni “intermedie” di ricovero assistenziale residenziale che spesso possono evolvere negativamente in forme segregative. Eppure era un lavoro a cui il precedente Collegio aveva dedicato molto tempo. Il secondo punto è nel concetto stesso di visita, come internazionalmente inteso dagli organismi di monitoraggio preventivo. In particolare, riguardo agli istituti di detenzione, per adulti e per minori, a monte di un numero positivamente ampio di visite, non risultano elementi valutativi qualificanti; quasi si sia trattato di visite annunciate, svolte in presenza di responsabili della struttura, riportate come valore numerico e soprattutto realizzate spesso in risposta a richieste: così passando da uno sguardo, capace di individuare difficoltà e di documentarsi autonomamente, a un intervento reattivo sollecitato e condotto con l’ausilio diretto dei responsabili della struttura. A questi due punti si aggiunge la perplessità dell’alto numero di personale appartenente alle Forze di Polizia – in particolare Polizia penitenziaria – che è stato dirottato verso l’Ufficio del Garante nazionale, a discapito della presenza di personale civile, nonché la scarsa capacità comunicativa con l’esterno, Parlamento incluso, che attende da quasi tre anni l’obbligatoria Relazione sulle attività svolte».    Viviamo un tempo di grave sovraffollamento carcerario che, unitamente alle condizioni fatiscenti di molti istituti di pena, concorre a determinare pene inumane e degradanti, con continue condanne da parte della Corte edu. L’Italia ha una popolazione carceraria, secondo le ultime stime del 2025 reperite, di circa 63.868 detenuti, a fronte di 51.275 posti, ma una capienza effettiva di soli 46.124 posti, con un tasso di sovraffollamento pari al 138,5%. A fronte di questi dati allarmanti, si assiste a un continuo innalzamento delle pene edittali, con creazione di nuovi reati, circostanze aggravanti speciali e un ricorso eccessivo alle ostatività, con inevitabile aumento delle custodie cautelari in carcere. Dinanzi a questo trend nella gran parte delle riforme, penso tra tutte al decreto Sicurezza 2025, vi sono alcuni aspetti di, almeno apparente, segno contrario. In questo

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LEGALITÀ E DIRITTO ALLA SALUTE: I DUE PRINCIPI CHE RIDISEGNERANNO IL VOLTO COSTITUZIONALE DELLA PENA PER VIA GIURISPRUDENZIALE

 Note sparse a margine di Trib. Sorv. Torino (ord.), 5 agosto 2025, n. 3394** di Veronica Manca* 1.Come ormai è tristemente noto, il sistema carcerario italiano è al collasso. Al 31 agosto 2025, i detenuti presenti in carcere erano 63.167 su 51.274 posti disponibili (a cui vanno sottratti i posti inagibili): nelle carceri italiane ci sono perciò + 11.983 detenuti. Numeri preoccupanti se confrontati con quelli che portarono alla sentenza di condanna dell’Italia della Corte europea dei diritti dell’uomo nel lontano 2013 con il leading case Torreggiani e altri c. Italia.   2.Vale la pena ricordare che al 31 dicembre 2010, i numeri fotografavano una situazione a dir poco allarmante, con 67.961 detenuti presenti e un tasso di sovraffollamento del 151%: è dovuta intervenire la Corte europea, con la prima condanna nel caso Sulejmanovic ad obbligare lo Stato italiano ad attuare le prime risposte normative a contenuto deflativo; una politica carceraria che nel tempo è risultata efficace e ha portato un complessivo affievolimento di intensità del fenomeno. Nel dicembre 2013, infatti, i detenuti presenti erano scesi a 62.536, con un tasso di sovraffollamento del 131%. Tuttavia, questo trend positivo ha iniziato a subire pesanti contraccolpi, già a partire dal 2016, con un nuovo aumento del numero delle presenze: da 54.653 del 2016, al 57.608 del 2017, 58.759 del 2018, fino ai 60.769 detenuti presenti nel 2019, all’alba dell’emergenza sanitaria da COVID-19. Vero è che il sistema ha conosciuto un po’ di respiro nel biennio 2020-2022: basta pensare che dal dicembre 2019 al dicembre 2020 sono diminuite le presenze in carcere di ben -7.190 unità, con 53.637 detenuti e un tasso di sovraffollamento pari al 107%. Infatti, pur senza quello spirito deflativo delle politiche post Torreggiani e senza quella visione di sistema che sarebbe servita per una modifica organica della disciplina penitenziaria, il legislatore è intervenuto con soluzioni deflative che hanno contributo a mantenere il numero complessivo delle presenze al di sotto della soglia di 55.000 unità. Ciò che, però, ha contribuito maggiormente è stato il combinato di due fattori: da una parte il congelamento degli ingressi in carcere con la sospensione degli ordini di carcerazione da parte degli uffici delle procure, e, dall’altra, l’interpretazione estensiva dei presupposti delle misure alternative funzionale ad una più ampia applicazione possibile da parte della magistratura di sorveglianza.   3.Oggi, invece, ci troviamo punto e a capo, di fronte ad una situazione uguale, se non peggiore rispetto a quella pre Torreggiani del 2013. I dati descrivono un sistema penitenziario gravato dal sovraffollamento come problema diffuso, endemico e strutturale: su 189 istituti penitenziari, 157 hanno un tasso superiore alla media e in moltissimi casi (63 istituti) addirittura superiore al 150%. A maggio 2025, il tasso medio di sovraffollamento supera il 134%. Anche un occhio inesperto, alla sola lettura dei dati, vedrebbe che il sistema penitenziario è in stato di sofferenza perché riceve più persone di quelle che la sua capienza massima può fare e questo genera per forza un problema; problema che si è ripresentato ciclicamente nel corso del tempo e che solo di fronte a interventi di natura deflativa ha saputo alleviarsi. Oggi questo problema ha un nome e per l’esattezza 11.983 nomi di persone ristrette in esubero. Persone che ad oggi scontano la pena in condizioni non conformi alla legge, cioè a quell’insieme di norme, principi costituzionali e convenzionali che trovano la propria fonte nella Costituzione e che si sono sviluppati nel corso del tempo grazie all’opera della Corte costituzionale, da un lato, e della Corte europea, dall’altro; un corposissimo legal framework a cui l’Italia aderisce con la sua carta costitutiva e con precisi impegni internazionali e che, prima o poi, in mancanza di soluzioni strutturali, tornerà a rappresentare la base giuridica per un’ennesima condanna dell’Italia sulla scena internazionale. A meno che si voglia negare l’esistenza di queste persone e si voglia continuare a confidare sulla capacità espansiva del sistema (che nel breve periodo non potrebbe darsi neanche in nuove strutture, da costruire o ristrutturare, o, si voglia affidare un intero sistema detentivo a prefabbricati provvisori), è necessario che si ragioni intorno a soluzioni deflative che diventino operative in tutti quei casi in cui il sistema penitenziario vada o rischi di andare in stato di sofferenza.   4.E allora da dove partire? Innumerevoli i contributi della dottrina; ancora maggiori gli sforzi profusi dall’avvocatura associata e dalla magistratura; numerosi per di più gli appelli del terzo settore e delle associazioni da tempo impegnate nel mondo del carcere; unanime la voce di tutti nell’invocare, con urgenza, interventi normativi deflativi, dalla liberazione anticipata speciale fino a provvedimenti di amnistia e indulto parlamentari.   Parallelo al dibattito “classico” sull’emergenza carcere, sta riprendendo forma una riflessione sulla percorribilità di introdurre nel nostro sistema penale sia in fase cautelare sia in fase esecutiva il meccanismo del c.d. “numero chiuso” e cioè la sospensione dell’esecuzione della pena detentiva, senza ingresso in istituto, tutte le volte in cui il sistema penitenziario raggiunga la capienza massima prevista dalla legge. Non si tratta di una riflessione così irrazionale e assurda, dato che altri Stati sono stati costretti a farne ricorso proprio per arginare il problema del sovraffollamento carcerario: basta pensare allo Stato della California o alla Germania, anche se per via giurisprudenziale, alla Gran Bretagna o alla Francia, che sono intervenute addirittura con riforme legislative, prevedendo “valvole di sfogo” al sistema in caso di incapacità a ospitare detenuti in condizioni conformi agli standard di legge. In tale direzione si colloca la proposta di legge presentata in conferenza stampa a Montecitorio dal Deputato Magi, lo scorso luglio, intitolata “Misure alternative alla detenzione in carcere nel caso di inadeguata capienza dell’istituto di pena”, diretta a sollecitare il Parlamento a introdurre un meccanismo di salvaguardia che consenta il non ingresso in carcere e l’espiazione della pena in misura alternativa in stato di detenzione domiciliare ai sensi dell’art. 47-ter ord. penit. e seguenti o in base alle eventuali prescrizioni imposte dal giudice. La proposta di legge mira a proporre una soluzione, necessaria e non più rimandabile, affinché

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