Opinioni

IL CONFRONTO UTILE È QUELLO SCOMODO

I comunicati di ANM – nazionale e territoriale – che censurano la ruvidezza dei toni usati nel documento licenziato dal Coordinamento regionale, all’indomani dell’assoluzione dell’Avvocato Armando Veneto, meritano una attenta e seria analisi. Entriamo subito in medias res: comprendiamo la replica di ANM per il registro comunicativo scelto dall’avvocatura. Due le riflessioni. La prima, di contesto. Abbiamo sofferto a fianco di Armando Veneto per 4 lunghissimi anni, registrando quanto male egli abbia patito per una accusa infamante che è lontana anni luce dalla Sua storia personale e professionale. L’esito liberatorio – un esito che ha il merito di avere riallineato la verità processuale a quella “storica” e all’evidenza della prova – ha suscitato emozioni forti, intense, che, da un lato, sono alla base del registro del comunicativo espresso da chi si sente “figlio” di quella Scuola penalistica che vede in Armando Veneto l’indiscusso Maestro; dall’altro lato, hanno stimolato riflessioni indifferibili e urgenti sulla cifra non tollerabile di ingiustizia del sistema. Una cifra ben conosciuta dall’avvocatura, costretta a misurarsi sempre più spesso con la quota insopportabile, semmai ve ne possa essere una, di sofferenza marchiata a fuoco sulla pelle viva del cittadino esposto alla nuova fisionomia assunta dal moderno diritto penale di lotta. La seconda, di prospettiva. ANM legge nelle parole – più precisamente negli aggettivi e nelle metafore usate – un attacco a specifici (ma non precisati) magistrati ai quali esprime pertanto solidarietà. Non è così. Se così fosse, infatti, saremmo tutti sollevati dal pensiero che le distorsioni denunciate negli anni dall’avvocatura, da nord a sud, dipendano dai limiti di pochi e non, per come in effetti riteniamo, da sbilanciamenti di sistema che incrementano i rischi per tutti, non solo per i sovraesposti in ragione della categoria o del profilo di appartenenza. Emblematico, al riguardo, è anche il caso di Torre Annunziata, in cui l’intervento di un avvocato (un grande Avvocato…) davanti una platea gremita di studenti è stato bollato da quella sezione di ANM, come nocivo per la gioventù immatura. Ci sia consentito di dissentire. Vorremmo che ANM ascoltasse il grido di dolore proveniente dall’avvocatura tutta: interrogare la coscienza di chi detiene il potere e riflettere sui costi inaccettabili di un esercizio dell’autorità sbilanciato dagli accenti punitivi. Vorremmo che non venisse trascurato il merito delle posizioni critiche provenienti dal mondo in fermento dell’assise organizzata dei penalisti. Quello rimane ancora sul tappeto. Da parte nostra c’è la ferma volontà di leggere il buono del messaggio che ANM diffonde – un invito alla pacatezza – e l’auspicio che, da parte di tutti, si abbia il coraggio di fermare l’attenzione su ciò che i casi esemplari imporrebbero di inserire nell’agenda di chi è interessato al funzionamento del processo penale. Per ridurre le distanze tra noi, è sufficiente rivolgere l’attenzione sui moderni effetti prodotti dal più terribile dei poteri, e sulla piaga degli innocenti precipitati nel processo ed estratti in pezzi dopo anni di patimenti. Ha ragione ANM, serve un certo grado di dissennatezza per spingere gli avvocati a denunciare le anomalie del sistema, piuttosto che assennatamente accomodarsi al riparo di banali luoghi comuni che raccomandano di limitarsi ad esprimere soddisfazione perché giustizia è fatta. Sia consentito: assennati sì, ma non fino al punto di rinunciare ad occuparci delle dinamiche dell’accertamento giudiziario che generano inique spirali e danni incalcolabili. Perché molto assennatamente tradiremmo il senso della nostra funzione. A fine febbraio, il 27 per la precisione, le Camere Calabresi hanno trovato chiuse le porte dei Tribunali, nonostante avessero espressamente chiesto l’autorizzazione a ricordare, nelle aule di Udienza, la ricorrenza del V anniversario del suicidio di Rocco Greco, vittima di (in)giustizia. Ci è stato spiegato che parlare in pubblica udienza dell’errore giudiziario e delle sue cause deprime la fiducia dei cittadini nella Giustizia; e fuor di luogo sarebbe manifestare nei luoghi in cui si amministra giustizia dubbi sulla costituzionalità di norme che alimentano il rischio dell’errore. Ci è stato richiesto di preservare il cittadino e di ricercare piuttosto il confronto tra addetti ai lavori. Crediamo che il Tribunale debba essere (anche) il luogo in cui discutere dei “limiti” del sistema giustizia. Ad ogni modo, rinnoviamo la nostra disponibilità al confronto franco e leale con la magistratura, specie sui temi difficili. Un confronto aperto alla società civile, perché il tema della libertà impegna, per primi, i cittadini. Dobbiamo esser disposti a riflettere sulle concrete dinamiche dell’errore giudiziario e dei danni del processo, che riguarda tutti, nessuno escluso. Dobbiamo interrogarci sul ribaltamento (anche culturale) della presunzione di innocenza, sulle sue cause, sulla sua contagiosa diffusività, sulla permeabilità di un sistema inefficace quando si tratta di prevenire l’errore ovvero di riconoscerlo e porvi rimedio. Insomma, dovremmo essere pronti tutti a comprendere che il confronto utile è quello scomodo. Auspichiamo disponibilità a questo genere di confronto.   Scarica il comunicato da noi sottoscritto: IL CONFRONTO UTILE È QUELLO SCOMODO Rassegna stampa: https://shorturl.at/bcBVX https://shorturl.at/krN03

IL CONFRONTO UTILE È QUELLO SCOMODO Leggi tutto »

Uno Stato minimo nei contenuti sociali e massimo nell’esercizio del potere punitivo

di Alberto Scerbo e Orlando Sapia –   Nonostante tutti gli esecutivi e le rispettive maggioranze degli ultimi trent’anni si siano sempre professate assolutamente liberali, hanno in vero realizzato delle politiche in materia di sicurezza in direzione opposta al paradigma garantista di matrice liberale che vorrebbe l’esercizio del potere punitivo da parte dello Stato, ovverossia il potere penale, da considerarsi quale extrema ratio di governo. In compenso, la medesima classe politica, nelle sue poliedriche declinazioni, al netto delle eccezioni imposte da una realtà non facilmente imbrigliabile, si è distinta nel sostenere e realizzare i più spinti propositi di ristrutturazione statale all’insegna del laisser faire, laisser passer. Nel corso degli ultimi decenni, il martellante battere della grancassa sull’interesse primario dell’impresa e sull’idea dello Stato considerato alla stregua di un’azienda, se ha condotto ad un’iniziale presa di coscienza della necessità di un’amministrazione della cosa pubblica secondo criteri anche di economicità, per superare decenni di sperperi, per altro verso ha instaurato un regime di governo improntato sulla prevalenza assoluta dei parametri economici. Dimenticando, però, che il perseguimento del bene comune non si misura semplicemente in termini numerici, perché comprende anche la tutela dei ceti più deboli, l’eliminazione delle sacche di emarginazione, la solidarietà sociale e in modo prevalente l’accesso di tutti ai diritti fondamentali. Con l’effetto per nulla inatteso di un processo di selvaggia privatizzazione di enti e servizi, di un’azione amministrativa rispondente alla logica aziendalistica, di una configurazione dei rapporti di lavoro improntati sulla flessibilità e lo scardinamento delle difese giuridiche, della compressione delle tutele e di un’erosione graduale dello stato sociale. In un contesto così delineato si sono profilati in maniera costante ripetuti tagli in settori evidentemente ritenuti non produttivi almeno nell’immediato. Una visione sicuramente miope degli interessi collettivi, accompagnata dalla mancanza di proiezione verso l’avvenire, ha indotto, così, a mortificare campi nevralgici come la ricerca e la sanità, ma soprattutto ad operare un graduale, ma continuo, taglio della spesa sociale. A questo progressivo arretramento dello Stato sulle politiche sociali a tutti i livelli ha fatto riscontro un incremento delle soluzioni di tipo penalistico, quale rimedio giuridico dei problemi e dei mali sociali. Con l’idea ben precisa di affidare alla materia penalistica un ruolo catartico nei riguardi dell’opinione pubblica. Si sono andate sviluppando, così, le dinamiche tipiche del «populismo penale» che ha ridotto la scelta di criminalizzazione ad una operazione di marketing, in ragione della quale si è avuto un aumento delle fattispecie delittuose e degli edittali di pena, la creazione di tecniche legislative di normazione che comportano l’anticipazione della soglia punitiva e di circuiti di esecuzione penale differenziata. L’esempio più recente è quello annunciato qualche settimana addietro con il comunicato n. 59 del Consiglio dei Ministri, per ora cristallizzato in un disegno di legge approvato dall’esecutivo, in attesa di passare dal vaglio parlamentare, che assai probabilmente lo approverà senza intaccarne la struttura e il finalismo. Tra le novità risaltano la norma che renderà da obbligatorio a facoltativo il differimento pena per le donne incinte e le madri con prole fino a un anno, così aprendo le porte degli istituti penitenziari ai bambini, di certo incolpevoli, al seguito delle madri. Trattasi di una normativa che è stata pensata con particolare riguardo alle donne di etnia rom, così rispolverando vecchie logiche parrebbe ispirate al diritto penale del nemico. Queste innovazioni sono nel solco di quanto già fatto dai precedenti esecutivi, al di là del colore politico. Difatti negli ultimi anni, oltre l’allargamento delle misure di prevenzione con l’introduzione del Daspo Urbano (Decreto c.d. Minniti 2017), sempre suscettibili di nuove applicazioni, come disposto dal Decreto c.d. Caivano, addirittura nei confronti dei minori. Si assiste alla continua creazione di nuove fattispecie punitive, del tutto superflue ad esempio la norma contro i rave party (art. 633 bis), oppure all’aumento delle pene, molto spesso incidendo proprio sul minimo. In questo senso la L. n. 107/2023, c.d. Riforma Orlando, che ha innalzato i minimi delle pene per le fattispecie di rapina, estorsione e furto in abitazione. Reati quest’ultimi contro il patrimonio che sono commessi, molto probabilmente, da soggetti che sono stati risucchiati in quella fascia di povertà assoluta che sempre più si allarga, causata delle crisi cicliche economiche e sociali che hanno investito il paese negli ultimi anni. La risposta dello Stato a questi nuovi poveri, emarginati o espulsi dal ciclo produttivo o che giungono sulle barche della disperazione sulle nostre coste, in fuga da fame, guerra e regime violenti irrispettosi dei diritti umani, al netto di qualche provvedimento ottriato di volta in volta così da calmierare gli animi, è il diritto penale, probabilmente perché, tra gli altri vantaggi, è anche a costo zero, almeno nell’immediato. In modo sistematico si è andato profilando, in tal modo, un vero e proprio diritto penale massimo, che, silenziosamente, ha sfruttato le ansie derivanti dai pericoli avvertiti dalla collettività, per attuare una espansione del potere punitivo, con il coinvolgimento di un numero sempre più ampio di soggetti inseriti nel circuito della penalità. Sotto questo aspetto la pena torna, però, ad essere crudele o forse non ha mai smesso di esserlo e il re è nudo. Il garantismo, nella politica legislativa dell’Italia repubblicana, è durato lo spazio di un mattino, dall’approvazione della prima riforma dell’Ordinamento Penitenziario del 1975 alla riforma del Codice di Procedura Penale del 1989, per poi cedere il passo al mantra della Zero Tolerance. (Pubblicato 8/02/24 in “Studi sulla questione criminale”, Nuova serie dei delitti e delle pene)

Uno Stato minimo nei contenuti sociali e massimo nell’esercizio del potere punitivo Leggi tutto »

Un avvocato, un martire

di Antonio Ludovico – Ci sono storie come quella dell’Avvocato Fulvio Croce che dovrebbero essere raccontate nelle scuole, lette e rilette alle giovani generazioni, ricordate a chi ha scarsa memoria. Perché quella dell’Avvocato Fulvio Croce è una storia che si stenta a credere, ricca com’è di fatti e circostanze che ci fanno calare mani e piedi in uno dei periodi più bui della nostra traballante democrazia. Siamo negli anni settanta, nelle maggiori città italiane imperversavano le Brigate Rosse, gli attentati alle personalità più disparate avevano cadenza quotidiana, le cronache impazzavano per la conta dei morti che insanguinavano un paese che sembrava sull’orlo di una capitolazione. Nel mezzo c’erano – particolare di non poco momento- processi da celebrare, imputati da sentire, sentenze da emettere. Così come quello che si aprì il 17 maggio del 1976 contro il nucleo storico delle Brigate Rosse presso la Corte di Assise di Torino. Imputati alla sbarra erano i componenti più celebri, nomi tristemente famigerati come Prospero Gallinari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Paolo Maurizio Ferrari e tanti altri, mentre il Presidente della Corte di Assise era il dott. Guido Barbaro. Roba per palati forti. Ebbene, alla prima udienza del processo- il 17 maggio 1976 – l’imputato Paolo Maurizio Ferrari, a nome di tutti i militanti, lesse un comunicato che stava a metà strada tra l’agghiacciante e il surreale: “ci proclamiamo pubblicamente militanti dell’organizzazione comunista Brigate Rosse e rifiutiamo ogni collaborazione con il potere”. Logica conseguenza di questa assurda presa di posizione fu la revoca di tutti i mandati difensivi agli avvocati con “l’invito” rivolto ai giudici di non essere disposti ad essere difesi da nessuno e “i difensori che accettavano la nomina erano ritenuti collaborazionisti del regime, con le conseguenze che ne potevano derivare”. Una matassa complicatissima, un rebus indecifrabile per il solerte Presidente di una Corte che – udite, udite – aveva avuto enormi difficoltà a reperire sei giudici popolari (erano tutti affetti da “sindrome depressiva”), figuriamoci degli avvocati d’ufficio disposti a difendere sotto una evidente minaccia di morte. Fu necessario, a quel punto, ricorrere all’art 130 del codice di procedura penale che prevedeva la nomina, in casi analoghi, del Presidente del Consiglio dell’Ordine in sostituzione dei colleghi ricusati. E così si arrivò alla figura di Fulvio Croce, Presidente degli avvocati di Torino, ma poco avvezzo alle cause penali, poiché illustre civilista. Il quale, tuttavia, munito com’era di quella corazza inflessibile che solo il rispetto per la toga ti concede, accettò l’incarico, ben sapendo a cosa andava incontro. Della serie: il diritto prima della vita. Ma il commando delle Brigate Rosse non si fece attendere, poiché la sera del 28/6/1977 l’anziano Avvocato Fulvio Croce , mentre usciva dal suo studio di via Perrone, fu crivellato con cinque colpi di pistola alla nuca da un commando di quattro persone; tre uomini (Rocco Micaletto, il killer, Lorenzo Betassa, il palo, colui che gridò “Avvocato “, Raffaele Fiore colui che aspettava a bordo di una 500) ed una donna, Angela Vai, che si preoccupò di allontanare i collaboratori di Croce per non essere raggiunti dai colpi di pistola. Un’esecuzione terribile, un colpo al cuore dell’intera avvocatura italiana, una risposta secca e risoluta da parte di chi rifiutava pervicacemente di essere processato. La cronaca racconta che il processo comunque andò avanti, non in tribunale, ma presso una caserma e – dopo la rivendicazione da parte dello stesso Ferrari, il compagno Mao, del terribile omicidio, si concluse con delle pene neanche troppo alte (tra i dieci e i quindici anni e con ben quindici assoluzioni), mentre anni dopo gli esecutori materiali dell’omicidio, Rocco Micaletto e Angela Vai furono condannati all’ergastolo e Betassi morì in un conflitto a fuoco con la Polizia. Questa la storia, sia pure raccontata per sommi capi, di un autentico martire della toga, una figura che si staglia altissima nel panorama giudiziario italiano, un uomo che ha combattuto con le sole armi che possedeva, il rigore e l’amore per la toga, una battaglia difficilissima, in tempi difficilissimi, dove per fare onestamente il proprio lavoro non era affatto sufficiente essere preparati a dovere. Fulvio Croce, a mio avviso, dovrebbe essere ricordato come il Principe dell’Avvocatura italiana, quell’avvocatura che riesce a spezzarsi ma non si piega a logiche perverse, che ha come stella cometa solo il codice deontologico, che difende i diritti anche degli indifendibili, che non ha paura del pericolo derivante da una causa complessa. Una toga illibata come quella dell’Avvocato Fulvio Croce dovrebbe servire da monito per i più giovani, da esempio per chi si dibatte, lamentandosi continuamente, per i meandri di una professione difficile ma affascinante, dura ma appagante. E, mi si consenta, dovrebbe servire anche per quella parte della Magistratura che crede che il compito di un avvocato sia quello di essere “al servizio” del cliente, anche sconfinando in terreni troppo accidentati. È vero che – così come avviene in ogni categoria- ci sono avvocati che non recano dignità alla toga che indossano, ma è pur vero che ce ne sono migliaia e migliaia che silenziosamente e, con diversi ostacoli quotidiani da superare, svolgono onestamente il proprio lavoro, anche accontentandosi di ricevere delle briciole dai propri clienti. Avvocati che soffrono, che perdono e si rialzano, che sono costretti a fare inutili anticamere, avvocati cui addirittura viene tolto il diritto di parola. L’esempio di Croce, a mio avviso, deve spingere i più giovani ad essere orgogliosi e rispettosi per quel manto nero che li distingue e li innalza al di là di sciocchi pregiudizi, tipici di questi tempi troppo tristi. E che ci fa sentire fieri al grido “Avvocato”, ultima parola che udì il povero legale torinese prima di stramazzare al suolo. Per la cronaca, quello di Croce non fu il solo delitto connesso a quel maledetto processo, ma furono colpiti a morte anche il vice direttore della Stampa, Carlo Casalegno e gli investigatori Rosario Berardi, Antonio Esposito e Giuseppe Ciotta. In parole povere, un’autentica mattanza.

Un avvocato, un martire Leggi tutto »

Torna in alto